sabato 27 gennaio 2018

Corleone, ricordati il vicepretore Triolo e il giornalista Mario Francese

La d.ssa Giovanna Termini ricorda Ugo Triolo e Mario Francese
CORLEONE, 26 GENNAIO 2018. C'era lo Stato italiano in tutte le sue articolazioni venerdì scorso alla manifestazione per ricordare il vicepretore avv. Ugo Triolo e il giornalista Mario Francese, assassinati dalla mafia “corleonese” il 26 gennaio 1978 il primo e il 26 gennaio 1979 il secondo. Per l'occasione la Commissione straordinaria del comune di Corleone ha voluto intitolare ad Triolo l’Auditorium dell’ex chiesa di S. Andrea. (GUARDA L'ALBUM FOTOGRAFICO)
La pagina de "La Sicilia" del 20.01.2008
dedicata a Triolo
LA MORTE DI UN UOMO PERBENE
DINO PATERNOSTRO
Era un freddo pomeriggio d’inverno. A Corleone, l’avvocato Ugo Triolo «aveva da qualche minuto comprato due pacchetti di sigarette nel centrale tabaccaio di piazza Garibaldi», avrebbe scritto un giornalista di razza come Mario Francese sul “Giornale di Sicilia” del giorno dopo. «Con al guinzaglio il suo affezionato barboncino nero – proseguiva l’articolo - il professionista, da circa quindici anni vicepretore onorario di Prizzi, ma nato e residente a Corleone, si era avviato lentamente per la via Roma, una strada in salita dove sono ubicati la pretura e il magistrale. Trecento metri percorsi spensieratamente fumando e giocando col suo Bull.
Quindi, piazza San Domenico e poi il vicolo Triolo, coperto da un tetto ad arco che sbocca in via Cammarata. Proprio uscendo dal vicolo, al numero 49 di via Cammarata, è la casa dell’avvocato Triolo (…). Il professionista ha avuto il tempo di premere sul bottone del citofono. Ha risposto la moglie. Quindi, all’angolo della strada, a non più di due metri e mezzo, dove si apre la via Rua del Piano (in cui abita il luogotenente di Luciano Liggio, il latitante Totò Riina) qualcuno l’ha chiamato. “Ugo, Ugo…”. Il professionista si è voltato , avrà visto qualcuno dinnanzi a lui con una pistola in pugno. Ha avuto il tempo di alzare le mani, come per proteggersi il viso. In quel momento un lugubre rosario di colpi…». Furono nove i colpi di P38 sparati contro l’avvocato Triolo. Solo due andarono a vuoto, gli altri sette lo colpirono al petto e alla testa, uccidendolo. Erano le 17.40 del 26 gennaio 1978. Quando la moglie, col cuore in gola, aprì il portone di casa, il suo corpo rantolante quasi le cadde addosso, facendola urlare dal dolore.
Chi poteva avere interesse ad assassinare – e per giunta in maniera così plateale, con nove colpi di pistola sparatigli in faccia - una persona perbene come l’avvocato Ugo Triolo? Uno che, secondo un altro giornalista di razza come Pippo Fava, «non aveva mai avuto a che fare con interessi criminali, se non per doveri del suo ufficio». Un aiuto per rispondere a questi interrogativi lo diedero i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che, nell’ordinanza sentenza del maxi-processo, trascrissero la dichiarazione di un collaboratore di giustizia ante-litteram, Giuseppe Di Cristina. «Riina Salvatore e Provenzano Bernardo, soprannominati per la loro ferocia “le belve” – dettò a verbale il “pentito” - sono gli elementi più pericolosi di cui dispone Luciano Liggio. Essi, responsabili ciascuno di non meno di quaranta omicidi, sono gli assassini del vice-pretore onorario di Prizzi». A questa si aggiunsero anche le dichiarazioni dei pentiti Francesco Di Carlo e Giovanni Brusca, che indicarono in Riina e Provenzano i mandanti dell’omicidio e in Leoluca Bagarella, Antonino Marchese e Giovanni Vallone il “gruppo di fuoco” che gli tese l’agguato la sera del 26 gennaio 1978. Un delitto, dunque, voluto direttamente dalla “cupola” di Cosa Nostra, saldamente in pugno ai “corleonesi” Riina e Provenzano ed eseguito dai killer più feroci di cui disponevano, in primo luogo quel “Luchino” Bagarella, che di Riina era il cognato. Furono fatte tante ipotesi, ma nessuna è stata mai provata. Si disse, per esempio, che l’avvocato era  proprietario di un vasto appezzamento di terra in contrada “San Calogero”, che interessava i mafiosi, ma che lui non voleva assolutamente vendere. Il pentito Di Carlo, invece, ha svelato che negli uffici di una società di trasporti di via Leonardo da Vinci a Palermo, un certo Vallone di Prizzi «chiese a Bernardo Provenzano di eliminare Triolo, perché lo aveva ostacolato in alcune vicende collegate a reati edilizi, da lui valutati nella veste di vice pretore (…). Lui è avvocato, dovrebbe fare quello che dice il paesano e no quello che dice la legge». L' avvocato Triolo – è un’altra ipotesi - fu ucciso 12 giorni dopo Marco Puccio, un suo cliente accusato di abigeato. Forse, è un' ipotesi degli inquirenti, la vittima si era confidata con il legale? Infine, si disse pure che Triolo aveva svolto con “troppo zelo” il ruolo di pubblico ministero in un processo minore contro Luciano Liggio. Comunque, per oltre vent’anni di Ugo Triolo a Corleone nessuno parlò più. E non c’era nemmeno la certezza che fosse una vittima innocente di mafia.

