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martedì 13 giugno 2017

Giusi Nicolini: “Non sono carrierista, ho detto molti no e sono stata punita”

EMANUELE LAURIA
La sindaca paladina dell’accoglienza battuta a Lampedusa: “Io fenomeno mediatico? L’immagine serve”
PALERMO - L’unica consolazione, per la figura simbolo dell’accoglienza sbalzata di sella dai suoi concittadini, è stato un sms di Matteo Renzi: «Mi ha detto di non abbattermi e di proseguire nell’impegno. Gli ho risposto che mi prendo una breve vacanza e ricomincio con più energia di prima». Ma il day after di Giusi Nicolini, da ieri ex sindaco di Lampedusa, è stato mesto. Tutto il giorno chiusa nella sua stanza del Comune «a fotocopiare carte molto delicate», con il conforto di due dipendenti – due sole – che sono salite a esprimerle solidarietà dopo la sconfitta. Un’immagine eloquente della solitudine in cui all’improvviso è piombata l’amministratrice delle frontiere aperte, l’emblema di un’isola candidata al Nobel per la pace, la donna che Renzi volle con sé alla Casa Bianca per rappresentare l’Italia delle eccellenze. La notorietà internazionale non ha impedito a Nicolini una sconfitta in casa: solo terza in amministrative con 4 mila votanti, dietro il neo-sindaco Totò Martello, appoggiato da un’altra parte del Pd, e il giovane iscritto a M5S Filippo Mannino.
Nicolini, se l’aspettava?
«Beh, sapevo di correre questo rischio. Ma ho pensato che valesse la pena provarci per continuare in questo importantissimo percorso di svolta. La mia ricandidatura a Lampedusa ha mostrato a tutti che non sono una carrierista: potevo accettare incarichi o candidature che mi avevano offerto. E non l’ho fatto. Purtroppo sono stata punita».
Perché?
«Guardi, attorno al mio avversario Martello si sono coagulati interessi che con me erano stati soffocati, non avevano più rappresentanza».
A cosa allude?
«La mia sostanza amministrativa è stata di aver fatto scelte dure a favore della legalità, a difesa del suolo e dell’ambiente. Non abbiamo pagato le imprese coinvolte nelle inchieste giudiziarie, ci siano costituiti parti civili in delicati processi. Questo Comune, prima di me, era amministrato da un sindaco, De Rubeis, condannato in appello a 7 anni per corruzione. Beh, i suoi voti, l’altra volta dispersi, stavolta sono andati a Martello».
Dicono che lei a Lampedusa si vedeva poco, i suoi avversari l’hanno accusata di essere un fenomeno mediatico.
«Ma l’immagine era la prima cosa da curare. Quest’isola cinque anni fa, nell’immaginario collettivo, era la porta dell’inferno, non dell’Europa. Bisognava spezzare l’isolamento, pretendere dalle istituzioni una risposta solidale: qui è venuto pure Barroso, l’abbiamo fatto inchinare davanti alle bare. Oggi Lampedusa non è più l’unica via d’accesso in Europa e non è più neppure il luogo di vacanza dove si fa il bagno con il morto. Il turismo, con una sola pausa, dal 2012 è in costante crescita».
Quanto le ha dato fastidio la presa di distanza di Pietro Bartolo, medico di Fuocammare, l’altro simbolo dell’isola dell’accoglienza?
«Non mi ha sorpreso. Bartolo è un uomo di centrodestra, era un assessore di De Rubeis»..
Il Pd l’ha sostenuta abbastanza?
«Io non ho chiesto nulla. Ho fatto sapere solo, prima che si chiudessero le liste, che a Lampedusa c’erano due candidati che provengono dal partito democratico. Il Pd siciliano non mi piace, credo che ci sia stata una degenerazione della sua politica negli ultimi anni che ha favorito l’avanzata dei Cinque stelle. Ma continuerò il mio lavoro in segreteria. Spero solo che questa mia battuta d’arresto a Lampedusa non venga letta come la sconfitta dei sindaci che predicano l’accoglienza solidale degli immigrati».

La Repubblica, 13 giugno 2017

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