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sabato 3 giugno 2017

L’INGANNO TEDESCO

MASSIMO GIANNINI
BISOGNA dirlo con forza, senza tanti giri di parole. La nuova formula elettorale che Renzi, Berlusconi e Grillo stanno per propinare agli italiani è una “porcata” quasi peggiore di quella che Calderoli e i suoi compagni di merende concepirono nel 2005 in una baita del Cadore. Se questa “legge truffa” passa, dopo l’estate torniamo alla Prima Repubblica. Addio alternanza, addio riformismo, addio sinistra. Cade un principio fondamentale della buona democrazia: gli elettori non potranno mai più decidere gli eletti. Il prossimo Parlamento sarà quasi interamente composto da “nominati”. Peggio del Porcellum (che ne prevedeva il 50 per cento) e dell’Italicum (che ne contemplava il 70 per cento). Avremo quasi tutti capilista bloccati, scelti dalle segreterie di partito. Uno schiaffo ai cittadini, che verranno definitivamente espropriati del diritto di scegliere i propri rappresentanti.

I TRE contraenti del Patto scellerato che deve portarci al voto anticipato d’autunno lo chiamano “modello tedesco”. È un inganno. Il nostro è un papocchio levantino, che non ha nulla del rigore teutonico. Non nasce dalla “cultura della stabilità” (in 70 anni la Germania ha avuto 8 cancellieri, noi 65 presidenti del Consiglio). Non prevede la “sfiducia costruttiva” (un governo cade solo se c’è già una maggioranza pronta a formarne un altro). Ma pazienza, si potrebbe dire. Dopo diciassette anni di polemiche sterili nel Palazzo e di prediche inutili del Quirinale, pur di uscire dalla palude italiana un compromesso si può anche accettare.
Ma questo è vero in teoria. In pratica siamo all’autodafé collettiva. Il problema non è “salvare il soldato Alfano”. È comprensibile la sua preoccupazione per la soglia di sbarramento al 5% e la sua indignazione per l’#angelinostaisereno di Renzi (anche se doveva prevederlo, dopo l’#enricostaisereno che toccò a Letta e il #paolinostaisereno che toccherà a Gentiloni). Ma un Paese non si può fermare, contemplando al microscopio le innumerevoli scissioni dell’atomo centrista.
Quello che non è accettabile, dopo la lunga fase della vocazione maggioritaria, è il trasformismo con il quale il Pd, pur di incassare le elezioni anticipate a settembre, si condanna al passato proporzionalista degli Anni ‘80. La sinistra voleva sapere chi ha vinto “la sera del voto”, ora si rassegna a non saperlo mai. Quale modernizzazione sarà possibile, in un tripolarismo che crede di “risolversi” nella contrapposizione tra due blocchi comunque inconciliabili (il Sistema Renzi-Berlusconi contro l’Antisistema Grillo-Salvini)? Da questa sfida tra Armate Brancaleone (come ha avvertito Roberto D’Alimonte sul Sole 24 Ore) può non uscire una maggioranza autosufficiente. Oppure una maggioranza risicatissima, retta coi voti degli italiani all’estero. Renzi da Vespa ha detto che gli bastano quelli. Sarebbe interessante sapere cosa ne penserebbero i mercati, se non ci andassero di mezzo i nostri risparmi.
Quello che non è tollerabile, dopo un ventennio di conflitti con il Cavaliere, è il cinismo con il quale il Pd, per fermare il neo-populista Grillo, si acconcia alla prospettiva delle Larghe Intese con il proto-populista Berlusconi. La sinistra voleva governare da sola, ora si accontenta di uno strapuntino insieme alla destra. Quale mediazione programmatica sarà possibile, sul fisco e il lavoro, la giustizia e la corruzione, la sicurezza e l’immigrazione? Il “governissimo” non è solo un tema cogente per gruppi dirigenti sull’orlo di una crisi di nervi, da Orlando a Cuperlo. È un problema dirimente per il popolo del centrosinistra, che dopo una traversata nel deserto che dura dal 1994 sognava un altro destino, non il bacio del Caimano.
Ma soprattutto quello che è scandaloso è che con il “Tedescum” gli italiani non sceglieranno più né deputati né senatori. Lo faranno i capi partito. Mentre in Germania chi vince nel collegio uninominale, votato dagli elettori, va in Parlamento, in Italia l’assegnazione dei seggi partirà dai capilista del proporzionale: quelli entreranno in Parlamento in ogni caso, anche se passeranno l’estate alle Maldive o sulle Dolomiti, perché sono stati selezionati prima del voto dalle segreterie. Solo dopo aver piazzato tutti i “nominati” si vedrà se c’è ancora posto alla Camera o al Senato per i candidati votati dai cittadini nei collegi che, pur avendo vinto e pur avendo passato luglio e agosto a cercare voti sul territorio, rischiano di restare fuori dal Parlamento.
Un capolavoro. Forse anti-costituzionale, visto che i capilista bloccati la Consulta li aveva già censurati nel Porcellum, «nella parte in cui non è consentito all’elettore di esprimere una preferenza». Sicuramente anti- democratico, eppure graditissimo ai tre “pattisti”, ciascuno dei quali nello “scambio” ha da guadagnare qualcosa. Grillo guadagna tantissimo: accetta proporzionale e liste bloccate (con le “parlamentarie” sul web non ha comunque il problema della rappresentanza), e in cambio si assicura tre mesi di sicuro lucro elettorale con un gigantesco “vaffa all’inciucio”. Berlusconi guadagna tanto: si risiede al tavolo, e si prende la sua rivincita sul Royal Baby che lo aveva tradito su Mattarella e col quale forse va persino a Palazzo Chigi. Renzi guadagna poco: rinnega il maggioritario, butta a mare la sinistra, forse perde un altro pezzo di partito, e in cambio ottiene le uniche due cose che gli stanno a cuore, le elezioni anticipate e una falange parlamentare di pasdaran. Gli unici che non ci guadagnano niente, in questo disastro, sono gli italiani. Se ormai non suonasse blasfemo, viene in mente Pietro Ingrao: pensammo una torre, scavammo nella polvere.

La Repubblica, 3 giugno 2017

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