lunedì 13 novembre 2017

Cosa nostra si organizza aspettando la fine del “capo dei capi”

SALVO PALAZZOLO
La Cupola è pronta a riunirsi per darsi i nuovi assetti ma questo potrà avvenire solo dopo la morte di Riina
Ormai, stanno aspettando soltanto una notizia. «Totò Riina è morto nel suo letto d’ospedale, al 41 bis». E poi partirà la convocazione firmata da un direttorio. La convocazione per la gran riunione della Cupola, la commissione provinciale di Cosa nostra, la cabina di regia dell’organizzazione, che non si riunisce da ventiquattro anni, dal giorno dell’arresto di Riina, il 15 gennaio 1993. Perché soltanto il presidente della Cupola può convocare i capi mandamento. Nel 2008, uno dei vecchi, il boss di Bagheria Pino Scaduto, si era fatto promotore di una modifica dello statuto speciale dell’organizzazione mafiosa, aveva anche trovato alleati in carcere per la modifica “costituzionale”, ma i carabinieri del nucleo investigativo e la procura arrivarono prima dell’approvazione, facendo saltare il tavolo della nuova maggioranza. E mai nessuno ha più riprovato, le famiglie sono andate avanti in ordine sparso, al massimo alcuni mandamenti hanno fatto qualche incontro al ristorante finalizzato ad affari comuni. Ma niente riunioni plenarie. È vietato, pena l’accusa di complotto nei confronti del gran corleonese rinchiuso al 41 bis.

Adesso, le continue notizie sui malanni di Totò Riina, trasferito addirittura stabilmente nell’ospedale di Parma per essere tenuto sotto controllo, hanno riacceso grande fermento fra i clan. «Finché c’è lui vivo, non si vede luce», sussurravano due padrini di Villagrazia pochi mesi fa. Sono soprattutto le famiglie della vecchia guardia, “i palermitani” di stretta osservanza, quelli usciti sconfitti dalla guerra di mafia dei primi anni Ottanta, ad essere i più insofferenti alla gestione “corleonese”. E, allora, le consultazioni per la convocazione della Cupola sono già partite, in modo ampio. Anche perché, a parte il presidente del parlamentino mafioso, tutti gli altri componenti, i capi dei mandamenti di Palermo, ci sono tutti e sono regolarmente insediati nei territori, qualcuno arrestato nelle ultime settimane è stato già sostituito di gran fretta, dal carcere è arrivata la ratifica ai provvedimenti di nomina. Tutto sembra davvero pronto.
LA VILLA
Qualcuno avrebbe proposto anche la location per la grande riunione della Cupola, una villa fuori città, un posto discreto. Ma su questo non sembra esserci ancora accordo tra le famiglie, il luogo dovrà assicurare non solo la massima sicurezza per l’evento che ospiterà, ma soprattutto la comprovata neutralità della famiglia che organizza. Dettagli fondamentali, perché “falchi” e “colombe” dell’organizzazione stanno già lavorando da tempo su fronti opposti per delineare la maggioranza che dovrà decidere le linee strategiche della nuova Cosa nostra. A maggio, i falchi hanno tentato un affondo, lanciando una segnale chiarissimo al popolo di Cosa nostra, ma anche alla città: un omicidio eclatante il giorno prima delle commemorazioni della strage Falcone con il presidente della Repubblica, in via D’Ossuna è caduto un pezzo della storia antica della mafia palermitana, Giuseppe Dainotti, una storia che era diventata scomoda dopo la scarcerazione. Raccontano che qualcuno fra le “colombe” dell’organizzazione, impegnato in delicati investimenti in città, abbia storto il naso per il troppo clamore dell’evento. Qualche tempo dopo, comunque, anche uno “falchi” ha perso il posto: una provvidenziale decisione della Corte di Cassazione ha riportato in carcere Masino Di Giovanni, il carnezziere di piazza Inagastone diventato in questi ultimi anni il signore delle estorsioni nel centro città, era tornato libero alla fine del 2006 e alla Zisa avevano addirittura organizzato una bicchierata per salutare il suo ritorno.
LO SCONTO
Le “colombe” non hanno fatto in tempo a festeggiare l’uscita di scena di don Masino. Anche loro hanno subito una perdita importante, con l’arresto di Giulio Caporrimo, padrino e astuto uomo d’affari, che per tutta l’estate ha tenuto udienza al baretto del porticciolo di Barcarello, davanti alla rimessa dei motoscafi della Palermo bene era un via vai continuo tra vasate e strette di mano. Il procuratore generale Roberto Scarpinato si è accorto che per l’errore di un giudice a Caporrimo era stato concesso uno sconto non dovuto di quattro anni e mezzo, e il boss è ritornato in cella. La grande riorganizzazione di Cosa nostra palermitana ha ormai messo in conto la variabile degli arresti, sempre più frequenti negli ultimi tempi grazie al lavoro della procura diretta da Francesco Lo Voi con le forze dell’ordine, per questo la parola d’ordine è diventata una sola per i boss: prudenza negli incontri. Ma c’è ormai una macchina avviata per la gran riunione. Mentre i membri più autorevoli dell’organizzazione tornati in libertà negli ultimi tempi continuano a fare una vita assolutamente riservata, quasi da pensionati. Sono tre, soprattutto, i nomi che preoccupano i magistrati della procura distrettuale antimafia. Tre nomi pesanti della storia di Cosa nostra.
(1 - Continua)

La Repubblica Palermo, 12 nov 2017

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