mercoledì 29 novembre 2017

Riina jr perde la libertà vigilata «Sì, ho fatto uso di cocaina»

Il figlio del capo di Cosa nostra detenuto in una colonia di lavoro. Ha raccontato di aver taciuto per non dare un dispiacere al padre
Morto il padre, è arrivata l’ammissione: «Sì, ho fatto uso di stupefacenti». Giuseppe Salvatore Riina — per tutti Salvo, terzogenito del capomafia che per entrare nel traffico di droga scatenò la guerra dentro Cosa nostra con centinaia di morti — ora confessa che pure lui è stato un consumatore. Sniffava cocaina «per fare fronte a situazioni stressanti», ha detto il 23 novembre al giudice di sorveglianza. Il «capo dei capi» se n’era andato da una settimana, Salvo aveva partecipato alla sbrigativa cerimonia della sepoltura nel cimitero di Corleone ed era rientrato a Padova, dove viveva in «libertà vigilata». Poi l’udienza con annessa dichiarazione di responsabilità, sperando di evitare la revoca della misura assegnatagli con conseguente ritorno in una struttura detentiva. Tentativo fallito.

Ieri Riina jr, quarant’anni, una pena già scontata di otto anni e 10 mesi di reclusione per associazione mafiosa, è stato assegnato per un anno a una casa di lavoro. Una forma di reclusione attenuata, imposta dal giudice dopo la violazione degli obblighi a cui era sottoposto. A cominciare dalla frequentazione di pregiudicati con precedenti per droga; spacciatori, insomma. Che Salvo Riina ha giustificato con la tardiva ammissione di essere stato un tossicodipendente. «Ma ora non più», ha spiegato dopo essersi sottoposto a un monitoraggio delle urine (risultato negativo) e dichiarato disponibile a un’analisi dei capelli che tuttavia non è stata eseguita.
In una precedente udienza, a settembre, non aveva detto nulla di ciò che ha ammesso in seguito. Spiegando di aver taciuto per non creare dispiaceri al padre e al resto della famiglia. Ma ora che il boss è morto, e così la zia (sorella maggiore della madre) che l’ha accudito come una seconda mamma, il figlio del capomafia a sua volta condannato per mafia non aveva più motivo di negare. Anzi, giocando la carta della sincerità voleva scongiurare alla madre Ninetta — che ha l’altro figlio maschio ergastolano al «carcere duro» — il dolore di vederlo nuovamente rinchiuso. Senza riuscirci. Scrive il giudice: «Se obiettivamente si deve prendere atto di un percorso di autocritica di Riina, quanto meno limitato alla propria condotta di vita durante l’esecuzione della misura di sicurezza, non si possono non sottolineare la tardività dell’ammissione di responsabilità, i limiti del riconoscimento delle violazioni e il perdurante atteggiamento di mancanza di lealtà nei confronti degli operatori che l’hanno seguito nel corso della misura».
In sostanza, secondo il magistrato di sorveglianza il percorso di recupero s’è interrotto con il comportamento che Riina jr ha tenuto negli ultimi anni. Senza dimenticare la «preoccupante» circostanza di un’indagine a suo carico per associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di stupefacenti e al traffico di monete false, avviata dalla Procura antimafia di Venezia proprio sulla base dei contatti considerati sospetti. A parte le ripetute uscite serali e notturne, vietate dalle disposizioni che gli erano state impartite, dalle indagini della polizia è risultato che Salvo Riina «per acquistare lo stupefacente ha interagito telefonicamente e personalmente» con almeno due pushertunisini, e in un’occasione avrebbe lui stesso «ceduto a titolo di amicizia la cocaina appena acquistata» a un amico padovano.
Inoltre, il figlio del boss ha frequentato altri pregiudicati tra cui il cognato Antonio Ciavarello e un tale Gaspare di Corleone, pure lui residente nella città veneta. Un quadro decisamente discordante, secondo il giudice, dall’immagine che l’ultimo dei Riina aveva voluto dare di sé nel dicembre 2016, quando faceva già uso di cocaina ma si era proclamato «vittima del sistema che gli attribuisce le presunte colpe del padre», mentre lui «seguiva scrupolosamente quanto imposto e si impegnava nella società anche svolgendo attività di volontariato». Le ultime informative di polizia hanno invece «disvelato la sua vera condotta», attraverso «plurime e gravi evenienze che certamente legittimano l’aggravamento della misura di sicurezza». La Procura aveva chiesto tre anni in una casa di lavoro, contro il parere dell’avvocato difensore Francesca Casarotto che sollecitava la continuazione del precedente regime. Il giudice ha deciso di rinchiuderlo per un anno, il minimo previsto dalla legge.
Corriere della sera, 28 nov 2017


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