martedì 22 agosto 2017

Emanuele Macaluso: “Sicilia laboratorio della politica privatizzata”

Emanuele Macaluso
EMANUELE LAURIA
«Ma quale laboratorio, il sistema politico siciliano è spappolato. Più di quello nazionale. Mi dica lei se è giusto che, sul finire della mia esistenza, debba assistere a questo disastro». Il senatore è stanco ma non domo. Da una località di vacanza, in Alto Adige, Emanuele Macaluso disegna uno scenario “da paura”, per sua stessa ammissione, e lancia l’allarme: «Questa situazione non potrà che avere gravi ripercussioni soprattutto per il centrosinistra».
Senatore, sta seguendo questo lungo valzer di alleanze e candidature?
«Leggo i quotidiani, come sempre».
E cosa ha capito?
«Ciò che sta accadendo mette in evidenza il fatto che il sistema politico siciliano è spappolato, più di quello nazionale. Non esistono più i partiti e neppure forme organizzative che li ricordano. Esistono singole figure che considerano gli elettori una proprietà personale».
I nomi.

«Cominciamo da Leoluca Orlando. Ha un suo candidato, il rettore Micari, che dicono sia una brava persona seppure non molto conosciuto. Il punto è un altro: Orlando parla e indica un nome come se fosse egli stesso un’entità politica. Allo stesso modo si comporta il presidente della Regione: pronto a correre, per conto suo, in mancanza di una indicazione del Pd. Vuole che continui?» Prego.
«Prendiamo Alfano. Vuole decidere il candidato, per la destra come per la sinista. Ma scegliendo fra i suoi amici, non in base alle indicazioni di una collettività. Poi c’è Berlusconi che sceglie per suo gusto personale, Micciché che non vuole il fascista, la Meloni e Salvini che invece reclamano Musumeci. Insomma, la politica rubricata a fatto privato. Non esiste al mondo, neppure nei più arretrati Paesi dell’Africa, una situazione di questo tipo ».
Non è che nella Prima repubblica i leader di partito non condizionassero le scelte.
«Guardi, il Pci aveva un comitato centrale, la Dc e il Psi decidevano dopo aver consultato i propri organi collegiali. C’era sempre una mediazione, fra posizioni che erano espressione di forze organizzate, di elettori, di militanti. Chi esprimeva una candidatura, in Sicilia, aveva sì un rapporto diretto con il leader ma anche un rapporto con la società. Oggi tutto questo non c’è più».
Come si viene fuori da questa impasse?
«La cosa più grave è che nessuno lo sa. E nessuno si preoccupa più di tanto il problema di cosa fare, di promuovere un dibattito su come amministrare la Regione, su come andare oltre la gestione dell’esistenza, su cosa fare di un’Autonomia che è un’ombra del passato. L’autonomia siciliana doveva ridurre il divario con le regioni del Nord, ma la forbice si è allargata».
Un atto di accusa soprattutto nei confronti della “sua” sinistra.
«Neanche nel Pd c’è un’idea chiara. Il segretario regionale, Raciti, è un bravo ragazzo ma non conta molto. E comunque aspetta che Renzi dica chi è il suo candidato. Non c’è uno che promuova un dibattito ».
Renzi afferma che la Sicilia è importante, ma il risultato delle elezioni regionali isolane non inciderà sugli equilibri interni del partito.
«Mi sa che si sbaglia. Se il Pd incasserà un’altra sconfitta, ciò avrà delle ripercussioni sulla sua leadership. Guardi, non so se si può dire ancora che la Sicilia è un laboratorio politico. Di certo è la seconda regione d’Italia per numero di abitanti, e oggi i leader guardano giustamente ai numeri: un chiaro orientamento, questa regione, lo esprimerà in vista delle Politiche ».
Il Pd non ha presentato un candidato e una lista alle Comunali di Palermo, e per le Regionali potrebbe non avere un portabandiera.
«È il risultato di un fallimento politico. L’occasione rappresentata dal primo governatore di centrosinistra eletto dai siciliani purtroppo sembra essere stata sprecata. Il principale partito della coalizione dovrebbe essere unito e allargare i confini. Se non lo fa, ha già perso».
[/RISPOSTA] Come finirà?
«Allo stato, se Crocetta e Pd restano separati, la vittoria è del centrodestra o dei grillini. Questi ultimi giocano sulle negatività, si muovono negli spazi lasciati dagli altri. Ma non hanno un progetto di governo, basti vedere quello che sta accadendo a Roma. Il movimento 5 Stelle non può rappresentare una prospettiva. Viviamo una condizione molto grave: non c’è più una forza politica che sia anche culturale, mancano quelle battaglie del passato che in Sicilia hanno visto protagonisti quali Leonardo Sciascia, il giornale L’Ora, alcuni docenti universitari. È brutto vedere questa situazione sul finire della mia esistenza. E non mi chieda neppure per chi voterei: nelle urne ho sempre espresso un’opinione su un progetto e non su una persona. Oggi ci sono solo persone. Con il deserto alle spalle».

La Repubblica Palermo, 22 agosto 2017

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