lunedì 24 luglio 2017

Tomasi, l’uomo che non seppe di essere diventato un caso

Giuseppe Tomasi di Lampedusa
MARCELLO BENFANTE
Il personaggio. L’anniversario. Il 23 luglio del 1957 moriva il principe-scrittore non ancora consegnato alla gloria: un autore che non fu personaggio per lo scarso materiale mediatico sulla sua vita, ma che divenne mito. Nel senso che quel giorno di sessant’anni fa moriva l’uomo, pressoché sconosciuto al mondo delle Lettere, e si ponevano le condizioni perché sorgesse il mito, il quale gode per statuto dei privilegi dell’eternità, ossia di una perpetua attualità, ancorché fittizia e revocabile.
Allorché muore, il Lampedusa non è ancora l’autore del “Gattopardo”. Che ha già scritto, ma non ancora pubblicato. Anche in questo caso, non diremo che non è ancora nessuno, per il pubblico e per l’intellighenzia nazionale, ovviamente. Diremo, pirandellianamente, che non è ancora qualcuno. Muore, cioè, prima di essere irretito in uno schema interpretativo che avrebbe potuto influenzare il prosieguo della sua carriera letteraria. È, se vogliamo, un’osservazione lapalissiana. Non priva però di un’illuminante rivelazione. Giuseppe Tomasi si congeda dal mondo e dalla fama giusto in tempo per non trasformarsi in un “caso”. D’altronde, è la morte stessa a determinare una (e non la più importante) delle condizioni da cui il “caso” sortisce.

Ma il dato più rilevante è che l’Italia degli ultimi anni Cinquanta non è ancora provvista di un sistema di mass-media in grado di costruire miti culturali a livello industriale.
Al suo apparire, nel 1958, il “Gattopardo” scatena un acceso dibattito tra sostenitori e detrattori. La critica si divide sul genere in cui collocare il romanzo, sull’orientamento ideologico da attribuirgli, sul suo valore letterario, sul senso complessivo dell’opera. Nasce una querelle che fondamentalmente non si è ancora chiusa. Ma intanto dell’autore si sa ben poco. Le prime biografie sono piuttosto approssimative. Ma soprattutto è carente il materiale mediatico. L’autore finalmente c’è, sebbene postumo. Manca invece il personaggio (stavolta non in termini pirandellisti).
Per lungo tempo, quasi tutto ciò di cui il pubblico dispone è il ritratto che del principe di Lampedusa fa Giorgio Bassani nell’introduzione al “Gattopardo”, dove descrive, come appunto a fondare una mitologia, la magia degli inizi in quell’estate del 1954 a San Pellegrino Terme, dove Giuseppe Tomasi ha accompagnato il cugino Lucio Piccolo che, su invito di Eugenio Montale, partecipa a un convegno letterario.
All’evento, «confortato dall’intervento della Televisione e di un manipolo di fotoreporter», Giuseppe Tomasi è appena un gregario all’ombra di Piccolo, cui ha arriso un’impronosticata fortuna letteraria grazie alla silloge di nove liriche da cui sortiranno i suoi “Canti barocchi”. All’occhio un po’ ironico ma già affascinato di Bassani, il Lampedusa appare come «un signore alto, corpulento, taciturno: pallido in volto, del pallore grigiastro dei meridionali di pelle scura». Leggiamo l’esotico e il meraviglioso in questa raffigurazione. Ma anche un tentativo di estrapolare i sintomi di una morte che a lesti passi s’avvicina. Per Bassani è un’immagine d’ordine (il «pastrano accuratamente abbottonato», la «mazza nodosa» del bastone) da ancien regime che gli ricorda «un generale a riposo».
Qualche anno dopo Bassani è sulle tracce del dattiloscritto non firmato, del “Gattopardo”, grazie alla segnalazione di «una cara amica napoletana». A Palermo trova il manoscritto originale: «Un grosso quaderno a righe, riempito quasi per intero dalla piccola calligrafia dell’autore» che si rivela «assai più completo e corretto della copia dattilografica ». L’apologia di Bassani è vividamente situata nel pittoresco. Il “caso” è dato proprio dall’estraneità di Giuseppe Tomasi al mondo delle lettere, a prescindere dalla qualità altissima del suo libro. Che infatti, a un primo e frettoloso esame, pare una scaturigine anacronistica, sia nello stile che nei valori nostalgici e aristocratici che ne sono il cuore tematico. Anche ai più attenti lettori (perfino Sciascia in prima battuta) sfugge invece la modernità (o addirittura la postmodernità) di un impianto narrativo che usa il modello del romanzo storico per esprimere una contemporaneità profetica.
A consegnare opera e autore al successo di massa, che nel medesimo tempo conferma e tradisce l’ambiguità inafferrabile del romanzo, sarà il cinema, nel 1963, con il film, splendido ma parziale, di Luchino Visconti. Con la riduzione a malinteso motto di spirito dell’aforisma del cambiare tutto per lasciare tutto immutato, il Gattopardo si traduce in gattopardismo, cioè in categoria della mistificazione divulgativa. Non è un caso che il 1963 è anche l’anno in cui si dà convegno, proprio a Palermo, un’avanguardia agguerritissima di scrittori che vogliono mettere in soffitta le forme classiche della letteratura. Il “Gattopardo” però è già oltre, molto più avanti. E di anno in anno, di lettura in lettura, si rivela incessantemente un’opera aperta che si presta a molteplici sguardi perlustrativi.

La Repubblica Palermo, 23 luglio 2017

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