lunedì 18 settembre 2017

Mafia, chiesti 90 anni di carcere per le nuove leve del mandamento di Corleone


Carmelo Gariffo, il nipote prediletto di Bernardo Provenzano, aveva provato a ricostruire il mandamento di Corleone con altri undici fedelissimi, ma non aveva fatto i conti con una nuova variabile, la denuncia del racket da parte di alcuni impresari edili. Una novità assoluta nella roccaforte mafiosa per eccellenza. I carabinieri del Gruppo di Monreale arrestarono i nuovi boss a fine settembre 2016. Nel processo in abbreviato sono parte civile il centro Pio La Torre (avvocato Francesco Cutraro), i Comuni di Corleone e Palazzo Adriano (avvocato Ettore Barcellona), il Comune di Chiusa Sclafani (avvocato Salvino Caputo), Addiopizzo (avvocato Salvatore Caradonna), Sicilindustria (avvocato Vincenzo Lo Re) e Confcommercio (avvocato Fabio Lanfranca).

Il nome più autorevole fra gli arrestati è quello di Carmelo Gariffo, il nipote prediletto di Provenzano. Al funerale dello zio capomafia, era in prima fila davanti all’urna con le ceneri del vecchio padrino. Un’immagine simbolo. Gariffo conosce i segreti della vecchia mafia corleonese. Perché è stato più di un nipote prediletto, è stato a lungo il segretario di Bernardo Provenzano, è stato l’ultimo amministratore della rete dei pizzini distesa in lungo e in largo per la Sicilia. Lui era il codice "123", Matteo Messina Denaro, ancora oggi latitante, era "Alessio". Gariffo era tornato in libertà nel 2013, i carabinieri della Compagnia di Corleone lo hanno intercettato mentre parlava di appalti ed estorsioni con il nuovo reggente del clan, Antonino Di Marco, un insospettabile dipendente comunale che organizzava i summit nel suo ufficio allo stadio di Corleone. “Basta uno, non c’è bisogno di cento”, diceva Gariffo, parlando della riorganizzazione della cosca. E ancora: “Uno perché non mi posso muovere, due perché prima devo trovare una persona adatta eventualmente a comandare… però ciò non vuol dire che noialtri le cose non le dobbiamo fare e dobbiamo cercare di vedere come risolvere la situazione. Non facciamo cose affrettate”.

I carabinieri hanno intercettato tutti i dialoghi, poi hanno convocato gli imprenditori ricattati, che hanno ammesso di aver pagato. Gariffo poteva contare su un gruppo di fedelissimi: l’allevatore Bernardo Saporito gli faceva da autista; l’operaio forestale stagionale Vincenzo Coscino, da gregario. Fra gli imputati c’è anche un altro forestale a contratto, Vito Biagio Filippello. Nel blitz finirono in manette il capo cantoniere Francesco Scianni, il figlio del capomafia Rosario Lo Bue, Leoluca, e Pietro Vaccaro, gli ultimi due sono allevatori; in cella pure gli omonimi Francesco Geraci, nipote e figlio di un capomafia deceduto, sono imprenditori agricoli. Hanno ricevuto un’ordinanza in carcere per le estorsioni
Antonino Di Marco, Vincenzo Pellitteri e Pietro Masaracchia, boss già arrestati all’inizio del 2016; Masaracchia era stato intercettato mentre parlava di un progetto di attentato contro il ministro dell’Interno Angelino Alfano. Coinvolti nel quarto atto dell’operazione Grande Passo anche due proprietari terrieri: Gaspare e Pietro Gebbia, padre e figlio, si erano rivolti al clan per uccidere un parente, che ritenevano di troppo nella divisione di un'eredità.


La Repubblica, 18 settembre 2017

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