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domenica 30 luglio 2017

Quando il divo Al Pacino organizzò il ritorno a casa del padre Sal

Al Pacino. Il padre era originario di San Fratello.
La madre (Gelardi), invece, era originaria di Corleone
GIANNI BONINA
San Fratello. Le tante trattative e i tanti ambasciatori per vedere l’attore nel paese degli avi paterni da dove nonno Alfio emigrò nel 1908. Durante il set de “Il Padrino III” andò a Corleone, città dei parenti materni, e non nel Messinese
Al Pacino ha perdonato lo sgarbo ricevuto dai parenti di Corleone di nome Gelardi, cugini della madre. Già nel 2008 ci scherzò sopra, parlandone a Roma. Ora è pronto a dimostrarlo, ma l’ultima buona occasione offerta quest’anno dal “Taormina film fest” è saltata per una lite interna alla rassegna. Era stabilito che il 17 giugno Vincenzo Gelardi (che dell’attore colleziona ogni reperto e per anni ha svolto accanite ricerche sulle sue origini) avrebbe chiesto sul palco scusa ad Al Pacino e l’indomani il direttore artistico Gianvito Casadonte avrebbe accompagnato l’attore suo amico e le sorelle nel paese originario dei nonni materni. Dove il primo aprile 1990 Al Pacino subì un torto di cui Corleone si è sempre fatto una colpa.

