domenica 11 giugno 2017

Da Corleone all’America, perché morire in casa per i boss è una rivincita

Il boss mafioso Totò Riina
ATTILIO BOLZONI
SI dice in Sicilia per misurare la “grandezza” di un vecchio mafioso: «È morto nel suo letto». Significa che se n’è andato con tutti gli onori, circondato dall’affetto dei suoi cari, ossequiato dalla comunità. Significa che, nonostante un’esistenza dedicata al crimine, è sopravvissuto ai nemici di cosca, alle “sparatine” e agli agguati, che è sfuggito per sempre alle maglie della giustizia. L’ha fatta franca sino alla fine. Morire nel proprio letto è segno di gloria per un boss, di potenza. Morirà nel suo letto anche Totò Riina, probabilmente il più feroce fra i capimafia siciliani e sicuramente il più invaso dal delirio di onnipotenza?

Morire nel proprio letto simboleggia da sempre l’impunità di cui ha goduto quella gente a Palermo e nei piccoli paesi della Sicilia, piccoli paesi come Corleone che sono però anche grandi capitali di mafia.
«È morto nel suo letto», riportavano le cronache dell’Ora quando si spense nell’ottobre del 1976, all’età di 83 anni, Giuseppe Genco Russo, al tempo capo della Cosa Nostra siciliana, uno che gli stessi uomini d’onore sfottevano e chiamavano “Gina Lollobrigida” perché amava farsi fotografare per apparire sui rotocalchi e incontrava grandi del giornalismo come Indro Montanelli e un giovanissimo Bernardo Valli.
«È morto nel suo letto», scrivevano gli inviati dei quotidiani del Nord che avevano partecipato ai funerali del suo predecessore don Calò Vizzini, che da un piccolo borgo dell’isola — Villalba — regnava anche su Palermo. «È morto nel suo letto», annunciavano così alcuni siti palermitani — appena l’anno scorso — la dipartita di Procopio Di Maggio, boss di Cinisi che aveva compiuto un secolo di vita qualche giorno prima con tanto di torta e candeline.
Morire nel proprio letto per un mafioso è l’ultima rivincita, l’ultimo atto di rivalsa sullo Stato. È come ricevere un baciamano da vivo, è come il “rispetto” dell’inchino di una Madonna o di un santo patrono sotto il balcone di casa. È la loro tradizione. E la tradizione è tutto in quel mondo.
L’hanno esportata anche dall’altra parte dell’Atlantico, in America. Alcuni, come Giacomo Galante detto “Lillo the Cigar” o come Paolo — Big Paul — Castellano, sono rimasti inchiodati sotto i tavolini con le tovaglie a quadri bianchi e rossi di una trattoria a Brooklyn. Perdenti. Altri hanno avuto più fortuna. Come il capo delle 5 “grandi famiglie” di New York Carlo Gambino: per un attacco di cuore ha tirato l’ultimo respiro nella sua tenuta di Massapequa mentre guardava in tivù i New York Yankees. Più venerato anche da morto. Morire nel proprio letto è esibizione di forza. Nel dicembre 2000 se ne va su una barella del Caldarelli di Napoli Bernardo Brusca e suo figlio Giovanni, il boia dell’attentato del 23 maggio ‘92, si rammarica: «Mi sento amareggiato. Speravo si facesse il possibile per consentirgli di morire nel suo letto».
Si doveva o no concedere la libertà al padrino di San Giuseppe Jato? Si poteva o non si poteva offrire la grazia del ritorno a casa per Bernardo Provenzano, che nei suoi ultimi mesi era solo un vegetale? Ci tengono molto a morire a casa. Per far capire che, fino all’ultimo, comandano. Anche quando sono in latitanza. Come Francesco Messina Denaro, padre dell’imprendibile Matteo, capomafia di Castelvetrano e fattore dell’ex sottosegretario Antonio D’Alì, che proprio nei giorni scorsi ha ricevuto una richiesta per il soggiorno obbligato mentre era candidato sindaco di Trapani. Il cadavere di don Ciccio, che era ricercato da anni, fu fatto ritrovare vestito di tutto punto, pronto per finire sul letto di casa.
Faremo morire Totò Riina nel suo letto?

La Repubblica, 8 giugno 2017

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