«Quella sera del 26 gennaio non la dimenticherò mai…», dice il figlio Dario, che allora aveva 18 anni. E aggiunge: «Mi trovavo dalla zia, in piazza San Domenico, e aspettavo che, come ogni sera, passasse mio padre per andare a casa. Ma non lo vidi passare. Sentii invece dei colpi di pistola e mi precipitai fuori. Corsi verso casa e vidi mio padre insanguinato per terra, che ormai non respirava più…». Un’esperienza traumatica, di quelle che lasciano il segno. «In questi trent’anni – aggiunge Dario – non sono ancora riuscito a capire perché hanno ucciso mio padre, perchè sono stato privato di una figura per me così importante…». Quella sera del 26 gennaio di trent’anni fa, attorno al corpo senza vita dell’avvocato Triolo, oltre a Mario Francese, che sarebbe stato assassinato esattamente un anno dopo, c’era anche un altro cronista d’eccezione: Pippo Fava. «Era ancora notte – scrisse fava - e, al centro del paese, c’era un anziano signore calvo, molto distinto, riverso dinanzi al suo studio di avvocato. Nove revolverate lo avevano colpito al petto e alla testa mentre stava infilando la chiave nella toppa. Il morto si chiamava Ugo Triolo, aveva 58 anni, era procuratore legale di buona stima nel territorio, aveva la carica di vicepretore a Prizzi… non aveva mai avuto a che fare con interessi criminali, se non per doveri del suo ufficio».
Allora, le accuse dei pentiti non bastarono per imbastire un processo. I magistrati di Caltanissetta hanno scavato nel passato, alla ricerca di un movente, hanno ripreso in mano anche gli articoli di Mario Francese, il cronista del "Giornale di Sicilia" che fu ucciso esattamente un anno dopo Triolo, il 26 gennaio '79. Le sentenze hanno condannato Riina e Provenzano per l'omicidio del giornalista. I carabinieri non hanno smesso di cercare. Gli avvocati dell'amministrazione comunale, Mario Milone e Carmelo Franco, hanno seguito passo passo le nuove indagini. Allora valutarono anche la circostanza che l'avvocato Triolo fu ucciso pochi giorni dopo Marco Puccio, inteso “Mercurifava”, un suo cliente accusato di abigeato. Valutarono l'ipotesi degli inquirenti secondo cui la vittima si possa essere confidata con il legale, facendo preoccupare i mafiosi. Potrebbe essere stato una sorta di “delitto preventivo”, insomma. Ma non c’erano riscontri. Ogni testimone sentito in questi vent' anni dai giudici ha parlato della "determinazione" del vicepretore «nel mantenere le sue posizioni». Triolo, scrisse il gip di Caltanissetta, era «una personalità dotata di un prestigio autonomo e non direttamente controllabile dalla criminalità locale». Finalmente, dal 2003, grazie alle nuove indagini della Procura di Caltanissetta, si ha la certezza che Triolo fu una vittima innocente di mafia. Nel 2000, l’allora sindaco Pippo Cipriani