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venerdì 11 agosto 2017

La faida del Gargano / Quella mafia senza paura in uno Stato che non c’è

ATTILIO BOLZONI
È UNA mafia da paura perché non ha paura di niente e di nessuno. Perché si sente forte e invincibile, perché non ha mai trovato qualcuno che ha provato a fermarla. Una mafia padrona in uno Stato che non c’è.
Le recenti statistiche di morte raccontano tanto ma non raccontano tutto sulla cosiddetta mafia garganica, boss e mezzi boss di Cerignola, di Foggia, di Manfredonia, di Vieste. Luoghi lontani, lontanissimi dal grande crimine organizzato rappresentato dai Totò Riina siciliani o dai Piromalli e dai Morabito calabresi, eppure questi sconosciuti Romito o De Palma o Li Bergolis — i nomi dei protagonisti di una guerra che ha fatto 18 omicidi dall’inizio dell’anno, erano stati 17 nel 2016 — sembrano diventati i “re” di un territorio imprigionato dal terrore e avvolto nel silenzio. Una mafia che può contare sulla propria violenza che piega ogni resistenza civile ma soprattutto può contare sull’assenza di un nemico, del nemico naturale che dovrebbe contrastarla: lo Stato italiano. Troppo distratto per occuparsi della “faida del Gargano“, troppo “piccola” la mafia imperante nella parte settentrionale della Puglia per attirare uomini e mezzi occupati altrove a combattere ben altre emergenze criminali. Troppo “locale”, forse anche troppo stracciona. Tanti “troppo” che da ventiquattro mesi hanno trasformato una striscia di terra in un campo di battaglia che è fuori controllo, è zona franca, è cosa loro.

Qualche riga più su abbiamo scritto che le statistiche più nuove non offrono un’analisi completa su ciò che sta accadendo nella provincia di Foggia, ma c’è un dato molto significativo — svelato dal procuratore capo della repubblica di Bari Giuseppe Volpe al nostro Giuliano Foschini — che spiega quale “buco nero” è questa Puglia dove si scannano più che nella Chicago degli Anni Trenta o nell’infernale Palermo della seconda guerra di mafia fra la primavera del 1981 e l’autunno del 1983. Il procuratore capo Volpe dice che ci sono 280 — duecentottanta — omicidi “irrisolti”, omicidi senza colpevoli, dal 1970 ad oggi. Vuol dire che non ci sono state indagini adeguate, vuol dire che nessuno ha investigato su un fenomeno criminale con l’attenzione dovuta, vuol dire che quella provincia foggiana dobbiamo considerarla un’area estranea, staccata dal resto dell’Italia. Un posto con le sue leggi che non sono le nostre leggi. Vogliamo far comandare lì e per sempre i Romito e i Li Bergolis? Vogliamo che siano loro, solo loro, i signori del territorio come in effetti lo sono stati in questi ultimi anni?
Una volta li chiamavano “i porcai” perché avevano allevamenti di maiali e campavano anche di quello. Ma i “porcai”, piano piano e nell’indifferenza più totale, sono diventati una forza criminale che può permettersi scorribande come quella di ieri. Non sono più “porcai” ma trafficanti di droghe che hanno un rapporto privilegiato con i clan albanesi che abitano difronte, sono riciclatori di denaro sporco investito nelle strutture alberghiere del Gargano, sono estorsori che succhiano il sangue agli operatori turistici di una delle coste più belle della Penisola.
Hanno fatto il “salto di qualità”. Senza ostacoli, senza problemi. Liberi di fare agguati, inseguimenti, esecuzioni. Ha ragione Michele Merla, il sindaco di San Marco in Lamis, a dire: «Solo chi non vuole non vede quello che sta succedendo». Forze di polizia a ranghi ridotti, la procura distrettuale di Bari a distanza di sicurezza, Foggia che non è Italia e non è Europa ma solo una sacca infetta. Così quelli che chiamavano “i porcai” si possono scatenare. Così gente come i Romito e i Libergolis diventano mafia.

La Repubblica, 10 agosto 2017

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