domenica 25 giugno 2017

Addio Stefano Rodotà, combattente galantuomo

MASSIMO GIANNINI
È morto a 84 anni il grande giurista e politico. Diceva: “L’Italia ha bisogno di democratici adulti” e “non è vero che destra e sinistra sono superate”
«Ti ricordi cosa rispose Prodi al cardinal Ruini, ai tempi della polemica sulla procreazione assistita, no? “Sono un cattolico adulto”… Ecco, sai oggi di cosa avremmo bisogno? Di tanti “democratici adulti”’, di cittadini che hanno sete e fame di partecipazione, e che hanno voglia di rivitalizzare la democrazia. E guarda, io che giro l’Italia ti dico che ce ne sono tante, di persone così. Persone che si mobilitano, e che non hanno bisogno del leaderino di turno che le comandi, o le strumentalizzi». Passeggiavamo intorno a Via Teulada, quella sera di marzo di un anno fa. Stefano Rodotà era appena stato ospite in studio, a “Ballarò”, a parlare dei suoi cavalli di battaglia: i referendum, i beni comuni, i rapporti tra le élite e il popolo, i migranti.
E nonostante stesse già toccando con mano il fallimento imminente di un’altra stagione politica, a ogni passo rinnovava il suo atto di fede illuminista: «Sono vecchio, ma non ho ancora smesso di credere nella ragione umana». Ora che quel magnifico vecchio di 84 anni se n’è andato, di lui ci resta soprattutto questo. La testimonianza preziosa di un “democratico adulto” che non ha mai rinunciato un solo giorno a battersi per i diritti e per le regole, per l’uguaglianza e per la solidarietà. E di questa missione Rodotà ha riempito tutte le esperienze pubbliche che ha vissuto. Il professore universitario a Roma e il garante di Biennale Democrazia a Torino. Il simpatizzante radicale con Pannella e il parlamentare prima da indipendente del Pci poi del Pds di Occhetto. Il presidente dell’Autorità per la privacy e il direttore del Festival del diritto di Piacenza.
Stefano è stato un “combattente galantuomo”. Uno dei “vecchi più giovani” che io abbia mai conosciuto. Per la modernità con la quale ha affrontato tutte le sue sfide intellettuali. La curiosità che lo ha portato a occuparsi di mille cose. L’umiltà che lo ha spinto a studiare fino all’ultimo. Ne ha passate tante da quel 1933 a Cosenza. Le sfilate del sabato dei balilla e il Partito d’Azione scelto da suo padre. L’amore per Balzac e «le domeniche mattina al cinema con Moravia e Pasolini ». Gli insegnamenti di Arturo Carlo Jemolo e di Max Weber. Il rifiuto dell’offerta di lavoro con Adriano Olivetti («mi chiedo come un uomo così abbia potuto vivere e operare in un Paese come il nostro...») e quel po’ di soldi piovuti «dalla collaborazione con il Mondo di Pannunzio». Rodotà era un concentrato di tensioni civiche e di passioni giuridiche. Ma non era un giurista di quelli che si limitano a spaccare in quattro la norma: la calava e la faceva agire nella vita quotidiana. Da studenti di legge, alla Sapienza, ci bevevamo i suoi libri. In pochi hanno avuto la sua profondità di pensiero e la sua fluidità di penna. Quando uscì in prima edizione Il terribile diritto, nell’81, per noi fu un’illuminazione. Lì dentro c’era già tutto. La “macchina della proprietà” che comincia a correre «a tutta velocità in un mondo costruito a una sola dimensione, quella del mercato come legge naturale, della riduzione all’economia di tutte le relazioni sociali». La sproporzione proprietaria come motore delle disuguaglianze, che schiaccia qualunque “idea morale di solidarietà”. E poi il successivo fallimento del mercato, l’urgenza di forme di controllo, «il legame sempre più stretto tra i diritti fondamentali e i beni necessari alla loro attuazione», la riscoperta della teoria dei “beni comuni” (dall’acqua alla conoscenza), il loro “uso sociale”, la “costituzionalizzazione della persona”.
