domenica 14 maggio 2017

Giovanni Perrino: "Governali ci aiuta a togliere la cenere che ricopre il parlare antico..."

Giovanni Perrino
GIOVANNI PERRINO*
“Reperti” nasce come seconda edizione aggiornata della raccolta “ Giudizi – pregiudizi -  ricordi fantasie” pubblicata nel 1990. Il volume di oggi è la sesta opera in ordine cronologico cui Giuseppe Governali si è dedicato lungo decenni caratterizzati da un’ipotesi di ricerca che ha impegnato gli interessi culturali dell’autore a partire dalla sua collaborazione ai Quaderni Eleusini che accompagnò la feconda  amicizia con il Prof.  Isidoro Fogazza. Le sue ipotesi rientrano infatti nell’ambito esegetico e pedagogico. Non c’è esegesi, cioè studio e interpretazione critica, che prescinda da un’assidua frequentazione con i riferimenti culturali e gli studi del Governali studioso e uomo di scuola. Partiamo da quello che considero un filone principale, l’incontro fra culture e religioni, fra il cattolicesimo attivo di Don Lorenzo Milani e il socialismo umanistico di Pier Paolo Pasolini. Ho vivo i ricordi di lunghe conversazioni, tipiche fra gente di scuola, a proposito di Don Lorenzo Milani e del famoso  “I care”. GUARDA L'ALBUM FOTOGRAFICO
* Intervento pronunciato alla presentazione del libro di G. Governali di sabato 13 maggio nell'Auditorium del Liceo delle Scienze Umane "Don G. Colletto" - Corleone

