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giovedì 1 giugno 2017

Prima della bomba della strage di Capaci

Da sx: Francesca Morvillo e Giovanni Falcone
PIERGIORGIO MOROSINI
1. «Non c’è tempo da perdere, bisogna mettere da parte le guerre tra il Csm, l’Anm, il guardasigilli, i partiti. Cosa Nostra delinque senza soste, mentre noi litighiamo senza soste». A quattro giorni dalla strage di Capaci, Giovanni Falcone affida ad un giornalista partenopeo parole drammatiche e premonitrici. Lo fa a commento dei segnali di ferocia mafiosa che si andavano intensificando nella primavera del 1992. Segnali che in Sicilia si erano già materializzati negli omicidi eccellenti del parlamentare Salvo Lima e del maresciallo Guazzelli, dando l’avvio ad una stagione di attentati che rendeva ancor più convulsa la delicata transizione politico-istituzionale del nostro Paese. È questo uno dei passaggi chiave dell’ultimo libro di Giovanni Bianconi, L’assedio. Troppi nemici per Giovanni Falcone (Einaudi, 2017).
Un racconto incalzante sull’ultimo anno di vita del magistrato, frutto di una puntigliosa ricerca di fonti e della peculiare sensibilità della penna del Corriere della sera su crimine organizzato, trame eversive e proiezioni giudiziarie. Che, quindi, offre spunti di riflessione anche su pagine ancora oscure della “Prima Repubblica” e sul ruolo della mafia nel tempo della transizione, dopo la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda.
La tela narrativa viene imbastita su due scenari che, idealmente, finiscono per intrecciarsi. Quello dei covi mafiosi, con Riina e compagni alla ricerca di nuove alleanze per l’impunità e alle prese coi progetti di vendetta a cavallo della decisione della cassazione sul “maxi-uno”. Quello istituzionale del palazzo di via Arenula, sede del Ministero della giustizia, con il magistrato siciliano determinato a condurre in porto il progetto di una legislazione più efficace nel contrasto ai clan.
Sul primo scenario Bianconi compendia una miriade di sentenze e ordinanze molte delle quali, naturalmente, successive al 1992. Sul secondo, la trama è dettata soprattutto dalle parole di Falcone tratte dagli atti giudiziari a sua firma, dalle audizioni davanti al Csm, dalle interviste, dagli editoriali su quotidiani nazionali, dagli interventi nei convegni e nei dibattiti pubblici, anche televisivi. E si completa coi ricordi delle persone che hanno lavorato al suo fianco; oltre che con le dispute con altri magistrati, con esponenti della politica e con osservatori di vario genere.
Tante le chiavi di lettura de L’assedio. Difficile riassumerle in poche righe. Il contributo di Falcone nei processi a Cosa Nostra; le alleanze nell’ombra tra i clan e segmenti deviati delle istituzioni e del circuito economico finanziario; le idee del giudice sulle strategie antimafia e le divergenze con altri magistrati; l’impegno al Ministero di grazia e giustizia; il rapporto complesso con il Consiglio superiore e con le componenti della magistratura associata.
I progetti, le delusioni, i ritagli di vita personale, le speranze e le ansie sono ben descritti nel libro. E ci consegnano un ritratto genuino, di per sé difficilmente strumentalizzabile. Bianconi ha, dunque, il merito di averci consegnato un lavoro lontano da quelle biografie interessate che hanno tirato Falcone da una parte e dall’altra, facendogli dire ciò che non aveva mai pensato, con operazioni che qualcuno ha definito da “sottrazione di cadavere”.
2. Anche negli anni 1991 e 1992, per Cosa Nostra, Giovanni Falcone resta il “nemico numero uno”. Non per quello che aveva detto ma per ciò che aveva fatto da giudice istruttore. Ci sono capitoli de L’assedio dedicati ai preparativi dell’agguato, iniziati mesi prima di Capaci, con l’invio di una pattuglia di sei mafiosi nella capitale.
Riina e i suoi accoliti non gli avevano mai perdonato di essere stato l’artefice principale del “maxi-uno”. Per loro quel giudice era una ossessione. Ricordavano che, nonostante minacce e ostacoli interni al suo mondo, non si era mai rassegnato all’isolamento e al vittimismo. Che, anzi, aveva avuto la forza, assieme ad altri, di non farsi deprimere da un ambiente giudiziario privo, diversamente da oggi, di ogni sostegno nella società civile; e di promuovere nuove strategie processuali, dopo decenni di piena immunità per i boss mafiosi. Insomma lo temevano tremendamente come giudice. E lo temevano anche per quello che stava facendo al Ministero della giustizia, dove era riuscito a convincere la politica a promuovere una legislazione ancor più incisiva nel contrasto alla criminalità mafiosa.
Avevano già provato ad eliminarlo, senza riuscirvi, nel giugno del 1989 con il tritolo dell’Addaura. E mentre si scatenavano feroci ironie sulla “messa in scena”, Falcone richiamò l’attenzione sulle «menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia». E aggiunse: «Le importanti indagini da me condotte in relazione a un grosso riciclaggio proveniente dal traffico di stupefacenti, si riferiscono a una vicenda giudiziaria che vede imputate numerosissime persone di grosso spessore mafioso e da cui potrebbero emergere anche conseguenze e implicazioni di natura istituzionale, così in Italia come all’estero».
