giovedì 7 dicembre 2017

GRASSO, INGROIA E LA SINISTRA PERDUTA NEI TRIBUNALI

Fabrizio Lentini
Ma cos’è la destra? Cos’è la sinistra? L’interrogativo di Gaber si ripropone in questi giorni nel caleidoscopio politico italiano. Che, come sempre, ha in Sicilia una fabbrica naturale di specchietti colorati. Piero Grasso si erge a leader di una formazione extra-Pd che abbraccia una gamma molto vasta di “sinistre”, dai no global di Luca Casarini (palermitano d’adozione) ai vecchi baroni rossi “governativi” Angelo Capodicasa e Mirello Crisafulli, dai giovani vendoliani come Erasmo Palazzotto ai grillini delusi come Francesco Campanella. Tutti liberi, si capisce. E certamente non uguali. Ma dalla Grosse Koalition anti-renziana, catalogo vivente di occasioni politiche perdute, si sfila una punta di diamante della sinistra che fu (si chiamava Rivoluzione civile, ricordate?), Antonio Ingroia. Anche lui ex pm. Anche lui reduce dalla trincea giudiziaria antimafia.
Dove però Ingroia e Grasso combattevano con divise non certo uguali («i giudici cannibali», definì Giuseppe D’Avanzo, nel 2007, le due fazioni contrapposte). E dunque al collega-avversario Ingroia rimprovera di aver soffiato la poltrona di procuratore antimafia a Giancarlo Caselli «per una legge ad personam di Berlusconi». Ma soprattutto di non aver voluto «sottoscrivere l’appello della procura di Palermo contro l’assoluzione di Andreotti in primo grado» e di essere stato «molto cauto e prudente sulla trattativa Stato-mafia e l’inchiesta Dell’Utri». Si potrebbe obiettare che fu Grasso a far condannare Cuffaro a sette anni, trasformando l’originaria perigliosa accusa di concorso esterno in quella di favoreggiamento. Ma soprattutto si potrebbe chiedere a Ingroia cosa c’entrino le categorie di destra e sinistra con l’esercizio dell’azione penale. A meno di non voler iscrivere alla sinistra anche un magistrato di destra, benché in prima linea contro i politici corrotti e mafiosi, come Paolo Borsellino. A meno di non perdere di vista i valori, e perfino le parole, della sinistra. Di non scambiare la giustizia sociale per giustizia penale o le diseguaglianze per reati. A meno di non considerare l’aggettivo “liberi” semplicemente il contrario di “detenuti”.

Repubblica Palermo, 6 dic 2017

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