domenica 27 agosto 2017

I passaggi a vuoto dell’antimafia. Ma è davvero finito il tempo degli eroi solitari?

UMBERTO SANTINO
Nel ventiseiesimo anniversario dell’assassinio di Libero Grassi, se non vogliamo limitarci a un rito stanco e ripetitivo, gli dobbiamo un atto di maturità e di lealtà. Dalla sua denuncia in quasi totale solitudine sappiamo che molte cose sono cambiate: i commercianti e gli imprenditori che denunciano non sono più un’eccezione, anche se non si può dire che costituiscano la regola; sono nate associazioni antiracket in buona parte dell’Italia, c’è un impegno delle istituzioni e la lotta contro le estorsioni è diventata una delle forme più significative dell’antimafia e più ricche di risultati. Ma negli ultimi anni un percorso che sembrava decisamente avviato a produrre un profondo mutamento nei comportamenti degli operatori economici e dei cittadini, consapevoli che il pizzo riguarda anche loro, mostra incrinature e pone problemi. Affrontarli, con un confronto franco e aperto, mi pare il modo migliore per ricordare Libero Grassi.

Il movimento antiracket, tenendo conto della pervasività del fenomeno estorsivo e della complessità dei rapporti che da esso scaturiscono, deve confrontarsi con una società in cui non è facile distinguere tra chi compie scelte limpide e definitive e chi, per origini familiari, per legami forti e codici culturali sedimentati, non riesce a dare un taglio netto. Si parla di figure borderline e si pone un dilemma: emarginarle e condannarle a una sudditanza irredimibile o accompagnarle, con intelligenza e con gli occhi ben aperti, in un percorso di liberazione? Non è un problema nuovo, ma è antico quanto l’antimafia. Se ne discusse già ai tempi dei Fasci siciliani, accogliendo nelle loro file pregiudicati e offrendo loro una possibilità di affrancarsi coinvolgendoli in un progetto collettivo. Per andare a tempi più recenti, quando alcune donne del popolo palermitano si sono costituite parti civili in processi di mafia, a cominciare dal maxiprocesso, rompendo con la cultura della passività e della soggezione, e hanno avuto il sostegno solo di pochissimi, mentre gran parte dello schieramento antimafia le ha isolate, avanzando riserve sulla personalità delle vittime, non si è dato un buon segnale: invece di incoraggiare altri a seguire il loro esempio, si è avuto l’effetto di inchiodarli a un destino già segnato.
Per alcuni l’antimafia sembra essere un club esclusivo, una forma di perbenismo. Ma non va dimenticato che personaggi mafiosi hanno cercato di cavalcare la protesta popolare e non c’è da sorprendersi se ora non hanno problemi a travestirsi da antimafiosi.
I protagonisti dell’azione antimafia sono soggetti diversi: comitati, centri, associazioni, organizzazioni strutturate e gruppi informali, che vengono rappresentati come soggetti della società civile, un’espressione che nel linguaggio contemporaneo ha indicato l’insieme di raggruppamenti e relazioni che agiscono e si sviluppano al di fuori dei poteri istituzionali, con i partiti politici che avrebbero fatto da ponte. L’accento posto sullo strapotere dei partiti, che avrebbero monopolizzato e saccheggiato i poteri pubblici, ha portato a considerare la società civile come il mondo nuovo che scalzava la partitocrazia e rigenerava la democrazia. La crisi, fino alla sparizione, della forma partito, sostituita da clan personali, rilancerebbe il ruolo alternativo della società civile. È un’illusione. La crisi della democrazia, poiché di questo si tratta, riguarda non solo le forme storiche di rappresentanza, come il partito e il sindacato, ma anche le varie articolazioni della società civile, afflitte anch’esse da vizi non minori: il leaderismo, il protagonismo, la corsa alla spartizione dei fondi pubblici. La “società liquida” è un mare abitato da questi pesci.
Rispetto ad altre forme di mobilitazione sociale, l’azione antimafia ha una sua peculiarità, coniugando la lotta contro le mafie, i poteri criminali, con la lotta contro le forme di criminalizzazione del potere, le interazioni tra crimine e istituzioni che hanno segnato la storia del nostro Paese e spiegano la persistenza del fenomeno mafioso e di altri fenomeni ad esso assimilabili. L’antimafia vuole essere insieme coscienza critica e pratica di mutamento, ma non è vaccinata contro involuzioni e tentazioni a cui non sempre è facile resistere. Gli avvenimenti degli ultimi anni sono casuali, meri incidenti di percorso, o pongono interrogativi di fondo? Qualche esempio: proclami antimafia a cui non corrispondono comportamenti coerenti, protocolli di legalità e codici etici che rimangono sulla carta, rapporti con le istituzioni che si risolvono in scambi di favori, le associazioni fantasma, l’attivismo senza riflessione. Ma un conto è la denuncia puntuale e documentata, un altro la generalizzazione che mira a delegittimare, con effetti che possono essere disastrosi.
Libero Grassi parlava di “qualità del consenso”, riferendosi alle forze politiche, ma il discorso vale anche per l’antimafia e la società civile. Appiattirsi sull’esistente, ritagliarsi uno spazio, riservarsi corsie preferenziali, assicurarsi scampoli di rendite, vuol dire gareggiare per ottenere il consenso al livello più basso. Andare controcorrente, non per partito preso e per vocazione minoritaria, ma per aprire prospettive di cambiamento, è un rischio e una scommessa. Se riteniamo che l’esempio di Libero Grassi abbia ancora un senso, vale la pena correre questo rischio e accettare questa scommessa. E per tenere i piedi per terra, che diciamo all’imprenditrice Magda Scalisi, che da quando gestisce il rifugio Parco dei Nebrodi riceve continue minacce, e al restauratore di Brancaccio che ha fatto arrestare gli estorsori, ha perso il lavoro e si sente uno sconfitto? Il tempo degli eroi solitari non è ancora finito?

La Repubblica Palermo 27 agosto 2017

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