Il “mi sta a cuore”  il prendersi cura degli umili, degli ultimi per rivoluzionare il mondo affermando diritti imprescindibili  quale la terra,  il pane per tutti, il lavoro e la dignità prima di tutto. A Don Lorenzo Milani seguì importantissimo l’incontro con l’amato Pasolini che avrebbe accompagnato in Governali una presa di coscienza critica e politica da tradursi per Corleone nelle note battaglie per la legalità e per una scolarizzazione di massa che portasse all’emancipazione civile delle  classi subalterne.
“Lingua e Dialetto” fu il titolo del Convegno di Bari cui, presente Pasolini, Governali partecipò pochi giorni prima dell’assassinio dello scrittore.
Mi raccontò a lungo dell’intelligenza brillante di Pasolini e condividemmo il dolore per la sua perdita. Un giorno ci ritrovammo a Roma a visitare il cimitero a cattolico della Piramide Cestia dove riposa Gramsci e tetammo con emozione di ricordare alcuni versi dell’opera pasoliniana.
Parte da qui, a mio avviso, l’impegno di Governali  che costituisce il punto di partenza di ogni sua opera.
Erano quelli gli anni di Don Milani con la sua “Lettera ad una professoressa”, ma anche di Paulo Freire con la sua “Pedagogia  degli oppressi” e “ L’educazione come pratica della libertà”, di Jean Piaget “ Dove va l’educazione”,  letture che Governali aveva fatto sue rileggendo  e portando a piena maturazione il suo Cristianesimo sociale e soprattutto dedicando le sue riflessioni al futuro dei giovani  ai quali insegnava, con i classici della letteratura, la via del riscatto e dell’umana dignità, quei giovani cui il Paese non offriva strade diverse da quelle di una grama e spericolata sopravvivenza.
Nella sua premessa  a “ Reperti”, Governali scrive: “ Non si tratta di custodire quanto del passato resta e lambisce il presente ma di conoscerlo per realizzare le sue speranze, per evitare che “ il passato continui come distruzione del passato”.
Solo in questo senso egli riteneva che fosse utile conservare e proteggere le cose che avevano valore in quanto frutto naturale di un nucleo sapienziale che era il parlare antico e i ritmi che scandivano il tempo dei padri, le strade che essi attraversavano, le trazzere che calpestavano, quel poco di cui si nutrivano.
Uno sguardo lucido e severo quello di Governali sui suoni e i colori della sua amata Corleone di un tempo scomparso,  uno sguardo che non risparmiava certo ironia e sardonici sorrisi.
Prezioso il suo mettere al servizio dell’antica lingua locale la sua cultura classica, quel suo personale trasformarsi in detective della parola, seguire ogni indizio, ogni traccia che portasse ad una spiegazione, a trovare il  giusto accordo fra le origini culturali, spesso nobili nel senso più alto e la sua paremiologia, parà oimè, che accompagna il canto quando si fa racconto.
L’approfondita analisi della parlata della Corleone antica in Governali  diviene, come si usa dire oggi, lo story telling di una comunità che coralmente si racconta, si definisce, si identifica e riprende corpo quasi una resurrezione al modo delle donne di Betania davanti al corpo sepolto e maleodorante di Lazzaro.
Allo stesso modo delle donne di Betania, Governali chiede al passato  non certo un ritorno impossibile quanto di manifestarsi nel presente come linfa vitale in un tempo segnato dalla ricerca di senso e da un’acritica rincorsa al futuro.
Giuseppe Governali rinviene nel parlare antico la ricchezza sapienziale, la saggezza tramandata, quel parlare colto, proprio dei sapienti che le classi popolari nel tempo hanno interiorizzato e fatto proprio.
Questo valore della parola, quasi fosse oggetto, parte inscindibile di una identità, in Governali traspariva dal suo stesso parlare, colto e raffinato da un lato ma che, con un sorriso, defluiva  nel “ detto” ove era il detto o proverbio che fosse, a garantire, con tratti di assoluta originalità, valore alla parola in lingua e mai viceversa.
Il fatto che così parlavano gli antichi padri esprimeva una conferma, voleva dire che era proprio così, parola verità, parola che non mente e non tradisce, parola quindi che nutre e conforta.
Come autorevolmente scrive Dino Paternostro, la parlata corleonese, pur essendo la città “soror mea” con la vicina Palermo, ha un che di suo.
Storicamente accertati restano gli accordi di Brescia del 1237 e l’emigrazione in Sicilia di genti lombarde in senso lato.
Certa è l’origine di alcuni cognomi corleonesi da Pontecurone, oggi prov. di Alessandria  in Piemonte ma in realtà periferia di Voghera in prov. di Pavia cioè Lombardia.
E’ inevitabile che vicende storiche lontane hanno sedimentato nei secoli un melange culturale in cui le parole, come le persone, sono il frutto di lenti ma inesorabili processi di integrazione fra parlate e culture le più diverse e sovrapposte nei secoli.
La lingua attraversa gli stessi complessi itinerari di commistione generando quello che gli antropologi chiamano “salad bowl”, cioè un bacino multietnico e multiculturale il cui esito finale è dato dal parlato in uso ma in cui le parole hanno distintamente, come le verdure nell’insalata mista, il sapore di una provenienza loro propria, di un percorso.
Scoprirlo, seguirne le tracce è il lavoro prezioso che Governali ha fatto in questo come nelle sue opere precedenti.
Togliere la cenere che ricopre il parlare antico, offrirlo come risorsa di riscatto ai giovani della sua scuola milaniana, voleva dire tracciare un percorso di vita in cui ciascuno, ogni giovane in formazione,senza smarrire se stesso, potesse ritrovare fra i ciottoli indistinguibili della lingua impoverita che oggi è in nell’uso corrente, parole autentiche, tracce, seguendo le quali, si disegna un’identità che non è quella dell’adeguamento acritico alle prassi del consumismo odierno.
Studioso delle tradizioni popolari e di antropologia culturale,  egli insisteva piuttosto sulla necessità di un’identità nuova e competitiva con gli sviluppi futuri delle esigenze umanistiche e delle nuove tecnologie, una visione di sé che porti all’epifania dell’altro ed al riconoscimento di questo come parte di sé fondata sulla coscienza che il futuro non sarà mai fonte di paura se proviene dalla rifondazione dei diritti inalienabili della persona umana.
E’ mia convinzione che questo libro nasca  da questa lucida ipotesi di ricerca, ma anche dal desiderio della famiglia e degli amici di mantenere e diffondere nei giovani il già noto impegno professionale e culturale dell’autore.
Noi oggi siamo emozionati e suggestionati dalla fatica di Pino, del nostro impareggiabile amico cui, con tanta nostalgia, rendiamo sincero e riverente omaggio sottolineando la sua  preziosa eredità cultuale.  

Giovanni Perrino      


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