lunedì 11 settembre 2017

Mafia e politica, è tempo di porte girevoli

UMBERTO SANTINO 
QUANTO al rapporto tra mafia e politica, ho cercato di tracciare una storia ridotta all’osso. Fino agli anni Settanta del secolo scorso, le cose erano molto semplici, prevedibili. Una mafia “a regime”, con una signoria territoriale di tipo totalitario, un’accumulazione a gonfie vele, legata ai traffici internazionali ma sempre ancorata alle convenienze offerte dal contesto locale, intratteneva rapporti, continuativi e proficui per entrambi, col partito che ha monopolizzato il potere per quasi mezzo secolo.

Nei primi anni Ottanta il quadro è mutato: i “corleonesi”, stanchi di fare i parenti poveri, hanno dichiarato guerra ai palermitani, che avevano gestito monopolisticamente potere e affari, lasciando sul terreno centinaia di morti, e i mafiosi perdenti hanno preferito diventare collaboratori di giustizia, mettendo in piazza i segreti. I delitti che hanno colpito uomini delle istituzioni hanno innescato la reazione che ha portato alla legge antimafia e al maxiprocesso. Le stragi del primi anni Novanta hanno portato a nuovi provvedimenti, come il carcere duro. Le condanne di capi e gregari hanno azzerato i centri di comando e decimato gli organici. Le manifestazioni suscitate dall’indignazione per la violenza mafiosa, le attività delle associazioni, il lavoro nelle scuole, le confische dei beni dei mafiosi, le denunce delle estorsioni, hanno mostrato che la signoria sul territorio non era più una dittatura subita passivamente. La mafia ha perso l’egemonia nel traffico di droga, praticato da altri gruppi criminali, e con l’intrecciarsi di questioni che vanno sotto il nome di geopolitica, come l’implosione del socialismo reale e l’archiviazione del Pci, non ha più il ruolo di baluardo contro il comunismo, che le garantiva l’impunità come forma di legittimazione.
Sul piano politico, al posto dei partiti storici, spazzati via dalle inchieste sulla corruzione, sono subentrati club personali, ditte padronali, agenzie pubblicitarie, santoni e chierichetti del web, dilettanti allo sbaraglio, giovanotti senza arte né parte che si improvvisano salvatori della patria.
Forse la metafora più adatta per rappresentare questi mutamenti è quella delle porte girevoli, che può valere sia per la mafia che per il contesto politico. Scompaginata dalla dittatura dei “corleonesi” la tradizionale struttura organizzativa, che vedeva alla base le famiglie, come corpi intermedi i mandamenti, al vertice le commissioni e in testa il capo dei capi, negli ultimi anni il comando è stato assunto, con reggenze incerte e precarie, dagli uomini delle seconde file, in sostituzione dei capi carcerati. Questi ultimi, una volta usciti dalle prigioni, vogliono tornare al comando, e nascono frizioni, com’è dimostrato da qualche delitto degli ultimi mesi. Anche il sistema relazionale è soggetto a mutazioni: nella ricerca di interlocutori con cui fare accordi e gestire affari, il ventaglio delle possibilità, soprattutto a livello politico-istituzionale, si è allargato, ma adesso ci sono più rischi e meno certezze. E sono finiti i tempi d’oro della spesa pubblica. Sia all’interno che all’esterno, si può dire che la mafia abbia installato le porte girevoli.
Nel quadro politico, una volta archiviate le ideologie identitarie, rottamate come ferri vecchi e sostituite con le affabulazioni dello storytelling, i passaggi da uno schieramento all’altro sono all’ordine del giorno, poiché l’unica cosa che conta è l’occupazione del potere. La politica prima mediava tra interessi e valori, adesso deve districarsi tra opportunismo e trasformismo.
Le elezioni sono un rito sempre meno frequentato, con la metà degli elettori che praticano lo sciopero del voto. L’unico sciopero che può permettersi chi ha perso il lavoro o non l’avrà mai. La metafora della porta girevole varrà per la mafia e per la politica, ma certamente non vale per il mercato del lavoro: con la crisi che si pensa di risolvere con la delocalizzazione delle aziende, massimizzando profitti e licenziamenti, chi esce non rientra più ed è condannato a far parte della massa di disoccupati, precari, emarginati, che non ha nessuna rappresentanza. Potrebbe essere un terreno su cui costruire un’alternativa credibile, ma non pare che ci sia qualcuno che voglia misurarsi con questi temi nella campagna elettorale.

La Repubblica Palermo, 9 settembre 2017

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