domenica 17 settembre 2017

“WhatsApp e 50 euro al giorno”, i cantieri dove un posto costa la vita

PAOLO BERIZZI
Le storie. Alexandru, Thomas, Giuseppe: per i manovali del settore edile è la solita giungla fatta di cottimo, caporalato e scarsa sicurezza L’evoluzione tecnologica aiuta solo i reclutatori rendendoli invisibili
BRESCIA. L’Italia non può rassegnarsi, dice Mattarella. Ma Alexandru, che ha 32 anni e vive con la fidanzata cameriera a Castelcovati, in provincia di Brescia, si è rassegnato: l’altra sera alle undici stava riscaldando un piatto di pasta con l’uovo e sul display del cellulare si è illuminata l’icona verde di WhatsApp. Solito messaggino di convocazione, i caporali adesso ti reclutano in digitale. «Domani alle 7, a Rovato, via Primo Maggio. Anche il tuo amico indiano. Ciao». Cinquanta euro vale il lavoro nero di una giornata qualunque del manovale di primo livello Alexandru, romeno di Timisoara. Lo stesso prezzo hanno le braccia del suo amico indiano Asuman, che è ferrista e nel 2016 si è infortunato due volte ma non ha denunciato. L’ingaggio, da tre anni, arriva direttamente in chat all’ultimo momento. Per mettere in tasca la misera paga Alexandru deve portarsi il secchio con gli strumenti, li ha comprati a Leroy Merlin.
«Le regole sono queste, o le accetti o non lavori».
Nell’edilizia infetta la legge della giungla prevede che a volte si muore come cani. Diventi una croce “invisibile” buona per le statistiche, e il giorno dopo il nastro riparte. «Il tipo di Milano, l’egiziano. Mi hanno detto che due anni fa aveva lavorato anche qui a Brescia. Poveraccio... ». L’” egiziano” è l’ultima croce del Cantiere Cimitero. Si è conficcata lunedì scorso in via Mangone 2 a Milano: quattro piani di ponteggio che si afflosciano e sotto quel cumulo di ferri rimane stritolato, e abbandonato per ore, questo egiziano che aveva 30 anni e due figli, anche lui chiamato a cottimo dal caporale domenica sera tardi. Tre o quattro euro l’ora. Dall’alba al tramonto (contro i 10/17 previsti dal contratto): prendere o lasciare. «I problemi e i rischi più grossi si annidano nei piccoli cantieri - dice Ivan Comotti, segretario della Fillea lombarda - dove spesso operano imprese non iscritte alla cassa edile. Noi facciamo il possibile ma nel nostro mondo ci sono fenomeni duri da estirpare ».
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Repubblica
abbiamo raccontato l’inferno del caporalato dei cantieri nel 2007: gli abusi, i ricatti, i pericoli a cui sono sottoposti i manovali irregolari. Italiani anche, ma soprattutto stranieri. Lavoratori fantasma comprati e sfruttati ogni giorno da un sistema malato che ha un solo vero padrone: il profitto pompato dal meccanismo perverso delle spietate gare al ribasso. Ormai è acqua calda: per aggiudicarsi gli appalti le ditte sforbiciano alla grande sulla sicurezza. E pescano manodopera dai serbatoi sempre fornitissimi dei caporali.
Dieci anni dopo posiamo di nuovo la lente sul fango di questo mondo. È tutto come prima. Anche peggio. Ritrovi la giungla che avevi lasciato, gli stessi buchi neri sui quali pendono le corde lasche del destino di un branco di disperati: un esercito di lavoratori costretti a buttare sudore e poi magari a morire. Cantiere alle porte di Busto Arsizio. La sagoma imponente di una gru Potain nuova di zecca sormonta un condominio di cinque piani: i lavoratori che camminano sulle passatoie non hanno né casco di protezione né funi di ancoraggio. Figurarsi i cartellini. Due operai nordafricani “staccano” a mezzogiorno per la pausa. Capiscono che non sei un ispettore dell’Asl o del lavoro. Sono terrorizzati perché una settimana fa i controllori sono piombati in cantiere ed è stato il solito fuggi fuggi generale. Classica scena. Quanto vi pagano? «Cinquanta al giorno. Ma si lavora solo a chiamata». Vuol dire che in alcuni casi sui cinque giorni se te la cavi dignitosamente ti chiamano per due o tre giorni. Dice un costruttore bergamasco di lungo corso: «Il lavoratore edile buono non si muove dalla ditta. Il manovale scarso si muove: o perché lo cacciano, o perché trova un lavoro a un euro in più».
È il turnover degli ultimi del girone, i disperati. Quelli che girano col loro secchiellino e gli attrezzi ma non sono artigiani. Gli schiavi del lavoro finiscono risucchiati nel vortice delle filiere con in media 4-5 livelli di subappalto: scatole cinesi dove l’operaio non sa neanche chi sia il committente, dove «la sicurezza spiega Katia Calabretta, Fillea di Milano - è considerata un costo e non un investimento. È lì che si muore di più. Quando poi il manovale in nero parla un’altra lingua tutto è ancora più complesso». Nell’era dei “caporali etnici” - c’è quello che ti dà dieci indiani, dieci birmani, dieci egiziani, dieci romeni, quasi sempre irregolari, magari appena arrivati in Italia - come fai a spiegare al lavoratore che se alzi una paratìa con una corda in tensione per la legge di gravità la paratìa va sempre al centro della corda?
Rispettare le norme di sicurezza, ammonisce Mattarella. Giuseppe Zini ha 60 anni, manovale, bresciano. Nel 2014 il titolare dell’impresa per la quale lavorava (la Carsana di Lecco) lo chiama e gli dice che deve andare su un cantiere a Besozzo (Varese) a finire una facciata. «Arrivo sul posto, ci sono due tavole e un ponteggio. Chiedo di avere protezioni, un minimo di sicurezza: niente. Cado dal ponteggio. Trauma cranico, osso sacro e sei vertebre rotte. Il geometra capocantiere mi carica nel bagagliaio dell’auto e mi porta in ospedale. Intanto ordina ad altri di pulire il sangue a terra. Io racconto tutto». Risultato: titolare e capocantiere condannati a sei e cinque mesi con la condizionale. «Scaduti i 265 giorni di malattia - ricorda Zini mi hanno licenziato». Nei cantieri della morte si crepa in due modi: o perché cadi dall’alto, o durante il movimento mezzi. La fine può essere scritta dietro un pilastro da spostare, sotto un blocco di mattoni o una botola sconnessa, per colpa di un cavo d’acciaio, lungo una pedana sprovvista di barriere. Di queste variabili nelle chat usate oggi dai caporali per tirare su manodopera non c’è traccia.
WhatsApp, dunque. «Prima andavo in piazzale Maciachini a aspettare il furgone, adesso mi scrivono i capi e mi dicono l’indirizzo del cantiere. Mi sposto in motorino». Thomas, 27 anni, boliviano, è uno degli oltre 100 mila operai edili di Milano e provincia (il 45% sono stranieri, la metà lavorano in nero). In questi giorni sta montando ponteggi in un piccolo cantiere a Corsico. «Spero che mi chiamino anche per la prossima settimana, sennò aspetto». Con la tecnologia il caporalato è fluido, subdolo, plasticamente meno visibile. Basta un beep del cellulare per scavare la pelle del lavoratore. Che ogni giorno muore un po’.

La Repubblica, 17 settembre 2017

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