I diritti e i deboli: Rodotà sapeva sempre da che parte stare. L’aveva saputo “senza se e senza ma” nel tumultuoso Ventennio berlusconiano, urlando al mondo il conflitto di interessi, le norme ad personam e le leggi-bavaglio del Cavaliere. Continuava a saperlo in questo confuso decennio di vacuo “oltrismo” identitario. Si indignava: «Basta con questa storia che non c’è più distinzione tra destra e sinistra! La distinzione c’è eccome, per me al centro della politica ci sono la dignità, l’uguaglianza, i diritti, la ridistribuzione delle risorse. Non è sinistra, questa?» Uno così non poteva non incontrare Repubblica lungo la sua strada. Collaboratore fisso dalla fondazione del giornale, nel 1976. E ogni volta che lo chiamavi per chiedergli un editoriale, sapevi che ti sarebbe toccato un quarto d’ora di ragionamento mai banale, sulle cose da dire, sulla posizione da prendere. Ma sapevi anche che dopo un paio d’ore ti sarebbe arrivato un pezzo perfetto, che metteva sempre il giornale al “posto” giusto. Parlavi di diritti negati nel lavoro? «Primo Levi scriveva: per vivere occorre un’identità, ossia una dignità. Senza dignità l’identità è povera, può essere manipolata. Difendere la dignità delle persone è difendere la democrazia». Parlavi di biotestamento? «Abbiamo il diritto ad esercitare in piena autonomia il ‘governo’ del nostro corpo. Il legislatore italiano, purtroppo, per la convivenza».
Aveva sempre idee forti, da opporre ai “debolismi” e ai populismi. Aveva un stella polare, che era la Costituzione. E in nome di questa si era schierato contro la riforma e il referendum di Renzi. «La pochezza del contenuto di quel testo è imbarazzante… E poi un manifesto come quello che chiede ai cittadini “vuoi diminuire ha il vizio o la propensione ad impadronirsi della vita delle persone ». Parlavi di privacy al tempo di Internet? «Io non voglio sapere che a 40 anni mi verrà una terribile malattia. Ma ci sarà qualcuno molto interessato a carpire questa notizia: un assicuratore o un datore di lavoro. E io devo essere tutelato». Parlavi dell’ondata xenofoba? «La paura del cittadino è comprensibile, ma gli impresari della paura che la cavalcano per lucrare una manciata di voti sono un pericolo il numero dei politici? Basta un sì”, incorpora clamorosamente l’antipolitica». E se gli facevi notare «però Stefano, non sarete un po’ troppo conservatori, sul piano costituzionale?» lui quasi ti riaggrediva un’altra volta. «Questo lo pensa Renzi, che segue un percorso di riduzione della democrazia costituzionale. Io penso a un orizzonte espansivo di cambiamento della Costituzione ». Solo una destra giornalistica cinica e votata al birignao poteva ironizzare sulla sua vana- gloria e sulla sua presunta “deriva grillina”. È vero che nel 2013 Grillò lo chiamò per candidarlo al Colle. Ed è vero che lui accettò. Ma non lo fece per infatuazione politica. «Solo un imbecille si sarebbe potuto illudere di vincere la corsa. Se ci ho messo la faccia lo stesso è perché uno con la mia storia aveva tutto il diritto di dimostrare che un’altra scena era possibile». Gli si poteva anche non credere. Ma per lui parlano le cose che disse dei Cinque Stelle. Nel 2008, quando già intuiva i pericoli del cyberpopulismo: «Approderemo a una nuova utopia tecnopolitica? Vedremo il presidente.com? Una lettura miracolistica dell’Internet 2.0 e delle sue reti sociali sottovaluta il riprodursi di modelli in qualche modo plebiscitari». Nel 2012, quando ammoniva «Grillo al Nord dice non diamo la cittadinanza agli immigrati, al Sud che la mafia è meglio dei politici, questi movimenti sono estremamente pericolosi».Ci sarà un motivo, se poco dopo il capocomico genovese dettò la scomunica sul Sacro Blog: «Rodotà è un ottuagenario miracolato dalla Rete». Lui neanche gli rispose. Continuavano a sfotterlo a colpi di “Rodotà- tà-tà”, per la sua contraerea sul tetto della “Costituzione più bella del mondo”. Sarcasmo mal riposto, pure quello. Stefano non aveva affatto il culto dell’intangibilità costituzionale, ma semmai della sacralità del costituzionalismo, che è bilanciamento dei poteri. Sapeva quello che tanti capataz contemporanei, a corto di visione e di legittimazione, hanno ormai dimenticato: la democrazia è limite. E la Costituzione non è un libro polveroso: è materia vivente.
Il “democratico adulto”, purtroppo, non vedrà l’esito delle sue e delle nostre battaglie. Non vedrà la fine dell’eterna transizione italiana. Negli ultimi mesi ripeteva spesso: «Chiudetemi in casa, quando comincerò a dare segni di squilibrio». Lui se ne va, senza aver mai cominciato. Gli altri restano, senza aver mai smesso.

La Repubblica, 24 giugno 2017

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