sabato 16 dicembre 2017

Danilo Dolci architetto delle idee

Il sociologo triestino Danilo Dolci ad un corteo 
ELEONORA LOMBARDO
Una due giorni dedicata al pensiero e alle opere del maestro di nonviolenza organizzato dall’ordine professionale di Palermo
Lui ascoltava i “sapienti della terra”, i pescatori e i contadini, ma intorno alla sua figura si sono aggregati luminari di ogni branca, dai musicologi agli educatori e agli architetti. E per la prima volta in Sicilia, in occasione del ventennale della sua morte il prossimo 30 dicembre, sarà proprio l’ordine degli architetti di Palermo a organizzare due giornate di studio (domani e dopodomani) dedicate a Danilo Dolci, il sociologo triestino, siciliano di adozione, in quei luoghi che sono stati testimoni del suo operato: Trappeto e Partinico. Il titolo della due giorni di studi è una sintesi estrema del pensiero del maestro di nonviolenza: “Idea e azione le opere di Danilo Dolci”, un evento corale che vedrà la partecipazione della scuole e degli artisti del territorio.

«Per Dolci le idee dovevano essere accompagnate dall’azione concreta e questa doveva ambire a un risultato» dice Isabella Daidone, consigliere dell’ordine degli architetti e curatrice della manifestazione.
Danilo Dolci stava studiando architettura a Milano con Bruno Zevi, quando andò a visitare la comunità fondata sulla partecipazione da don Zeno Saltini a Nomadelfia in Toscana, e folgorato da quell’esperienza, decise di lasciare gli studi per dedicarsi alle riforme sociali in quei luoghi della Sicilia occidentale che aveva visitato anni prima con il padre ferroviere. Aggiunge la Daidone: «Non mi piace la definizione di “quasi architetto” solo perché non conseguì la laurea. Dolci non finì gli studi perché aveva una missione concreta più importante da portare a compimento. Questo convegno lo abbiamo voluto perché gli architetti hanno la responsabilità della trasformazione del territorio e Dolci è l’esempio di assunzione di responsabilità personale affinché le cose cambino secondo un principio di giustizia sociale».
Amico Dolci, figlio di Danilo, dice: «Mio padre, anche ragionando di architettura, è sempre partito dal basso presupponendo che per la risoluzione dei problemi vengano interpellate per prime quelle persone che dai problemi sono colpite» Quando Dolci arriva nelle campagne di Partinico la questione sociale del secondo dopoguerra è urgente, famoso lo sciopero alla rovescia – quello per cui un disoccupato sciopera lavorando – che nel 1956 portò alla realizzazione di una strada comunale.
Tre i luoghi importanti simbolo della sua idea di architettura e società come spiega la Daidone: «Il borgo di Dio, la suola Mirto di Partinico e la diga dello Jato. Tre luoghi che parlano di architettura organica, in continuo dialogo con la natura e uno sviluppo che presuppone un’ integrazione costante tra campagna e città».
All’interno del Borgo di Dio sono custoditi ancora oggi, ma bisognosi di restauro, i tavoli ottagonali costruiti affinché non ci sia opposizione spaziale tra docente e discendete. Questi tavoli erano i banchi pensati per la scuola Mirto «sarebbe opportuno restaurarli e ripristinarli nella scuola per riprendere il metodo educativo voluto da Dolci» è l’appello della Daidone. Ancora più urgente è la questione della diga dello Jato, voluta da Dolci per dare l’acqua ai contadini delle campagne di Partinico, per liberarli dall’oppressione del potere di chi deteneva i pozzi, dice ancora la Daidone: «Da quasi subito è servita per dare acqua alla città di Palermo, lasciando a secco le campagne. Un tradimento del quale oggi si parla troppo poco e al quale occorre porre rimedio» Il convegno sarà occasione per ricordare il modello di “città territorio”, quello proposto da Dolci e dai suoi seguaci immediatamente dopo il terremoto del Belice per ricostruire i paesi interpellando la popolazione: «Anni di studi che lo Stato Italiano ignorò in toto» commenta Amico. Al convegno ci sarà spazio per interrogarsi su chi abbia preso l’eredità di Dolci, la Daidone dice Farm Cultural Park di Favara e Amico invece ammette che una figura come quella del padre al momento manca.
La Repubblica Palermo, 16 dicembre 2017

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