venerdì 9 giugno 2017

Grasso sfida Totò Riina: “Se vuole uscire collabori e riveli i mandanti delle stragi”

SALVO PALAZZOLO
Per il presidente del Senato è sempre il capo di Cosa nostra “Dica chi erano le persone importanti che lo contattarono”
PALERMO - «Salvatore Riina è ancora il capo di Cosa nostra». Non ha dubbi Pietro Grasso, il presidente del Senato, che da procuratore nazionale antimafia ha indagato a lungo sulle complicità del padrino di Corleone. «Riina potrebbe interrompere il regime del 41 bis collaborando ». Grasso, intervistato da Radio24, indica un tema ben preciso: «Ci faccia sapere chi erano le persone importanti che lo hanno contattato prima di fare le stragi». È il mistero attorno agli eccidi di Capaci e via d’Amelio. «Il progetto di Riina era quello di uccidere Falcone a Roma - ricorda Grasso - poi richiamò il commando dicendo che il giudice sarebbe stato ucciso in Sicilia. Cosa gli aveva fatto cambiare idea? Questo ancora non l’ha detto».
A Roma, era stato inviato un commando guidato da Matteo Messina Denaro, il boss di Castelvetrano che resta latitante dal 1993. Dopo Falcone e Borsellino, Riina disse che «ci voleva un altro colpetto». Era Pietro Grasso l’obiettivo. «Un colpettino per riavviare una trattativa che probabilmente languiva spiega il presidente del Senato - Poi, per l’arresto di Riina, per il sistema di sicurezza di una banca vicina che avrebbe potuto interferire sui telecomandi e per il cambio di strategia che si spostò dalle persone ai monumenti, l’attentato contro di me non ci fu». Ma Grasso restava comunque nel mirino di Cosa nostra. «Nel corso delle indagini uscì fuori che era stato progettato il sequestro di mio figlio».
Intanto, Riina non vuole perdere un’udienza del processo “Trattativa”. Anche ieri, è stato il primo a presentarsi alla videoconferenza con l’aula bunker di Palermo, dopo essere stato trasferito in ambulanza dalla clinica universitaria di Parma al carcere. Da sei mesi, il capo di Cosa nostra è ormai in barella. «Ritengo che siano adottate tutte le misure idonee per poter rendere dignitosa la detenzione di Riina», dice ancora Grasso, citando l’ultima sentenza della Cassazione che ha sollevato tante polemiche. I giudici della Suprema Corte hanno ordinato una nuova pronuncia del tribunale di sorveglianza di Bologna, sottolineando il diritto del boss a una «morte dignitosa». Il presidente del Senato si dice «certo che i magistrati riusciranno a motivare l’attuale pericolosità dell’imputato e l’umanità con cui viene trattato nel migliore polo specialistico che abbiamo sul territorio».
Questa mattina, nuovo appuntamento per il padrino di Corleone. Ancora al processo “Trattativa”. Trasferimento ospedale-carcere e altra udienza. Mentre il ministero della Giustizia comunica a uno dei pm del processo, Nino Di Matteo, che potrà subito insediarsi nel suo nuovo incarico alla procura nazionale antimafia. Una marcia indietro rispetto a un altro provvedimento, di due mesi fa, con il quale si stabiliva che Di Matteo dovesse restare a Palermo fino a dicembre, nonostante la nuova nomina. Il dietrofront dopo una nota del procuratore generale di Palermo Scarpinato, in polemica con il procuratore Lo Voi, che aveva chiesto il posticipato possesso per motivi di sicurezza. Di Matteo verrà comunque applicato alle udienze di Palermo.
La Repubblica, 9 giugno 2017

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