lunedì 16 ottobre 2017

Palermo, la Cgil ha ricordato Giovanni Orcel

Palermo, la Cgil, il Centro Impastato e l'amministrazione comunale hanno ricordato Giovanni Orcel, segretario dei metalmeccanici, assassinato dalla mafia e dal padronato la sera del 14 ottobre 1920
DINO PATERNOSTRO
Chi assassinò Giovanni Orcel la sera del 14 ottobre 1920? Chi fu a volere la morte del segretario degli operai metallurgici della Cgil di Palermo? Cerchiamo oggi, a 97 anni dal delitto, di ripercorrere le tappe delle indagini fatte dalla Questura di Palermo. La stessa notte del 15 ottobre, per tentare di identificare l’uomo «basso, tarchiato e vestito di scuro con cappello a cencio», che l’aveva ferito con un colpo di pugnale al fianco, gli inquirenti interrogarono alcuni residenti di Via Giusino (Provvidenza Sorrentino, Antonia Milazzo, Laura Mancuso e Filippo Militano), ma questi si chiusero «nel più assoluto mutismo», si legge nel rapporto del 26.10.1920 che la Questura di Palermo fece al Procuratore del Re. Chi, invece, dimostrando grande coraggio, riuscì a vincere l’omertà e la paura, fu Rosaria Accomando, la ventisettenne moglie del sindacalista.
Fu lei a dare agli inquirenti elementi utili per tentare di risalire agli autori del feroce delitto. Riferì, infatti, la vedova che, due mesi prima, il 21 agosto 1920, il marito era stato sfidato a duello da un legionario fiumano, ma fatti alcuni riscontri, gli inquirenti lasciarono cadere la pista perché inconsistente. Nella sua testimonianza, la vedova Orcel aveva offerto anche un altro spunto d’indagine molto più interessante. Aveva riferito, infatti, che il marito «potrebbe essere stato vittima delle gravi rivelazioni fatte a carico dei responsabili dell’omicidio di Nicolò Alongi di Prizzi». Alongi, coraggioso dirigente contadino della zona del Corleonese ed intimo amico di Orcel, era stato assassinato la sera del 29 febbraio 1920 a Prizzi.
«Se ne volete saperne di più – aggiunse la vedova – provate a chiedere a due amici di mio marito, Luigi Chantrez e Pasquale Amico». Chantrez, per la verità, non seppe fornire nessun elemento particolarmente utile. Amico, invece, che nel mentre si era trasferito a Siena, interrogato già il 18 ottobre 1920 dal commissario di P.S. del comune toscano, confermò che effettivamente «la causale a delinquere dell’omicidio Orcel deve ricercarsi nell’assassinio di Nicolò Alongi, visto che Orcel in quella occasione ebbe a fare all’autorità giudiziaria gravi segnalazioni contro gli autori». E, fatti i dovuti riscontri, gli inquirenti accertarono che, in un esposto all’autorità giudiziaria, il sindacalista palermitano aveva denunciato come più volte il suo amico Alongi gli avesse confidato che sentiva la morte ormai prossima. «e che colui che l’avrebbe fatto assassinare sarebbe stato tal don Sisì Gristina, fratello del sindaco di Prizzi». Si può dire che la Questura di Palermo, a quel punto, avesse in mano più di semplici indizi. Invece, liquidò gli elementi raccolti con un burocratico «si continueranno le indagini per stabilire quale attività abbia potuto spingere la delinquenza di Prizzi sul delitto di che trattasi». Tra l’altro, don Sisì Gristina era tutt’altro che un uomo al di sopra di ogni sospetto. Di mestiere faceva il gabelloto, era molto ricco e veniva indicato come il capomafia di Prizzi. Un identikit che avrebbe dovuto allarmare gli inquirenti, che invece sembrarono rassicurati. Non si spiega altrimenti il fatto che non sentirono neanche il dovere di interrogarlo, per approfondire le indagini. Si buttarono a capofitto, invece, su un’altra pista, la classica “pista passionale”, la pista del “delitto d’onore”. Da fonti confidenziali, avevano appreso che probabilmente Orcel aveva avuto una relazione con Giovanna Ingoglia, una donna di 38 anni, sposata con Pasquale Torregrossa, abitante in Via Lungarini. Immediatamente perquisirono il suo domicilio, sequestrando «nelle mani di costei, nell’atto in cui tentava di nasconderla in una calza, una fotografia dell’Orcel portante nella fronte la dedica “a colei che tanto amo” e nel dietro la data della morte scritta di pugno dall’Ingoglia», scrive ancora la Questura. Messa alle strette, la donna ammise la relazione, «aggiungendo di non aver avuto mai con l’Orcel rapporti carnali». Ma quella “comoda” pista passionale, che avrebbe consentito di risolvere immediatamente il caso, senza “scomodare” la mafia, gli agrari e gli industriali, ben presto si rivelò infruttuosa. «Il marito di costei – furono costretti ad ammettere gli inquirenti – dalle informazioni assunte risulta di buona moralità, e di quanto fuori è risultato, sembra che non sapesse nulla della detta tresca».
