martedì 6 giugno 2017

È ancora il capo di Cosa Nostra: ecco cosa si rischia a liberarlo

ATTILIO BOLZONI
Il boss. È il più famoso e anche il più sanguinario. Farlo tornare a Corleone significherebbe aiutarlo a realizzare il sogno che ha dal giorno della cattura
È il sogno che ha sempre avuto: uscire dal carcere, tornare nella sua Corleone. Dal giorno della cattura, avvenuta in misteriose circostanze il 15 gennaio del 1993, Totò Riina non ha pensato ad altro. Un’ossessione: riacquistare in qualunque modo la libertà perduta quando era all’apice della sua potenza. Anche lui, come ogni mafioso, ha sempre coltivato la speranza che — prima o poi — lo Stato gli potesse fare uno sconto, un piccolo regalo in virtù dei tanti segreti che porterà fino nella tomba. Una grazia. È arrivato quel momento magico per quello che — ancora oggi — è formalmente il capo dei capi di Cosa Nostra? Lo ripetiamo, a scanso di equivoci: al vertice della Cupola, malato o non malato, c’è sempre lui. C’è sempre il contadino di vicolo Scorsone che omicidio dopo omicidio e massacro dopo massacro ha conquistato la Sicilia e ricattato l’Italia. C’è sempre uno che si fa ascoltare anche quando sta zitto.

Quanto sarà aiutato da questa sentenza della Cassazione è ancora difficile dirlo, anche se ragionevolmente il boss siciliano più famoso del mondo secondo noi — e con tutto il rispetto per i convincimenti dei giudici della Suprema Corte — passerà i suoi ultimi anni sempre dietro le sbarre e sempre isolato in un braccio speciale.
Più che una svolta nella vicenda carceraria dello “zio Totò”, questo pronunciamento della prima sezione penale è un segnale devastante che viene lanciato a meno di due settimane dalle pompose celebrazioni del 23 maggio in onore di Giovanni Falcone e a poco più di un mese dal venticinquesimo anniversario dell’uccisione di Paolo Borsellino. I giudici del Tribunale di Sorveglianza di Bologna dovranno decidere sul destino di Riina il prossimo 7 luglio, proprio alla vigilia della strage di via Mariano D’Amelio. Ma ve lo immaginate, Totò Riina libero mentre si ricorda il giudice Borsellino saltato in aria per mano sua?
C’è qualcosa di veramente indecifrabile nell’amministrazione della giustizia del nostro Paese, quando la questione è la mafia e quando di mezzo ci sono i mafiosi. Come si può rimettere in libertà l’uomo che ha dichiarato guerra allo Stato per un quarto di secolo e ha abbattuto tutti gli uomini dello Stato che si sono opposti ai suoi voleri e ai suoi piani? Per quello che ha rappresentato e ancora rappresenta,Totò Riina a piede libero è come liberare tutta la mafia, un perdono collettivo. Il messaggio che viene dalla Cassazione va decisamente oltre i ricorsi della difesa o i cavilli o i tortuosi percorsi che attraversano i codici. Rimettere fuori uno come Riina è una coltellata alle spalle ai familiari delle centinaia, migliaia di vittime che il corleonese ha reso tali. «Spegnilo», diceva ai suoi. E a turno, i suoi “canazzi da catena” andavano e uccidevano.
Fermo il principio che anche lui deve avere garantita ogni cura e al meglio sino all’ultimo respiro — come qualunque cittadino italiano libero o detenuto — sembra davvero una provocazione scarcerare il più sanguinario dei mafiosi per il suo «decadimento fisico» e per assicurargli «il diritto a morire dignitosamente». Anche perché con il cervello lui c’è sempre. Un po’ affaticato ma sempre lucido. Sempre in agguato.
Per provare a ragionare su questa sentenza e non cadere nella trappola delle suggestioni ci sono due considerazioni da fare. La prima. Se davvero Riina tornasse in libertà perché non più pericoloso o in grado di ordire trame e ordinare delitti, come giustificheremmo per esempio quell’imponente apparato di protezione intorno al pubblico ministero palermitano Nino Di Matteo, che da più di un anno vive prigioniero proprio per le minacce di morte del boss di Corleone, che va in giro con una scorta che non hanno nemmeno i presidenti della Repubblica? Totò Riina libero per (presunta) incapacità di nuocere e Nino Di Matteo ostaggio di cosa, di uno che non gli può torcere un capello? Qualcosa non quadra. La seconda considerazione. Lo stato di salute di Riina — che disteso su una barella non si perde un’udienza del processo sulla trattativa Stato-mafia — non è paragonabile a quello di Bernardo Provenzano, che negli ultimi mesi era alimentato con un sondino. Eppure anche la Corte europea dei diritti dell’uomo, al tempo, ha dato ragione a chi — pure in quelle condizioni — ha tenuto l’altro mafioso corleonese al 41 bis fino al giorno della sua morte. Perché Provenzano, ormai ridotto a un vegetale, doveva stare rinchiuso e Riina — meno malandato — può tornare libero?
Curatelo, curatelo bene. Ma dentro.

La Repubblica, 6 giugno 2017

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