mercoledì 5 aprile 2017

Quanti boss truffati dai prestanome. Riina: “Mi hanno rubato una farmacia”

SALVO PALAZZOLO
Da Bontate a Provenzano tutti i capi beffati da insospettabili che hanno deciso di tenersi case e negozi
Il più arrabbiato di tutti è Totò Riina. «Ho una farmacia che era intestata a uno — l’hanno intercettato in carcere — a sua volta questo l’ha intestata a sua madre… io sto rimanendo un poco male». Un insospettabile prestanome ha truffato il capo dei capi in carcere dal 1993, si è impossessato di una sua proprietà, e non gli fa avere neanche le rendite mensili, come un tempo. Anche Bernardo Provenzano, morto a luglio in carcere, sarebbe stato beffato da un misterioso prestanome, che dagli anni Ottanta tiene alcuni suoi appartamenti nella zona del mercato ortofrutticolo. C’è pure un altro caso. Raccontano che i parenti di Tano Badalamenti, il vecchio capomafia di Cinisi morto in un carcere americano, abbiano invece cercato di ritornare in possesso di una grande sala ricevimenti alle porte di Palermo. Ma si sono scontrati con un altro prestanome che ha perso la memoria e non riconosce più i potenti di un tempo caduti in disgrazia.
PATRIMONI CERCANSI

Boss beffati e derubati, segno che il potere di una certa mafia blasonata arranca. I padrini hanno ancora patrimoni conservati, nonostante i sequestri e le confische di tanti anni di lotta a Cosa nostra, ma spesso non sanno come recuperarli. Un vero problema per i boss, ora che quei soldi servirebbero per le spese legali, ma soprattutto per i figli che sono cresciuti. È il vero segno della sconfitta, essere truffati dagli insospettabili che negli anni Ottanta e Novanta hanno costruito improvvise ricchezze grazie ai soldi dei mafiosi.
Quelli che hanno perso di più sono i parenti di Stefano Bontate, il principe di Villagrazia come lo chiamavano prima dello sterminio dei corleonesi di Riina. Nei racconti dei pentiti ci sono sacchi pieni di banconote che venivano portati in macchina a Milano, nei ruggenti anni Settanta. L’azione di recupero crediti messa in campo è stata massiccia, e non senza conseguenze. Nel 1989, il cognato di Bontate, Giacomo Vitale, numero 33 della loggia Camea, non tornò mai più da un appuntamento a Brancaccio, dove era corso appena uscito dal carcere, per chiedere conto del patrimonio scomparso del principe di Villagrazia. Il quartiere Brancaccio dei fratelli Graviano, i signori delle stragi, che a Milano erano di casa e lì furono arrestati nel 1994.
L’IRA DI RIINA
Boss truffati e derubati. Riina non riesce a darsi pace. Nella «cassaforte» della farmacia «ci ho messo i soldi — dice — ci ho infilato qualche 250 milioni, poi lui si è fatto grande». Il ricco prestanome. Riina, intercettato dalla Direzione investigativa antimafia di Palermo nell’ambito del processo “Trattativa Stato-mafia”, accenna a un cognome. «La Barbera». Una traccia per risalire a quella farmacia. «Questo qui poi è andato a finire in galera, e ha intestato la farmacia alla madre». Un altro tassello. Riina è convinto che un giorno riuscirà a riavere il suo tesoretto. «Sì, il capitale è sempre lì — dice al compagno di cella — quando sarà, gli dirò: dammelo quello mio… Il passato è passato, gli dico… dammelo». Deliri di un capomafia o arroganza di un padrino che si sente ancora forte? Riina aspetta con pazienza la scarcerazione del nipote prediletto, Giovanni Grizzaffi, a fine anno dovrebbe tornare in libertà dopo trent’anni di carcere per omicidio. E potrebbe tornare a Corleone. Sussurra Riina: «Ho tante cose da sistemare, perché le mie cose sono tante».
I BENI NON SEQUESTRATI
Non lo dice solo Salvatore Riina che i patrimoni da sequestrare sono ancora tanti. Lo sosteneva anche un mafioso di rango della Cupola, Antonino Rotolo, che nel 2006 si opponeva al ritorno a Palermo degli “scappati” della prima guerra di mafia, i superstiti degli anni Ottanta che avevano trovato rifugio negli Stati Uniti. «A loro sono rimasti i beni, a noi li hanno levati », diceva Rotolo, e non sospettava di essere intercettato. Poi, nel luglio 2006, il blitz “Gotha” bloccò entrambi gli schieramenti. In cinquanta finirono in carcere. Ma molti altri ex “scappati” hanno continuato a fare la spola fra gli Stati Uniti e la Sicilia. Mentre diversi patrimoni di mafia sono in salvo all’estero. Di sicuro, ne conserva uno Vito Roberto Palazzolo, il manager di Terrasini che dopo una lunga stagione di affari in Sud Africa sta scontando una condanna per mafia al 41 bis. I pentiti dicono che era lui il tesoriere di Riina e Provenzano. Lui, naturalmente, ha sempre negato: sostiene di essere solo una vittima della mafia. Di certo c’è solo che le famiglie degli storici boss di Corleone continuano a ricevere un buon sostentamento da parte di qualcuno, parecchio devoto.

La Repubblica, 5 aprile 2017

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