sabato 11 novembre 2017

Palermo. La rivolta anti-pizzo nel fortino della mafia: ora i negozianti non subiscono più

SALVO PALAZZOLO
Baci alle vittime. Per dissimulare la minaccia l’esattore salutava il negoziante con un bacio amichevole. La maggioranza. Diciotto commercianti hanno ammesso di pagare altri otto hanno negato
Hanno modi gentili gli esattori del pizzo del Borgo Vecchio. «Uno si presentò prima di Natale dicendo che dovevo fare gli auguri — racconta il titolare dell’Ottica Scaglione di via Archimede — quando andò via mi diede un bacio sulla guancia». Il bacio della mafia, una minaccia subdola e diretta, che fa ancora paura nonostante i clan non siano più quelli di un tempo. Per questo, tanti commercianti ancora non denunciano a Palermo. Da San Lorenzo a Brancaccio. Eppure, negli ultimi mesi, un pezzo del muro di omertà che protegge gli esattori del pizzo è cominciato a crollare, nel posto più impensato.
Proprio al Borgo, l’enclave di Cosa nostra a due passi dal salotto buono di Palermo. Diciotto commercianti, convocati dai carabinieri dopo le dichiarazioni del pentito Giuseppe Tantillo, uno degli ex padroni del centro città, hanno ammesso di aver pagato la tassa mafiosa. Ed è scattato il blitz dei carabinieri del nucleo investigativo, che ha portato in carcere 17 persone, il nuovo stato maggiore della cosca. Nei racconti di chi adesso parla ci sono anni di paura e di rassegnazione. Anni di ricatti. Nei racconti che rompono il muro del silenzio di Palermo c’è soprattutto la normalità della mafia. Come se il tempo non fosse mai passato in alcune zone della città.
ESATTORE E CLIENTE
Il moderno esattore del pizzo diventa anche cliente del negozio che estorce. Così racconta ancora il titolare dell’Ottica Scaglione, uno dei 18 che hanno trovato il coraggio di parlare: «Venne addirittura con sua madre per un’occhiale da vista e pagò regolarmente — prosegue — chiese però lo sconto». Che ci sarà mai di strano? L’esattore è un volto conosciuto nel quartiere, uno sempre gentile e cortese quando viene a riscuotere la tassa mafiosa. «E quando gli dissi che lo sconto sugli occhiali della madre non era possibile, ringraziò comunque e mi salutò con il solito bacio sulla guancia». Il pizzo al tempo della mafia che cambia. Gli uomini passano, le cifre aumentano.
Il titolare del distributore Esso di piazza Ucciardone ha raccontato con la voce rotta dall’emozione che paga da 15 anni. «Prima 200 euro, a Pasqua e a Natale. Poi, 500. Negli ultimi tempi volevano ancora di più. Cosa dovevo fare? Si presentavano dicendomi che erano persone che rappresentavano la Chiesa. Ero spaventato». La mafia-chiesa, che organizza la festa del Santo Patrono.
LA SCELTA DI PARLARE
Non è stata una scelta facile quella di ammettere. I soci della discoteca pub Rivendell di via Gerbasi avevano inizialmente dato risposte evasive ai carabinieri, poi qualche giorno dopo si sono presentati in caserma per dire: «Siamo persone perbene e corrette, che vogliono riacquistare la propria serenità». E hanno iniziato un lungo racconto. «Paghiamo dal 2008: 500 euro, a Pasqua e a Natale». Come era scritto nel libro mastro trovato nei pantaloni di Giuseppe Tantillo, e poi lui stesso ha confermato. Inutile negare, ma ancora nove commercianti del Borgo si ostinano a rifiutare l’evidenza e sono stati denunciati per favoreggiamento. E a volte, gli esattori sono più vicini di quanto si pensi, sono i vicini di negozio. Ha detto il titolare del ristorante Cucina Papoff di via La Lumia, uno dei più noti del centro: «Nel 2010, mi telefonarono per invitarmi a cercare un amico. Mi rivolsi allora a un collega commerciante, che qualche giorno dopo mi portò il mes- saggio: devi pagare 1000 euro nel periodo di Natale e Pasqua». Anche in questo racconto c’è tanta rassegnazione: «Ero spaventato e per non subire alcun tipo di ritorsione ho accettato, mio malgrado, di pagare quanto mi veniva sollecitato». Gli viene chiesto, ancora: «Perché non ha mai denunciato? ». Risposta: «Avevo paura per me e per la mia famiglia ». Il titolare del ristorante ha pagato fino al 2013.
QUIETO VIVERE
C’è chi ha invece pagato semplicemente «per non avere problemi », ha messo a verbale il titolare dei “Vini d’oro”, l’enoteca di piazza Nascè. «Io volevo vivere tranquillo e non avere problemi », ha detto. E ha pagato pure lui. «Vini d’oro 1250», era scritto nel libro mastro. L’imprenditore ha confermato: «Nel Natale 2015 si presentò uno dei Tantillo dicendomi che dovevo pagare per aiutare le famiglie dei carcerati. E a quel punto, per quieto vivere decisi di cedere». Era Mimmo Tantillo, il fratello di Giuseppe, a chiedere il pizzo. «Dopo il suo arresto, nel periodo di Pasqua 2016, si presentò in negozio un soggetto abbastanza corpulento di cui non conosco il nome. Mi disse che aveva preso il posto di Tantillo, e che dovevo pagare a lui».
LA SITUAZIONE IN CITTÀ
Dice il colonnello Antonio Di Stasio, il comandante provinciale dei carabinieri: «Io ringrazio i commercianti e gli imprenditori di questa stupenda terra, che si sono affidati allo Stato, denunciando i mafiosi». Ma sono ancora tanti i silenzi. Daniele Marannano, di Addiopizzo, spiega: «In città ci sono aree dove il fenomeno estorsivo rimane presente, aree dove le segnalazioni degli operatori economici ci sono, ma sono insufficienti rispetto alle dimensioni del fenomeno». Ma perché si denuncia ancora poco? «In quartieri come quello del Borgo Vecchio, dove c’è un alta densità commerciale — spiega ancora Marannano — il fenomeno estorsivo rimane un’attività significativa per trarre denaro e sostenere il welfare di Cosa nostra, ma anche per affermare la leadership di chi regge la famiglia». Negli ultimi mesi, il boom di scarcerazioni eccellenti ha portato a un ritorno della pressione del pizzo. I boss hanno bisogno di soldi, ma vogliono soprattutto ribadire il loro potere sul territorio. «La scelta dei commercianti del Borgo è un esempio anche per quanti operano in zone meno difficili della città», dice Marannano. Come dire, se il muro dell’omertà è caduto al Borgo perché non può cadere in viale Strasburgo? «A chi si è opposto cercheremo di non far mancare il nostro supporto per allargare la rete di coloro che si sono definitivamente liberati».

La Repubblica Palermo, 11 novembre 2017

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