lunedì 25 dicembre 2017

Il patrimonio dei padrini. Nelle aziende confiscate persi 2.500 posti

SALVO PALAZZOLO
Sos dei sindacati. La Corte dei Conti: “Dopo i sequestri le banche si defilano”
Negli ultimi due anni e mezzo, hanno perso il lavoro 2.500 dipendenti di aziende sequestrate o confiscate in Sicilia. L’ultimo rilevamento della Cgil è un grido d’allarme.
E siamo di fronte a un numero non completo. «Tanti non si rivolgono neanche al sindacato», dice Mimma Argurio, della segreteria regionale della Cgil. Di sicuro, è un numero destinato a crescere. Ci sono 333 aziende confiscate in liquidazione. E le altre 894 gestite nell’Isola dall’Agenzia nazionale beni confiscati non stanno davvero in buona salute. Il fronte è ancora più ampio: in Sicilia, ci sono anche 2.642 aziende sequestrate, ovvero ancora in fase di valutazione da parte dei giudici, ma intanto l’attività produttiva non può fermarsi. «Molte aziende erano lavatrici, per il riciclaggio dei soldi sporchi. Oppure, scatole vuote», spiega Mimma Argurio. «Ma ci sono anche aziende vere, con una posizione sul mercato, aziende che non possono chiudere. Altrimenti, si dirà che quando c’era la mafia si lavorava, adesso che c’è lo Stato si licenzia».

Perché le aziende sequestrate e confiscate falliscono così facilmente? Di recente, la sezione centrale di controllo della Corte dei Conti ha detto parole che più chiare non potevano essere: «Senza una qualche struttura organizzativa, circa il 90 per cento delle attività produttive interessate da un provvedimento ablatorio definitivo è destinata al fallimento o è posta in liquidazione ovvero è cancellata dal registro delle imprese per mancanza di beni». Ecco, il problema principale: «Senza una struttura organizzativa». Come dire, non bastano tribunali e amministratori giudiziari. Non basta neanche l’Agenzia nazionale, che la Corte dei Conti accusa di avere «difficoltà ad organizzare un’azione di sistema». I giudici contabili propongono di promuovere convenzioni con «amministrazioni o associazioni d’impresa». È la proposta di Confindustria, che non piace però ai sindacati.
«Piuttosto, diamo in gestione le aziende ai lavoratori», è la proposta della Cgil. Ci sono già delle esperienze positive. Ad esempio, la Calcestruzzi Belice, rimessa in campo dalla Corte d’appello dopo una dichiarazione di fallimento (per un debito di 29 mila euro con l’Eni): dopo un mese di attività, ha registrato un fatturato di 100 mila euro. Un successo per la cooperativa formata dai 13 dipendenti.
Porte chiuse
La Corte dei Conti mette sotto accusa il sistema bancario: prima del sequestro, i fidi si sprecano (grazie, magari, a qualche complicità); dopo, le linee di credito si interrompono. Anche i fornitori si ritirano, come se tribunali e amministratori giudiziari non fossero soggetti affidabili.
«L’unica soluzione è mettere in atto delle sinergie», dice Mario Ridulfo, della segreteria della Cgil di Palermo. Mesi fa, i sindacati avevano firmato un protocollo d’intesa con la sezione Misure di prevenzione del tribunale di Palermo. «Ma è uno strumento che non ha funzionato», denuncia Ridulfo.
«A Trapani invece — spiega Mimma Argurio — il tavolo istituito in tribunale si è rivelato uno strumento efficacissimo per tutelare i posti di lavoro».
Una sorta di osservatorio permanente, una «cabina di regia», come la chiama il sindacato. «Oggi, peraltro, il codice antimafia ha previsto uno strumento in più per tutelare i dipendenti — dice ancora la sindacalista — il fondo di salvaguardia per i lavoratori». La Cgil chiede più spazio e un posto ufficiale al tavolo della gestione delle aziende sequestrate e confiscate. «Sono stati anni difficilissimi — prosegue la Argurio — quando sostenevamo la battaglia dei lavoratori del Bingo Las Vegas di Palermo, l’allora presidente delle Misure di prevenzione, Silvana Saguto, ci accusò addirittura di difendere i mafiosi. Altri tempi».
Albergo a quattro stelle
Nella stagione dei fallimenti per l’antimafia, c’è una piccola isola felice in provincia di Agrigento. È il Grand hotel Mosè, confiscato agli eredi dell’imprenditore Calogero Russello: quando fu sequestrato era un tre stelle, con un debito di oltre 600 mila euro e giudizi al limite della sufficienza sui siti Internet.
Dopo la confisca di primo grado, ha ottenuto la quarta stella e le recensioni su Booking.com hanno fatto scattare un voto da 8,6. Mentre i dipendenti sono passati da 4 a 21. E oggi il fatturato è di un milione e 600 mila euro.
Artefice di quest’antimafia virtuosa, una filiera di “buone pratiche” che va dal tribunale Misure di prevenzione di Agrigento all’Agenzia dei beni confiscati, che hanno incaricato come amministratore giudiziario l’avvocato palermitano Rosario Di Legami.
Qual è dunque il segreto di questo successo? Il modello “Grand hotel Mosè” è esportabile? Dice Di Legami: «Innanzitutto, abbiamo valorizzato al massimo le professionalità interne. Poi, abbiamo dato fiducia ai fornitori. E ci siamo rimessi sul mercato, con un buon rapporto qualità-prezzo». Altra questione. Quale ruolo hanno avuto le banche nell’exploit dell’albergo confiscato?
«Nessun ruolo», dice l’amministratore giudiziario.
«Le banche hanno chiuso tutti i rubinetti. Ma non ci siamo arresi. Abbiamo puntato tutto sull’autofinanziamento. I primi ricavi dell’albergo, circa 300 mila euro, sono stati tutti reinvestiti per migliorare il servizio, e i risultati sono arrivati». La vera svolta dell’antimafia è arrivata dopo l’accordo con trenta tour operator sancito alla fiera di Rimini, appuntamento che riunisce il meglio del turismo internazionale. Gli ultimi ospiti arrivati al Grand hotel sono otto comitive di giapponesi. Ma questa storia resta un’eccezione.
I soldi dell’antimafia
L’avvocato Sonia Spallitta, componente della segreteria regionale di Rifondazione Comunista, invita a fare una riflessione complessiva sulla gestione dei beni confiscati. «Il patrimonio sottratto alle mafie ammonta a 25 miliardi di euro — spiega — un patrimonio che potrebbe risultare una risorsa fondamentale per combattere la disoccupazione e mettere un argine all’emergenza abitativa». Il problema resta uno solo: chi è chiamato a gestire questo immenso patrimonio è in grado di farlo?
– (3 - fine)

La Repubblica Palermo, 23/12/2017

Nessun commento: