lunedì 18 dicembre 2017

LA MAFIA E I SUOI RITI. Morte di Riina: abiti scuri e silenzio, il lutto dei boss in carcere al 41 bis

Il boss corleonese Rosario Lo Bue
di Giovanni Bianconi
Le reazioni alla notizia nei peniteziari. E alcuni detenuti non hanno ritirato il vitto.
Il boss Vittorio Tutino, ancora fresco di ergastolo per la strage di via D’Amelio nel quarto processo Borsellino, s’è vestito a lutto, «con abiti di colore nero e scarpe nere». Come lui il corleonese Rosario Lo Bue, recentemente condannato a 15 anni di galera; suo fratello Calogero fu il «vivandiere» arrestato con Bernardo Provenzano. Il giorno dopo la morte di Totò Rina, hanno voluto dimostrare così il cordoglio per la dipartita del «capo dei capi» di Cosa nostra. Un segno di rispetto che, in forme diverse, s’è esteso a molti altri detenuti, nelle sezioni speciali del «41 bis», riservate a capi e gregari di mafia, camorra e ‘ndrangheta.
Gli agenti del Gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria hanno osservato con attenzione le loro reazioni, riversate in appunti che la Direzione dell’amministrazione penitenziaria ha trasmesso alla Procura di Palermo. Per verificare se, anche da questi piccoli indizi, si potessero cogliere eventuali segnali della «formazione di una nuova leadership» dentro Cosa nostra.

Nel carcere de L’Aquila, dove si sono chiusi Tutino e Lo Bue, quando morì il padrino — un mese fa — era in corso una protesta con la «battitura» della sbarre tre volte al giorno, alle ore dei pasti. Ma il giorno in cui arrivò la notizia, la protesta fu sospesa, per rispetto. Inoltre i detenuti della «sezione rossa» non hanno ritirato il vitto passato dall’amministrazione, consumando ciascuno nella propria cella il cibo che avevano a disposizione. All’apertura dei cancelli blindati, alle 7 del mattino, normalmente i boss a si augurano il «buongiorno», ma il 17 novembre non si sono salutati affatto.
La stessa cosa ha fatto, a Novara, Tommaso Lo Presti, considerato il «reggente» della famiglia mafiosa palermitana di Porta Nuova, rimasto muto anche all’ora di pranzo e la sera, quando solitamente — secondo un rito che al «41 bis» aiuta a scandire il tempo che passa — ci si scambia il «buon appetito» e «buona sera». Sempre a Novara un altro capo di rilievo, Vito Vitale da Partinico, già alleato dei corleonesi, al risveglio ha acceso la televisione e, appreso che Riina era morto, l’ha spenta e non l’ha più voluta vedere per tutta la giornata: «Tipico gesto di lutto familiare nelle regioni meridionali», hanno annotato gli agenti del Gom.
Nello stesso penitenziario, invece, altri reclusi di altra generazione, non hanno mostrato alcuna reazione. Per esempio Giuseppe Biondino, nipote diretto di Salvatore, l’autista di Riina che il 15 gennaio 1993 fu arrestato insieme al «capo dei capi»; il 17 novembre ha avuto un comportamento uguale a tutti gli altri giorni, «manifestando la diversità carismatica di attaccamento alle regole associative di Cosa nostra». Al pari di Alessandro D’Ambrosio, della famiglia di Porta nuova, che ha salutato i compagni di sezione «come se nulla fosse».
Non sono state segnalate reazioni particolari di Leoluca Bagarella, il cognato di Riina rinchiuso a Sassari, e del figlio maggiore Giovanni, anche lui ergastolano al «carcere duro». Così come tutte le relazioni arrivate dai reparti di Rebibbia, a Roma, riferiscono che «nessun commento» è stato pronunciato dai detenuti. Con l’eccezione del dialogo tra Gaetano Maranzano, boss del quartiere palermitano Cruillas, e l’imprenditore accusato di camorra Antonio Simeoli. Il quale alla distribuzione del vitto ha detto al siciliano: «Condoglianze Gaetà». «Ma di che cosa?», ha risposto quello. «È morto, l’ho sentito al telegiornale». «Ma chi, u curtu? Non l’avevo sentito», e ha riso, mostrando scarso interesse.
Tornando a L’Aquila, ma nel reparto femminile, il colloquio ascoltato tra la camorrista Teresa De Luca e la ‘ndranghetista Aurora Spanò, ha avito toni esilaranti. «Stamattina ho avuto un brutto risveglio, è morto lo zio», ha detto la prima. E l’altra: «Ti è morto lo zio e non dici niente?». «Ma sei scema? L’ho saputo stamattina». «E come hai fatto se la posta arriva al pomeriggio?». «Madonna mia Aurò, non capisci niente. Non mi parlare che mi fai salire i nervi». Un’altra detenuta calabrese, invece, Teresa Gallico, se l’è presa col permesso concesso ai parenti di Riina di stargli accanto nelle ultime ore di vita, «mentre a lei e ai suoi tre fratelli, quando morì suo padre, era stato negato»; la napoletana Raffaella D’Alterio «non ha fatto altro che dare ragione alla propria compagna».

Corriere della sera, 16 dicembre 2017 | 20:42

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