venerdì 22 dicembre 2017

Beni confiscati, anzi no: così la mafia beffa la legge

SALVO PALAZZOLO
Tremila case ancora a disposizione dei boss Dall’inizio dell’anno 25 ordini di sgombero
Il boss Tommaso Spadaro si vantava in carcere della sua bella villa sul lungomare di Ficarazzi: sulla carta un bene confiscato, sin dal 2005, in realtà ancora nella disponibilità dell’influente famiglia della Kalsa. Il primato spetta però al boss di Termini Imerese, Giuseppe Libreri: è riuscito a beffare l’antimafia per ben 17 anni. Quattro palazzine gli erano state sequestrate in via Senatore Edoardo Battaglia, l’Agenzia nazionale beni confiscati ne aveva anche deciso la destinazione: uffici per il palazzo di giustizia, che ormai scoppia di fascicoli. Ma quelle palazzine sono sempre rimaste alla famiglia Libreri.
Fino a qualche settimana fa, quando il prefetto Antonella De Miro ha mandato polizia e carabinieri per eseguire lo sgombero degli edifici. Quest’anno sono partite 25 ordinanze di sgombero per sfrattare i mafiosi che abitavano ancora in appartamenti, ville e terreni confiscati da anni. Il boss Carmelo Rizzo gestiva un grande appezzamento di terreno confiscato definitivamente nel 2008. Il boss Girolamo Buscemi abitava invece nella bella villa di tre piani (con piscina) che gli era stata confiscata a Baida, nel 2009: mai nessuno gli aveva chiesto conto e ragione. Anche solo per il pagamento di un affitto. L’ennesima beffa all’antimafia. Una delle tante.
Porre rimedio non è stato davvero facile, la prefettura ha costituito un apposito tavolo a Villa Whitaker. L’anno scorso gli sgomberi sono stati 11. Dal 2011, 47. Quasi nove l’anno. In totale, 83. I casi più eclatanti sono stati risolti, i mafiosi sono stati messi alla porta. Anche se le sorprese sono sempre dietro l’angolo.
Qualche giorno fa, ad esempio, Repubblica ha svelato che la signora Mariangela Di Trapani, la moglie boss del capomafia Salvino Madonia, abitava in una casa confiscata. All’Agenzia nessuno se n’era accorto.
Ufficialmente, perché la confisca gravava solo sul terreno e la casa non risultava accatastata. Ora si sta rimediando.
I beni occupati
Quanti altri beni confiscati sono ancora sottratti alla collettività? In tutta la Sicilia, sono circa seimila quelli non destinati (duemila in più di quelli già utilizzati). E almeno la metà sono ancora in mano ai boss, ai loro prestanome o a un popolo di abusivi e di vecchi affittuari (che pagano ancora ai mafiosi).
Ce n’è abbastanza per creare un altro caso, perché in questi giorni l’Agenzia si prepara a smobilitare la sede di Palermo.
Insomma, prima l’antimafia era un po’ distratta. Ora si prepara addirittura ad assentarsi.
Com’è possibile che per anni l’Agenzia dei beni confiscati non sia entrata in possesso dei beni sottratti ai boss? Ogni patrimonio sequestrato e confiscato viene affidato a un amministratore giudiziario, prima dalla sezione Misure di prevenzione del tribunale, poi dall’Agenzia nazionale. Ma, evidentemente, chi doveva controllare non lo ha fatto. E magari neanche ha segnalato l’occupazione abusiva. Non è solo una cattiva gestione, potrebbero anche esserci profili di responsabilità contabile, come messo in risalto di recente della relazione sull’amministrazione dei beni sequestrati e confiscati stilata dalla sezione centrale di controllo della Corte dei conti.
I problemi sono soprattutto nell’organizzazione del lavoro, dicono i giudici contabili. A partire dalle cose più semplici, le comunicazioni da parte delle cancellerie dei giudici all’Agenzia beni confiscati. La Corte dei conti parla di «incompletezza e ritardo nella trasmissione degli atti processuali». Insomma, se la confisca definitiva non viene comunicata, come può essere destinato il bene a pubblica utilità?
Negli ultimi mesi il sistema funziona meglio. Ma ci sono stati comunque ritardi e ostacoli, che si sono sbloccati solo grazie agli sgomberi disposti dalla prefettura di Palermo. Così, le quattro ville confiscate agli imprenditori Cavallotti a Belmonte Mezzagno sono state acquisite dallo Stato solo un anno e mezzo dopo la sentenza definitiva.
La sfida di Corleone
È stato l’anno della rivincita per l’antimafia. Ma è una strada tutta in salita. Perché i boss non hanno alcuna intenzione di farsi da parte. Un caso simbolico è quello che si sta verificando a Corleone: la prefettura di Palermo ha finalmente liberato due piani di una palazzina confiscata da dieci anni al boss Rosario Lo Bue, un fedelissimo del superlatitante Bernardo Provenzano. Un’altra confisca sulla carta fino a qualche mese fa: il capomafia e la sua famiglia abitavano tranquillamente nella casa poco distante dal centro, poi il padrino è tornato in carcere, la moglie ha provato a opporsi allo sgombero, ma quando ha visto il camion del trasloco scortato dalla polizia ha fatto le valigie. Però i Lo Bue non sono andati via del tutto. Perché in una porzione della palazzina abita il fratello del boss, Calogero Giuseppe, già condannato per aver favorito Provenzano. Così, nel grande balcone del secondo piano, da una parte c’è la bandiera italiana fatta sistemare dal Comune, oggi retto da tre commissari dopo lo scioglimento per mafia; dall’altra, ci sono i fili della biancheria di casa di Calogero Lo Bue. Il quale si lamenta che la bandiera fa troppo rumore. Un giorno, una delle commissarie ha fatto notare al signor Lo Bue che non è proprio decoroso stendere biancheria intima accanto alla bandiera. Lui, per tutta risposta, le ha stretto la mano, scandendo una citazione sibillina tratta da una vecchia canzone: «Se non si cerca la pace, vuol dire che si scende in guerra». Detto da un Lo Bue, non è proprio una bell’auspicio.
Il sistema a rischio
Ora la sezione di controllo della Corte dei conti avverte: «Se non verranno compressi drasticamente i tempi fra l’iniziale sequestro e la definitiva destinazione dei beni, si rischia di provocare una crisi irreversibile nel sistema di contrasto alle mafia». C’è in gioco, secondo i magistrati contabili, la «credibilità e l’autorevolezza delle istituzioni». Le confische non possono restare sulla carta.
– 1. Continua

La Repubblica Palermo, 21.12.2017

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