giovedì 31 agosto 2017

Ascesa e caduta di don Vito, il sindaco “in mano ai corleonesi”

Vito Ciancimino
LINO BUSCEMI
LA STORIA DEGLI AMMINISTRATORI DI PALERMO DALL’UNITA’ D’ITALIA A OGGI
LA FLESSIONE subita dalla Dc alle amministrative del 7 giugno 1970 interruppe un lungo periodo di successi elettorali. Ad avvantaggiarsi del calo dei seggi e dei voti democristiani e delle destre furono il Psi e il Pri. In città, intanto, il clima politico e dell’ordine pubblico non prometteva nulla di buono: il sindaco uscente, il dc Spagnolo, ambiva a una riconferma; Vito Ciancimino, consigliere comunale da alcuni anni ma privo di incarichi assessoriali premeva energicamente sui suoi leader per ottenere l’investitura a sindaco di Palermo; Salvo Lima e Rosario Nicoletti, preoccupati dello strapotere di Gioia (alla Regione e alla Provincia), si misero di traverso per impedire che Palazzo delle Aquile restasse nelle mani del loro avversario; la mafia intimoriva e uccideva con inaudita ferocia (gli omicidi avvenivano non solo per strada ma anche nelle corsie degli ospedali); il 17 settembre ’70 venne rapito sotto casa il giornalista de L’Ora Mauro De Mauro. Non se ne saprà più nulla.

Rispetto a tale difficile situazione, al Comune verrà mandato in scena un “dramma” che scuoterà la politica locale e nazionale fra proteste e indignazione. Il già chiacchierato Vito Ciancimino il 13 ottobre ’70 venne eletto sindaco della città. Una forzatura, assai rischiosa, voluta da Gioia per premiare l’uomo che lo ha sostenuto nel duro scontro con Lima. C’era chi, invece, vedeva nell’ostinazione di Gioia un primo tentativo per “bruciare” l’invadente aspirante sindaco. La conferma viene da Elio Sanfilippo, il quale ha rivelato in un suo libro (“Quando eravamo comunisti”, edizioni Passaggio) che alla richiesta di spiegazioni su quella candidatura, formulata da un titubante Aristide Gunnella (Pri), Gioia pare abbia risposto: «Va bene, così ce lo togliamo dai c...».
L’elezione di Ciancimino fu definita dalla commissione parlamentare Antimafia «una sfida». Un consigliere comunale dc, Alberto Alessi, indignato, annunciò le sue dimissioni dalla carica. Mentre il comunista Emanuele Macaluso, il 15 ottobre ’70, scrisse al presidente dell’Antimafia Francesco Cattanei definendo l’elezione di Ciancimino una «umiliazione della democrazia» e chiedendo l’apertura di «una indagine particolare sul periodo in cui il signor Ciancimino è stato assessore... disponendo in ogni caso accertamenti sul patrimonio» del sindaco.
La commissione, di fronte a tanto clamore, si dette una mossa e dispose approfondite indagini. Ciancimino reagì in maniera furibonda, gridò al complotto, attaccò l’Antimafia, preannunciò querele e sollecitò la solidarietà dei massimi esponenti del suo partito. La città era allo sbando, ma lui tirò dritto con inusitata protervia.
Vito Ciancimino era nato a Corleone il 2 aprile 1924, dove trascorse gli anni dell’adolescenza. Tra il ’46 e il ’50 ebbe inizio la sua attività politica nella Dc. Tra il ’55 e il ’56 fu eletto segretario della Dc palermitana e consigliere comunale. Dal 1959 al 1964 sarà ininterrottamente assessore ai Lavori pubblici, proprio nel momento della selvaggia espansione edilizia della città verso la Piana dei Colli e non solo. Da sindaco preannunciò programmi ambiziosi, ignaro della tempesta in arrivo. Il 28 ottobre ’70 il capo della polizia, Angelo Vicari, dichiarò che su Ciancimino condivideva le riserve della commissione Antimafia. Per don Vito fu un duro colpo. Reagirà a modo suo, dicendo che il problema non era lui ma la «scomoda» corrente fanfaniana. Riguardo ai rapporti mafia-politica, affermerà che a lui «non risultavano», benché un suo assessore, Giuseppe Trapani, fosse affiliato alla “famiglia” di Porta Nuova. Capì che doveva gettare la spugna, ma tergiversava perché il 6 dicembre ’70 avrebbe dovuto accogliere alla stazione centrale, in pompa magna, il nuovo arcivescovo Salvatore Pappalardo. L’incontro fu gelido e formale (la foto di Ciancimino con la fascia tricolore che bacia l’anello del presule è letteralmente sparita) e il sindaco comprese che dalla Chiesa non poteva aspettarsi alcunché. Due giorni dopo, l’8 dicembre, dopo 85 giorni di sindacatura si dimetterà. Per conoscere il nome del suo successore si dovranno aspettare più di quattro mesi.
Ciancimino, comunque, non rinuncerà alla vita di partito. Nel ’76 passerà con Lima e condizionerà la vita amministrativa fino agli anni Ottanta. Il 3 novembre del 1984 sarà arrestato e condotto a Rebibbia. Sarà ricordato come il primo politico condannato in via definitiva, a otto anni di reclusione, per associazione mafiosa e corruzione.

La Repubblica Palermo, 31 agosto 2017

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