mercoledì 5 luglio 2017

"PERCHE’ HO SCELTO DI FARE IL MAESTRO ELEMENTARE..."

Una intervista a Franco Lorenzoni di Daniele Novara, apparsa sulla rivista “Conflitti”.
1) Da dove nasce la tua scelta di fare il maestro elementare? Come sei arrivato a una professione che oggi gli uomini tendono a snobbare?
Da ragazzo facevo politica credendoci con tutto me stesso. Avevo 15 anni nel 1968, quando in molti pensavamo di poter rovesciare il mondo. Entrai a “Lotta continua” e il 25 aprile del 1974, quando scoppiò la rivoluzione dei garofani, sono partito immediatamente per Lisbona, dove sono rimasto quasi due anni lavorando come corrispondente per il nostro giornale. Ho partecipato a tutte le fasi di quella straordinaria rivoluzione pacifica che ha liberato il Portogallo da 48 anni di fascismo, convincendo mio padre che quella era la mia università, così non mi sono mai laureato. Quando la sinistra rivoluzionaria entrò in crisi e precipitammo negli anni bui del terrorismo ero smarrito ed ebbi la fortuna di incontrare per caso un amico che stava facendo la maturità magistrale per diventare maestro. La feci anch’io senza troppa convinzione, ma ebbi la straordinaria fortuna di incontrare il gruppo romano del Movimento di Cooperazione Educativa, che è stato il luogo a cui devo tutto, riguardo alla mia formazione come maestro. Il MCE mi attrasse perché era a suo modo anche quello un gruppo rivoluzionario. Si trattava tuttavia di una rivoluzione più sottile, concreta, corporea, al tempo stesso intima e sociale. Nel territorio dell’educazione, infatti, è evidente che se hai il desiderio di aiutare a crescere e tentare di aprire nuove strade agli altri, ai più piccoli, devi innanzitutto metterti in gioco e provare a conoscere qualcosa di più di te stesso. Ed è un processo lungo, che non finisce mai.

2) Nei tuoi libri parli spesso del pensiero magico dei bambini valorizzandolo moltissimo. Non ti sembra che il mondo degli adulti lo stia soffocando?
Non parlerei di pensiero magico, ma di cultura infantile. Una cultura che risponde a regole parzialmente diverse dalla razionalità adulta. Per i bambini non ci sono confini rigidi tra dentro e fuori, tra ciò che è vivo e ciò che è morto. Spesso scambiano il particolare col generale, come noi adulti facciamo nei sogni. Nel gioco, inoltre, bambine e bambini praticano di continuo la sospensione dell’incredulità, che è una qualità umana fondamentale, di cui sono maestri. Senza quella sospensione non potremmo immergerci in un romanzo, andare a teatro o vedere un film. Non ci sarebbe l’arte. 
Grazie ad Alessandra Ginzburg, nel MCE romano indagammo a fondo i connotati del pensiero infantile, accorgendoci della paura di caos e sperdimento che a volte suscita in noi adulti. Se vogliamo ascoltare davvero i bambini, dobbiamo accogliere il loro presente tutto intero, sospendendo l’incessante pressione che esercitiamo su di loro perché crescano e smettano di essere troppo diversi da noi. Dobbiamo imparare ad accogliere tutte le diversità e moltiplicare i linguaggi in modo da dare voce anche a chi sembra non avere parole. 

3) Anni fa lanciasti un appello contro l’invadenza digitale a scuola e in famiglia: i bambini sono in pericolo?
I bambini sono sempre in pericolo perché il mondo adulto tollera a stento la libertà e l’anarchia dell’infanzia, narrata magistralmente da Elsa Morante ne Il mondo salvato dai ragazzini. In questo momento trovo particolarmente pericolosa l’alleanza tra l’onnipresente invadenza del mercato tecnologico e una certa pigrizia e assuefazione adulta, che nei confronti dei bambini si mostrano al tempo stesso ansiosi e distratti. Bambine e bambini, nel loro lento e faticoso processo di adattamento ci imitano. Se stiamo sempre attaccati ai nostri smatphone o a schermi d’ogni dimensione, è evidente che per loro quegli schermi diventano irresistibili oggetti di desiderio fin dal primo anno di vita. 
Ora, poiché le case sono piene di apparati tecnologici che occupano una smisurata quantità del tempo di gioco dei bambini, ritengo che, nella scuola dell’infanzia e almeno nei primi due anni della scuola elementare, sia necessario proporre altri giochi e altre attività che abbiano al centro il corpo tutto intero che esplora, si sporca e si muove conoscendo la terra toccandola e coltivando, uscendo ad osservare vento e nuvole anche in città, manipolando ogni sorta di materiali e costruendo con le mani. Una parte importante della nostra intelligenza si può attivare solo nel corpo a corpo con la realtà, quando ci incontriamo, ci scontriamo, ci accordiamo con gli altri in quella straordinaria palestra delle relazioni umane in cui si trasforma ogni classe, quando riusciamo (talvolta a fatica) a costruire una comunità fondata sulla curiosità reciproca e la capacità di continuare sempre a stupirci gli uni degli altri, non dando nulla per scontato.