Stupisce che gli inquirenti non provarono ad approfondire le indagini su un’altra consistente “pista esterna”, quella riguardante due dirigenti del Cantiere Navale di Palermo, Berio e Consiglio. Lo spunto era stato offerto da un altro operaio della fabbrica palermitana, Giuseppe Giardelli. Interrogato, questi dichiarò che la sera del 14 ottobre, passeggiando per Corso Vittorio Emanuele, aveva notato l’ing. Consiglio e l’amministratore Berio che parlavano con altri impiegati del Cantiere. Avvicinatosi per ascoltare meglio, sentì pronunciare da Berio la parola «Orcel» e da Consiglio l’espressione «Bisogna romperla!». Spinto dalla curiosità, l’operaio provò a seguire il gruppo in tutti i suoi spostamenti, fino alla casa di Consiglio in via Maqueda. Ma proprio qui venne scoperto. Non sapendo come giustificarsi, provò a dare delle risposte evasive, ma il Berio, con fare minaccioso, troncò la discussione con un «Va bene, per te ci penso io!». Preoccupato, il Giardelli si confidò con un compagno di lavoro di nome Moschitta, che gli consigliò di riferire l’accaduto ad Orcel, che a quell’ora avrebbe trovato alla Federazione dei metallurgici. Il Giardelli andò a trovare Orcel, ma non gli riferì né che Berio aveva pronunciato il suo nome, né che Consiglio si era lasciato scappare la frase «Bisogna romperla!». «Stavo seguendo una ragazza, ma hanno pensato che stessi seguendo loro. Mi hanno frainteso», spiegò al sindacalista. Tanto che questi, ridendo, lo rassicurò, dicendogli che per questa vicenda di sicuro non avrebbe rischiato il licenziamento. Il 15 ottobre, saputo dell’assassinio di Orcel, Giardelli pensò che, dato il loro contegno sospettoso della sera precedente, Berio e Consiglio «non dovessero essere estranei al delitto». Un’affermazione sicuramente grave, che però contrasta con tutto il comportamento precedente del Giardelli, che allo stesso Orcel aveva taciuto le frasi minacciose al suo indirizzo. Tanto che gli investigatori ebbero non poche perplessità sulla veridicità di tutto il racconto. Comunque, interrogarono il commendator Giuseppe Paratore, che la sera del 14 ottobre era nel gruppo dei due dirigenti del Cantiere. Questi confermò «in massima parte la dichiarazione fatta dal Giardelli», precisando però che «Berio e Consiglio, che furono insieme a lui, partirono con la massima calma e non hanno mai avuto contegno tale da destare sospetto alcuno». A questo punto, ci si poteva aspettare che anche Berio e Consiglio fossero interrogati. E invece no. «Essendosi allontanati da qui dritto a Roma per ragioni di servizio – scrissero gli inquirenti - finora (26 ottobre, cioè – ndr) non è stato possibile sentirli». Una spiegazione poco convincente, se si pensa che Pasquale Amico, trasferitosi a Siena, già quattro giorni dopo il delitto gli inquirenti lo fecero interrogare dal commissario di P.S. della cittadina toscana. Non potevano usare lo stesso sistema per Berio e Consiglio? O non lo fecero perché non potevano permettersi il lusso di sospettare dei “padroni”? La verità è che, né subito, né in seguito, i due furono più sentiti dagli inquirenti.
La verità è che, né subito, né in seguito, i due furono più sentiti dagli inquirenti. E non approfondirono neanche la vicenda dello strano sequestro della carrozza e del cocchiere, che la sera del 14 ottobre si stava recando a casa del prof. Costa, insieme all’infermiere Campisi, per portarlo all’ospedale e soccorrere Orcel ferito. Senza carrozza, Costa si rifiutò di andare a piedi in ospedale. Gli inquirenti non indagarono sul sequestro e non interrogarono il medico.
Giovanni Orcel era nato a Palermo il 25 dicembre 1887 da Luigi, impiegato, e da Concetta Marsicano, casalinga. Dai registri dell’anagrafe risultano altri cinque fratelli. Il giovane Giovanni, date le modeste condizioni della famiglia, dopo la licenza elementare non poté frequentare le scuole superiori e imparò il mestiere di tipografo compositore. «Giovanissimo – scrive lo studioso palermitano Umberto Santino - comincia a frequentare la Camera del lavoro di via Montevergini, inaugurata il 1° settembre 1901, dove la linea dominante era quella riformistica e moderata, e ben presto si dedica all'attività sindacale e politica». Ma ben presto Orcel milita tra i socialisti “rivoluzionari”, diventandone uno dei dirigenti più prestigiosi. Le indagini per il suo assassinio incrociano anche Corleone. Gli inquirenti, infatti, tentarono di accreditare una “pista interna” al movimento socialista. Da dirigente socialista, Giovanni Orcel si era occupato delle elezioni amministrative di Corleone dell’agosto 1920. E gli operai metalmeccanici palermitani Giacomo Cricchio e Salvatore Origlio, intimi amici di Orcel, affermarono di avere visto una lettera firmata dal dirigente assassinato, con cui si tentava di imporre al gruppo dirigente socialista di Corleone «l’esclusione dalle liste elettorali di certi Schillaci e Lo Cascio, con minaccia nel caso di trasgressione di fare sciogliere la detta sezione». La pista, però, si rivelò talmente inconsistente, che venne subito lasciata cadere dagli stessi inquirenti. In effetti, Vincenzo Schillaci nell’estate del 1920 era presidente della cooperativa “Unione agricola” e consigliere provinciale in carica, eletto nel 1914 insieme al mitico dirigente dei contadini di Corleone Bernardino Verro, che la mafia aveva assassinato il 3 novembre 1915, mentre era sindaco della città. Lo Cascio, invece, anch’egli intimo amico di Verro, era il sindaco socialista in carica. Nonostante tutti i possibili dissensi politici, di cui comunque non si hanno notizie, è davvero azzardato insinuare che i due dirigenti socialisti di Corleone abbiano potuto armare la mano del killer di Orcel. Tanto più che entrambi furono candidati ed eletti nelle elezioni comunali di agosto a Corleone.
Dino Paternostro

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