gli dedicò una strada a Corleone, nel corso di una manifestazione a cui partecipò anche l’on. Giuseppe Lumia, presidente della Commissione antimafia. Fu un momento importante, che riaccese i riflettori su un caso dimenticato. In quell’occasione Cipriani auspicò che «Corleone possa chiedere verità e giustizia anche per tutte le altre vittime innocenti, di cui non si parla più». E, seppur a distanza di anni, un po’ di giustizia per l’avvocato Triolo è stata fatta: il figlio Dario è stato assunto alla Regione come familiare di una vittima innocente di mafia.   
Nel 2000, dopo anni di silenzio, a chiedere alla magistratura di tornare ad indagare su quel delitto fu l’allora sindaco Pippo Cipriani. Le indagini ripresero e finalmente, nel 2003, arrivò una prima risposta: «l'avvocato Ugo Triolo – scrisse Salvo Palazzolo su “La Repubblica”  del 25 settembre 2003 -non è più un morto di nessuno, è una vittima della mafia, secondo il gip di Caltanissetta Giovanbattista Tona. Il provvedimento firmato dal magistrato è di archiviazione per i presunti killer e i mandanti, Totò Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella, Antonino Marchese e Giovanni Vallone: le dichiarazioni dei pentiti Francesco Di Carlo e Giovanni Brusca non sono bastate. Ma è un' archiviazione che questa volta vale tanto. «Restituisce a Corleone un pezzo della sua storia - dichiarò l'ex sindaco Cipriani - e soprattutto ridà giustizia a un uomo e alla sua famiglia». «Il vice pretore onorario viene eliminato - scrisse il giudice Tona nel suo provvedimento - nel periodo in cui più sfrenata e arrogante si era fatta la violenza dei "liggiani" per affermare la supremazia sul territorio». Triolo aveva la colpa di essere una persona perbene. «Era di un certo prestigio a Corleone – scrisse ancora il gip di Caltanissetta, illustrando le sue conclusioni - era un proprietario terriero, apparteneva ad una famiglia di grossi possidenti e di professionisti, svolgeva il ruolo di magistrato onorario e come avvocato poteva essere nel paese il destinatario di richieste di consigli, anche non solo legali». «Le indagini – concludeva Palazzolo - non hanno accertato con esattezza il movente del delitto. Hanno però chiarito che Triolo non intendeva sottostare ad alcun ricatto. Soprattutto quelli degli uomini di Liggio, che dopo aver fatto fuori la cosca di Michele Navarra, erano i nuovi padroni». «Sono orgoglioso della figura di mio padre – dice ancora il figlio Dario – e mi auguro che mio figlio (ovviamente, si chiama Ugo come il nonno – ndr) lo pensi sempre come un esempio di dirittura morale. Solo pensandolo così in questi anni sono riuscito a riempire un po’ il vuoto che mi ha lasciato la sua assenza…».

La Sicilia, 20 gennaio 2008

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