giovedì 28 settembre 2017

L’urlo lucido di Fiammetta Borsellino per i misteri di via D’Amelio

SALVO PALAZZOLO
La figlia più piccola di Borsellino ha scritto una lettera-appello al Csm. Ultimo atto di una requisitoria contro i depistaggi partita il 23 maggio. “Morta mia madre, si è formato un deserto: né magistrati né poliziotti attorno a noi”. Il Consiglio superiore ha aperto un fascicolo. “La mia è una denuncia, non una lite con Di Matteo”
Il 23 maggio, nella grande commemorazione televisiva officiata da Fabio Fazio, le sue parole sembrarono quasi roba di un altro programma. Fiammetta Borsellino, la figlia più piccola del giudice Paolo, sempre rimasta in disparte, chiamava «menti raffinatissime » quelle che avevano ordito il depistaggio dell’indagine sulla morte di suo padre. Parole semplici e dirompenti, che avrebbero dovuto aprire un dibattito. In quel momento, subito. E invece le parole di Fiammetta, la figlia di Borsellino che nessuno si aspetta, vengono fatte scivolare via. Senza una domanda ulteriore. «Senza una stretta di mano — ha ricordato Fiammetta qualche giorno dopo quella trasmissione — Dopo la mia esternazione, non c’è stato un cane che mi abbia stretto la mano. Fatta eccezione per alcuni studenti napoletani e Antonio Vullo, l’agente sopravvissuto in via D’Amelio». Nella grande commemorazione del servizio pubblico, Fiammetta viene invitata ad accomodarsi. E per due ore resta ad ascoltare il rito che si compie.

Ma quelle parole sono già arrivate lontano. E Fiammetta ha già fatto la sua scelta, d’accordo con la sorella Lucia e con il fratello Manfredi. La svolta di Fiammetta è avvenuta proprio nel corso di una riunione di famiglia, nei giorni di Pasqua, all’indomani della sentenza dell’ultimo processo Borsellino. Il “Quater” ha accertato che il falso pentito Scarantino è stato «indotto» a commettere il reato. Fiammetta rilegge in maniera più approfondita le carte del processo, e tante domande tornano a riecheggiare in casa Borsellino. Chi ha «indotto» Scarantino a mentire? Ovvero, chi ha gestito la sua collaborazione? Quella verità che ancora non c’è sulla strage del 19 luglio 1992 resta un dolore troppo grande per la famiglia Borsellino. Un dolore ancora più grande è il depistaggio attorno all’indagine. Un dolore che mamma Agnese, morta nel 2013, aveva trasformato in un urlo di giustizia. «Dopo la morte di mio marito — raccontava — ricevevo tanti inviti in diversi palazzi delle istituzioni. E ricevevo tanti regali. Poi ho capito. Volevano sapere cosa mi aveva detto mio marito».
Ora è Fiammetta a riprendere le parole di mamma Agnese. Ha detto in un’intervista: «Dopo la morte di mia madre, dopo che hanno finito di controllarci, si è formato un deserto attorno a noi. Né un magistrato né un poliziotto ci frequentano. Si sono dileguati tutti». Fiammetta che ha parole schiette, Fiammetta che adesso ripete un’altra cosa semplice: «Abbiamo il diritto di sapere la verità». E quest’anno, per la prima volta, nell’anniversario della morte del padre, ha deciso di non restare nella sua amata Pantelleria. Il 19 luglio Fiammetta è a Palermo, per essere ascoltata dalla commissione Antimafia.
L’urlo di Fiammetta si fa lucido ragionamento. «Perché nostro padre ci ha insegnato a sollevare un caso solo se ci sono le prove — dice — e qui le prove sono evidenti». Le sue parole continuano a essere semplici e dirompenti. È la zia Rita a spiegare la ragione di tanta forza: «Fiammetta è autorevole perché finora non ha mai parlato, per cui quello che dice è Vangelo». Ora è Fiammetta la voce della famiglia, mentre Lucia ha già archiviato la parentesi politica da assessora del governo Crocetta e Manfredi, commissario di polizia, fa sempre meno uscite pubbliche, preferisce un memorial di calcio all’ennesima commemorazione.
Fiammetta chiede alla commissione Antimafia di intervenire. E probabilmente si aspettava anche un intervento del Consiglio superiore della magistratura, che però non è ancora arrivato. E allora Fiammetta torna a farsi sentire, con una lettera inviata due giorni fa a Palazzo dei Marescialli. Chiede di sapere che fine abbia fatto la richiesta del consigliere Aldo Morgini, che a luglio aveva sollecitato l’apertura di un fascicolo. Il Csm aspetta le motivazioni del “Borsellino quater”, che ha analizzato i passaggi del depistaggio, ma ha già incardinato una pratica. Fiammetta torna a chiedere: «Il nostro obiettivo è cercare la verità su quanto accaduto, fare luce sull’operato dei magistrati all’epoca in servizio alla procura di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, Carmelo Petralia, Anna Maria Palma, Nino Di Matteo, quest’ultimo arrivato nel novembre 1994. Bisogna fare luce anche sull’operato dei poliziotti del Gruppo d’indagine sulle stragi Falcone e Borsellino, hanno fatto tutti una brillante carriera».
Ancora una volta, le parole semplici e schiette di Fiammetta. Anche quando c’è da precisare, per evitare strumentalizzazioni: «Una parte del mondo giornalistico — dice — ha voluto semplificare il senso delle mie denunce riducendo tutto a un alterco fra me e il dottor Di Matteo. Una semplificazione che fa comodo a qualcuno che si nasconde nell’ombra. Una semplificazione che distoglie l’attenzione sul nostro urlo di dolore, ben più alto».

La Repubblica Palermo, 27 settembre 2017

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