«Quel giorno - ricorda Gelardi - quando arrivò con Diane Keaton, Andy Garcia e una sola guardia del corpo, pranzando in un ristorante fuori paese, io mi trovavo a Roma per un lutto, sicché il titolare del locale, preso a telefonare a tutti i Gerlandi su espresso desiderio di Al Pacino, non mi trovò. Gli rispose uno zio che credette a un pesce d’aprile e riattaccò». Il ristoratore, Luciano Saporito, telefonò pure a un altro Vincenzo Gelardi, che si occupava di lavorazione del marmo e che oggi ricorda: «Il telefonò squillò a lungo ma io non potei rispondere perché ero impegnato con un tecnico venuto da Milano».
La voce che c’era Al Pacino tuttavia si sparse in un baleno e una Gelardi, informata mentre era dal parrucchiere, pensò di andarci ma la convinsero che era uno scherzo. Dopotutto nessuno aveva mai saputo che gli avi materni fossero stati di Corleone. Lo sapeva solo l’attore che nel 2006 avrebbe rivelato il segreto a una trasmissione televisiva americana. Il divo attese un paio d’ore al ristorante che arrivasse qualche parente, dopodiché, quando si radunarono alcune centinaia di curiosi, fra cui molti sedicenti cugini, trattenuti a fatica dall’accorrere della polizia, andò via indispettito. «Da quel giorno - dice Gelardi - ho fatto di tutto per contattarlo. Più sindaci gli hanno offerto la cittadinanza onoraria, noi parenti gli abbiamo chiesto scusa sulla stampa invitandolo a tornare, ho interessato Maurizio Costanzo, Maria De Filippi, Raffaella Carrà, ho scritto lettere ai suoi agenti, ma non ho ottenuto niente, per cui ho pensato che ci portasse davvero rancore. Ma quando Casadonte (grazie alla mediazione di un funzionario regionale) mi ha prospettato l’incontro e mi ha detto che Al Pacino era d’accordo, è cambiato tutto. Ora che ho un contatto vero, quello di Casadonte, conto di coronare il mio sogno».
Non è un’impresa impossibile, dal momento che Al Pacino avrebbe voluto rivelare la sua anagrafe già la volta in cui, tra una ripresa e l’altra delPadrino III, comparve a Corleone, ma altrettanto non fece a San Fratello, il paese di provenienza dei nonni paterni. I due luoghi d’origine figurano insieme nella saga di Ford Coppola e parrebbe che il cognome del boss sia un tributo ai natali materni mentre il nome della moglie siciliana, Apollonia, un omaggio all’antico toponomo di San Fratello. Dove altre persone lavorano da anni per avere Al Pacino, che vi sarebbe stato in incognito tra il 1960 e il 1962, subito dopo la morte della madre, quando egli stesso ha ammesso di essere venuto in Sicilia e di essersi addirittura prostituito con donne mature, una volta partito dagli Usa, per ritrovare, forse, come il giovane Michael del Padrino, le sue radici o scampare a un pericolo legato ai suoi venti anni scapestrati.
«Stiamo accertando i fatti - dice Biagio Lisa, presidente di Memoriam Book, un’organizzazione che anche online opera a ricostruire le origini dei divi. - Ad ottobre sarò a New York e conto di portare Al Pacino l’anno prossimo in Sicilia. Non posso dire di più».
Nel 2010 sembrò che ce l’a- vesse fatta Benny Caiola, il tycon sanfratellano che aveva fatto fortuna oltreoceano e vantava una collezione di quaranta Ferrari. Tornando quasi ogni anno in paese, disse infine che la volta successiva sarebbe venuto con Al Pacino di cui era amico, ma morì prima di poter mantenere la promessa. Una decina di anni prima il proposito era stato del padre dell’attore, Sal Pacino, annunciato al cugino Cirino Oriti, il cui nonno materno era un Latteri, fratello del nonno di Al Pacino. «Mi disse che aveva convinto Al a venire ma nel 2005 è morto», dice Oriti, che nel 1991 ospitò proprio Sal e la sua compagna, parlando con lui unicamente in gallo italico, qualche parola della cui lingua anche Al Pacino ha più volte pronunciato in pubblico avendola appresa proprio dal padre.
«I rapporti tra i due migliorarono - racconta Oriti - tempo dopo che Salvatore abbandonò la moglie. È stato proprio l’attore a organizzare il viaggio in Sicilia del padre. Un giorno mi chiamò la prefettura di Messina invitandomi ad andare alla stazione di Sant’Agata di Militello per ricevere un mio parente che veniva dall’America. Così conobbi Sal che per la prima e unica volta fu a San Fratello, essendo nato anch’egli in America, contrariamente a quanto scrivono le biografie. Sapeva tutto del paese e si emozionò molto, chiedendo degli altri parenti che gli feci in parte conoscere. Ci siamo tenuti in contatto telefonico fino alla sua morte. Molte volte mi ha invitato ad andare in America ma non è mai stato possibile. Probabilmente avrei conosciuto anche Al».
Con le sorelle di Sal è stata in corrispondenza un’altra cugina di Al Pacino, Giuseppina Pintaudi, sin da bambina trapiantata in Francia. Giuseppina ha intrattenuto rapporti anche con il cugino Sal e del grande e inavvicinabile figlio attore parla spesso con Pinuccia Di Bartolo, stesso grado di parentela con Al ed emigrata appena nata nel Milanese. «Delle zie di Al Pacino conservo un ricordo: il corredino che mandarono a mia madre quando nacqui». Ogni tanto Pinuccia posta foto del parente attore su Facebook nella inconfessata speranza di poterlo un giorno conoscere di presenza e intanto scrive a “C’è posta per te” ma senza fortuna.
Né miglior sorte ha finora avuto il vicesindaco di San Fratello, Ciro Carroccetto, da anni intento a stabilire la genealogia dei Pacino, cognome che non è sanfratellano: «Non si trova niente all’anagrafe e bisogna affidarsi alla testimonianza dei più anziani».
Non ci sono comunque dubbi sulle origini di Alfio Pacino, emigrato nel 1908 con Giuseppina Latteri, genitori di Salvatore, nato nel 1922 a New York. Era già chiaro quando nel Messinese girarono la terza parte del Padrino e da Cinecittà giunse la richiesta dei costumi da giudei tipici della Pasqua sanfratellana: furono spediti senza conoscerne l’impiego e tornarono indietro venti giorni dopo, perché per la scena sul palco del teatro Massimo il regista preferì tuniche bianche anziché le dissacranti vesti giallo-rosse che solo Al Pacino poteva aver suggerito.
Alla fine nessuno dei parenti, tra San Fratello e Corleone, ha mai avuto un contatto diretto con Pacino. A esserci arrivato vicino è stato un estraneo, Francesco Buttà, sanfratellano che vive a Sant’Angelo Lodigiano dove cura un’associazione pro emigrati. Per Taofest 2017 aveva avuto approvato dall’assessore regionale Barbagallo un progetto che prevedeva, in presenza di Al Pacino, il lancio di due colombi, simbolo dell’emigrazione dei nonni. Era riuscito a fare avere all’attore, attraverso il suo legale a Los Angeles, una lettera che aveva avuto risposta positiva: «Ora sono in contatto con la sorella. Prima o poi ce la faremo a vedere Al Pacino a San Fratello».

La Repubblica Palermo, 30 luglio 2017

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