Il racconto di Bianconi fornisce numerosi elementi sugli scenari inquietanti che quelle espressioni lasciano intravvedere, ossia le relazioni istituzionali di Cosa Nostra e le talpe a disposizione dei mafiosi. Nel descrivere il clima torbido attorno al giudice, si sofferma sulle “convergenze” tra la galassia corleonese e altre organizzazioni come la ‘ndrangheta, e sulle relazioni tra mondo criminale, segmenti deviati dei servizi di sicurezza, logge massoniche coperte, frange eversive e gruppi indipendentisti. “Convergenze” che paiono l’incubatrice di forme di violenza politica o strumento per condizionare le istituzioni.
Certi contatti parrebbero riproporsi proprio dopo l’esito in cassazione del primo maxiprocesso, nel gennaio del 1992. Una sentenza che, secondo le parole di capi-mafia divenuti collaboratori di giustizia (Giovanni Brusca, Antonino Giuffrè e Leonardo Messina), Riina e i suoi alla fine interpretano come una sorta di “occasione” per aprire una nuova stagione di violenza. Con l’obiettivo non solo di chiudere i conti con chi veniva ritenuto responsabile della débâcle giudiziaria della associazione, ma anche di intimidire lo Stato per ottenere trattamenti di favore (sul piano della giustizia penale e del trattamento penitenziario), unitamente a nuove chances di allargamento del giro di affari e nuovi contatti con ambienti politici.
Gli attentati che avranno luogo a partire dall’omicidio di Salvo Lima contribuiranno ad aggravare un clima istituzionale già fortemente instabile per via anche delle iniziative della magistratura milanese sul fronte anticorruzione con l’inchiesta denominata “Tangentopoli”.
Tante ombre ancora avvolgono quella stagione. L’autore non intende accreditare tesi preconfezionate per diradarle. Né ammiccare a questa o quella chiave di lettura. Semmai dal volume di Bianconi si intuisce che la eventuale ricostruzione giudiziaria dei “pezzi mancanti” richiederebbe l’equilibrio, la determinazione e la professionalità che il Falcone magistrato ci ha lasciato in dote.
3. Le pagine de L’assedio descrivono le esperienze salienti del Falcone magistrato. La sua tenacia nel costruire piattaforme accusatorie solide, con la valorizzazione dei collaboratori di giustizia, gli accertamenti patrimoniali, la cooperazione con le autorità straniere. E le sue convinzioni sulla importanza del lavoro investigativo di équipe tra magistrati e polizia giudiziaria.
In effetti, il giudice siciliano è stato uno dei grandi promotori di un sistema investigativo attrezzato in modo specifico. Quel sistema lo aveva sperimentato per la prima volta grazie alla felice intuizione dell’allora capo dell’ufficio istruzione Rocco Chinnici, che all’inizio degli anni ottanta creò il pool antimafia.
Davanti al Comitato antimafia del Consiglio superiore della magistratura, Falcone ebbe modo di indicare un percorso metodologico, e per certi versi deontologico, per chi si occupa di indagini e processi di criminalità organizzata, dichiarando: «Di fronte alla attività di contrasto così complessa non ci può essere spazio per le gelosie o diversità di vedute tra le forze di polizia o magistrati di diversi uffici. Se non ci si rende che è necessario un armonioso e coordinato svolgimento di tutte le indagini verso una direzione predeterminata e accettata da tutti, non potranno giungere risultati significativi».
Secondo il pensiero falconiano è fisiologico che, negli uffici e nella attività professionale, i magistrati si confrontino tra loro e, se del caso, si dividano su questioni di fondo. Seguendo la filosofia del pool, con una sana dialettica, le divergenze possono evolvere in analisi più complete e, quindi, contribuire a calibrare indagini e processi nei confronti di associazioni criminali che fanno della rigorosa organizzazione il loro punto di forza e la loro risorsa principale.
Eppure, come ricostruisce Bianconi, quelle intuizioni, che successivamente verranno valorizzate con l’istituzione della direzione nazionale e delle direzioni distrettuali antimafia, furono motivo, o più spesso il pretesto, di una strisciante ostilità che contribuì all’isolamento di Giovanni Falcone.
4. A metterlo in discussione, furono esponenti politici di diversa estrazione partitica, a seconda del momento, e certe campagne di stampa. Come evidenzia Bianconi, tra le invettive più insidiose vi era quella che gli attribuiva l’etichetta di “giudice protagonista” per i rapporti con i media, cercando di eroderne la credibilità.