4) “Con il cielo negli occhi” è il titolo di un tuo famoso libro che racconta un’esperienza in cui i bambini sono veri protagonisti nella natura. Qual’era lo spirito pedagogico di questa esperienza?
Penso che la natura sia una straordinaria compagna di giochi e non c’è manufatto umano comparabile per complessità e ricchezza di evocazioni a un albero, a un paesaggio, a un cespuglio in cui intrufolarsi o a una stella. Il primo anno che insegnavo a Giove un giorno un ragazzino di nome Giancarlo venne in classe con in mano un foglio a quadretti strappato e tratteggiato di azzurro. Indicando un grappolo di stelle disegnate a matita fece molte domande. Io non risposi, mostrai il foglio agli altri bambini e decidemmo, la sera stessa, di provare a disegnare tutti alla maniera di Giancarlo. Da quella sua intuizione è nata una sperimentazione didattica che ho poi narrato in “Con il cielo negli occhi”. Ancora oggi, dopo trentatré anni, l’idea di disegnare uno sguardo che s’interroga continua ad affascinarmi. Per questo colleziono e propongo a tutti di osservare tramonti per aspettare il solstizio, disegnando finestrelle astronomiche, come le chiamarono allora i bambini.

5) Ci racconti qualcosa sulla Casa Laboratorio di Cenci?
Nel 1980, con un gruppo di insegnanti del MCE e una attrice di teatro fondammo una casa-laboratorio, ricostruendo e adattando poco a poco un vecchio casale che si trovava isolato in fondo a una valle umbra, vicino ad Amelia. L’idea era quella di creare un luogo di ospitalità libera e aperta in cui sperimentare ciò che non è possibile fare a scuola, come inoltrarci nel bosco od osservare il cielo di notte. Un luogo che permettesse a grandi e bambini di sperimentare, nel tempo lungo di stage e campi scuola di più giorni, un contatto diretto con gli elementi del cosmo. Da allora molte cose si sono trasformate e, con l’arrivo a Cenci di Roberta Passoni, le nostre sperimentazioni in campo ecologico, teatrale e interculturale si sono arricchite e articolate maggiormente, comprendendo esperienze orientate all’inclusione dei più fragili.

6) Di tutta la tua esperienza di maestro, qual è la scoperta più importante che vivi e che vuoi comunicare ai nostri lettori?
Nel libro “I bambini pensano grande” ho riportato molti dialoghi raccolti in classe perché volevo mostrare quanto possa andare lontano e in profondità il libero ragionare sulle cose più diverse, quando abbiamo il coraggio di fare meno cose, ci regaliamo tempo  e siamo in grado di creare un contesto di ascolto privo di giudizio.
Dopo quasi quarant’anni, quando entro in classe la mattina sono ancora pieno di desiderio, perché la cosa che più mi piace è ascoltare come bambine e bambini, attraverso gesti e parole, cercano di dare un qualche ordine a un mondo che forse ordine non ha. So per esperienza che, quando riusciamo a dare dignità ai pensieri e ai ragionamenti di tutti, davvero di tutti, sperimentiamo la felicità del conoscere insieme, del costruire un sapere condiviso tutto nostro. Quello che ha fatto dire in quinta elementare a Marianna, dopo quattro mesi trascorsi a esplorare “La scuola di Atene” di Raffaello, una frase che a mio avviso rivela ciò che noi insegnanti non dovremmo dimenticare mai: “Raffaello ha fatto veri i filosofi per metà, noi per l’altra metà”.  Se non trovi il modo di fare tuo un quadro, un libro, un argomento di storia e anche un teorema, se non lo riscrivi dandogli vita a modo tuo, con parole e sentimenti e ragionamenti che non possono essere che tuoi, quell’oggetto culturale rimarrà distante, inerte, morto. La cultura o è relazione viva o non è.


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