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martedì 13 giugno 2017

Leoluca Orlando: “Sono il papà di Palermo, vinco perché con me i partiti si fanno indietro”

SARA SCARAFIA
Eletto al primo turno e per la quinta volta: “La città chiude un cerchio, da capitale della mafia a capitale dell’inclusione”. Ho la visione di ciò che ci sarà dopo la fine del mio mandato, ma nessuno mi chieda di scegliere un delfino
PALERMO - Alle 8 del mattino, l’abito scuro gualcito, gli occhi rossi di chi non ha dormito, l’eterno sindaco di Palermo attraversa la hall ormai vuota dell’hotel del centro trasformato in comitato per la lunga notte elettorale. Il portiere gli porge la mano e si complimenta. «Sindaco, ma come ha fatto a essere eletto al primo turno?». Leoluca Orlando sorride e risponde in tedesco, poi traduce: «Sono stato prima figlio della città, poi fratello e infine padre ». Il “papà” di Palermo a 69 anni è stato eletto sindaco per la quinta volta con oltre il 46 per cento dei consensi. La prima volta fu nel 1985, la seconda in quel 1993 schizzato dal sangue delle stragi. E poi ancora nel ‘97 e nel 2012. Ieri il suo primo appuntamento da nuovo sindaco è stato al porto di Palermo, dove è attraccata una nave con 724 migranti a bordo.
Orlando, le rimproverano di essere il «vecchio che torna». Perché si è ricandidato?

«Ho una missione: voglio completare un percorso di normalità. Negli anni Ottanta fui costretto a impegnarmi in politica con la morte di Piersanti Mattarella: non potevo permettere che Piersanti morisse di nuovo. Allora ero un giovane professore. Oggi sono rimasto uno dei pochi che non hanno incontrato mai Vito Ciancimino, nemmeno in ascensore o sul bus. La mia candidatura vuole chiudere un cerchio: portare Palermo da capitale della mafia a capitale dell’accoglienza dei migranti e della cultura come sarà nel 2018. Ho percorso 45 chilometri me ne mancano 55 per arrivare a 100. Stavolta non ho alibi. Se uno come me non dà un contributo al cambio culturale della città allora ha sprecato tempo».
Prima i sondaggi poi gli exit-poll la davano tra il 39 e il 41 per cento: ha temuto il ballottaggio?
«Se avessi cominciato la mia campagna elettorale cinque giorni dopo avrei rischiato di perdere, se l’avessi cominciata cinque giorni prima anche. Ho con questa città un rapporto fisico. Quando giro per i quartieri c’è sempre chi vuole dirmi che qualcosa che non va, ma alla fine ammette di votarmi. C’è un rapporto di fiducia tra me e la città».
La sua, ha detto, è un’esperienza di «civismo politico»: che cos’è?
«Era quello che a Torino avrebbe potuto e dovuto fare uno come Piero Fassino se non fosse stato condizionato dall’appartenenza a un partito, è quello che propone di fare Giuliano Pisapia che però ha ancora troppe categorie politichesi, è quello che fa Pizzarotti a Parma, quello che fa a Barcellona Ada Colau, quello che fa Macron in Francia. Qui a Palermo i partiti hanno compreso che facendo un passo indietro rinunciando al simbolo avrebbero fatto un passo avanti. Credo che il modello che abbiamo sperimentato sia esportabile sia in Italia sia alla Regione: a patto che il candidato presidente sia una persona credibile, capace di dire che il suo partito si chiama Sicilia».
Il suo avversario Fabrizio Ferrandelli, arrivato secondo, era sostenuto anche da Forza Italia e da Cantiere Popolare, il partito che fa riferimento all’ex governatore Salvatore Cuffaro condannato per favoreggiamento alla mafia. La lista dei cuffariani non ha superato la soglia di sbarramento del 5 per cento: che ne pensa?
«È il segno che Palermo è cambiata e che questo modo di fare politica non paga più. Il tempo dei consensi, quello del cuffarismo, è finito. Questo è il tempo del consenso».
E il flop del Movimento Cinque stelle?
«Ha perso appeal a livello locale. Perché a livello nazionale puoi attaccarti al racconto dell’alternativa politica ma a livello locale devi risolvere i problemi delle città che amministri».
Come mai a Palermo ha votato solo il 52.6 per cento degli aventi diritto?
«C’è una crisi di partecipazione profonda che segna una disaffezione nei confronti della politica, ma ha toccato meno me: gli scontenti non si rivolgono più nemmeno ai Cinque Stelle».
È il suo ultimo mandato: tra cinque anni chi sarà il suo successore?
«Io ho la visione di quello che ci sarà dopo di me ma non di chi: nessuno mi chieda di scegliere un delfino».

La Repubblica, 13 giugno 2017

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