Ma gli attacchi più dolorosi sono ascrivibili ai suoi colleghi. Nel “suo mondo” venne contrastato in modo trasversale, da magistrati di diversa estrazione culturale e collocazione associativa. Certe ostilità si manifestarono soprattutto nei momenti chiave del percorso istituzionale del giudice e nei suoi rapporti con il Csm. Non solo la mancata nomina a capo dell’ufficio istruzione del tribunale di Palermo, a vantaggio di un magistrato, Antonino Meli, che non condividerà quell’approccio aggiornato all’azione antimafia. Ma anche: la mancata elezione al Csm a seguito della candidatura nel gruppo che aveva contribuito a fondare; la convocazione innanzi alla Prima Commissione del Csm per contestargli di avere lasciato le “carte nei cassetti” nelle indagini su alcuni omicidi eccellenti, tra cui quello dell’allora presidente della regione Piersanti Mattarella; l’ostruzionismo patito per la partecipazione al concorso per la nomina a procuratore nazionale antimafia.
A sua volta Giovanni Falcone non risparmiò dure critiche all’organo che governa la vita professionale dei magistrati. Non si fece scrupoli a definirlo come «organo verticistico e corporativo, cinghia di trasmissione di decisioni prese altrove». E manifestò in più occasioni la sensazione di trovarsi dinanzi ad una struttura utile non tanto a garantire l’autonomia e l’indipendenza del magistrato, quanto a esercitare un controllo esterno da cui era opportuno guardarsi.
Bianconi ci consegna un mosaico di dichiarazioni e prese di posizione dei colleghi di Falcone, senza formulare giudizi. Sta al lettore fare le sue considerazioni. Distinguere tra punti di vista argomentati e invettive biecamente strumentali o dettate da miserabili invidie, che mettevano in discussione la professionalità e la lealtà istituzionale dell’uomo. Molte accuse traevano suggestione dall’incarico di stretta collaborazione con il Guardasigilli, in veste di direttore degli Affari penali del Ministero di grazia e giustizia. Altre dalla proposta di istituire delle «superstrutture giudiziarie antimafia», poi fatta propria dal ministro, ritenuta funzionale alla creazione di nuovi centri di potere, facilmente condizionabili dalla politica.
In tanti mostrarono preoccupazioni per il fatto che quello potesse essere il primo passo verso la subordinazione delle indagini e dei pubblici ministeri ai voleri del governo. Sono questioni che ciclicamente tornano all’ordine al giorno. Anche ai tempi nostri accade, ogni qual volta vengono formulate proposte di riforma dell’ordinamento giudiziario e del processo penale. A dimostrazione di un equilibrio molto delicato tra i diversi poteri dello Stato.
5. Venticinque anni ci dividono da quel maledetto 23 maggio. Viviamo in una Italia diversa. Economia, istituzioni, ruolo internazionale e la stessa società civile hanno un altro volto. Eppure i “segni” della vita di Giovanni Falcone non possono cristallizzarsi in un passato lontano. La sua “storia” è gravida di messaggi e di lezioni per gli uomini delle istituzioni di oggi. E d’altro canto, lo stesso epilogo del percorso professionale e umano del giudice siciliano propone questioni attuali: dalle ragioni della violenza mafiosa alle sue alleanze nell’ombra, dal suo peso nella società alla credibilità e alla efficacia della risposta giudiziaria. Tutti aspetti che chiamano in causa la qualità della nostra democrazia.
Leggendo il libro di Bianconi, è soprattutto la magistratura di oggi che non può dimenticare, di Falcone, la «lucidità di immaginare il futuro». Le sue intuizioni sono alla base di leggi ancora preziose nel contrasto ad ogni forma di crimine organizzato. Ne sono prova tangibile le direzioni distrettuali e la procura nazionale antimafia e antiterrorismo, nonché le norme sui collaboratori di giustizia.
Nella “eclissi” della prima Repubblica, ebbe il coraggio anche di ripensare al ruolo della magistratura nel sistema istituzionale. Lo fece dialogando da pari a pari con la politica e affrontando non solo le critiche argomentate ma anche gli ostracismi e le invettive dei suoi colleghi. Non tutte le indicazioni di Falcone, ovviamente, erano condivisibili. Ma del suo pensiero oggi non possiamo non apprezzare l’approccio pragmatico e la passione intellettuale.
Come allora infatti la nostra epoca è gravida di cambiamenti. Sono in corso profonde trasformazioni nel rapporto tra istituzioni e società. E la giustizia è al centro di tensioni continue. Giudici e pubblici ministeri, non di rado rimproverati di protagonismo e di “invadere” il campo della politica e della economia, si misurano con problemi incancrenitisi per le inerzie di altre istituzioni. Vista la delicatezza delle sfide da affrontare, la magistratura deve “guardarsi dentro” con lo stesso coraggio che ebbe il giudice siciliano. E “ripensarsi” per attuare un “salto di qualità” su formazione, verifiche professionali, selezione di chi dirige gli uffici, prevenzione e repressione delle opacità interne.
Con la sua testimonianza, Falcone, dimostrò l’importanza, in una società esigente e complessa, del magistrato dotato di forte senso della realtà, disponibilità a lavorare in équipe, equilibrio e, soprattutto senso della libertà. Che poi sono le qualità che giustificano la sua soggezione soltanto alla legge. Come afferma la Costituzione.
*Componente del Consiglio superiore della magistratura

Liberainformazione, 28 maggio 2017

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