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lunedì 3 aprile 2017

Quando la mafia massacrava i sindacalisti

FLAVIA AMABILE

Un libro, scritto da Pierluigi Basile, Dino Paternostro e Diego Gavini, ricostruisce le stragi in Sicilia (1944-48) in cui morirono quasi quaranta persone

Dovrebbero fare tutti come Antonella Azoti. All’indomani della strage di Capaci andò come tanti sul luogo della strage. Ma non le bastò lasciare un fiore o scrivere un biglietto come facevano tutti. Prese il microfono e urlò: «La mafia non uccide solo adesso, ha ucciso anche mio padre, Nicolò Azoti, il 21 dicembre 1946, e prima e dopo di lui ha assassinato tanti altri sindacalisti che lottavano insieme ai contadini per la libertà e la democrazia in Sicilia». Fu come squarciare un primo velo su una realtà che nessuno più ricordava, la strage dei sindacalisti agricoli siciliani sterminati dalla mafia tra il 1944 e il 1948. Se la vita di Placido Rizzotto è stata raccontata al cinema e in tv, tutti gli altri sono stati rimossi. Sono quaranta-cinquanta persone uccise. Non si sa con precisione nemmeno il numero, figurarsi il resto. Per la prima volta un libro prova a ricostruire quello che accadde. Si intitola La strage ignorata ed è stato realizzato dalla Fondazione Argentina Altobelli e dalla Fondazione di studi storici Filippo Turati. 
Siamo nel pieno della Seconda guerra mondiale quando inizia questa pagina di storia che in pochi conoscono. La Sicilia viene liberata nell’estate del 1943, nel resto d’Italia si combatte, stanno per essere compiute le stragi più efferate, Marzabotto, Civitella in Chianti, le Fosse Ardeatine a Roma. Ma c’è anche un governo che prova a dare il via alle prime riforme come la legge Gullo che riconosce ai contadini riuniti in cooperative il diritto di ottenere in concessione le terre incolte e mal coltivate degli agrari. Per i contadini dovrebbe essere il momento della riscossa, in realtà inizia una dura stagione di lotte che in Sicilia acquista un carattere particolare. Come sottolinea Michelangelo Ingrassia, coordinatore del Comitato Scientifico della Fondazione Altobelli, nell’isola i nemici sono due, «il padronato agrario che negava i diritti sociali» e «la mafia che negava i diritti individuali».  

Le terre siciliane sono ancora nelle mani dei grandi proprietari. «Nel 1946 – racconta il giornalista Dino Paternostro – la proprietà che superava i 50 ettari era pari al 39,3% della superficie agraria siciliana, mentre appena 282 proprietari possedevano il 10,6% della superficie agraria dell’isola. Secondo i dati del censimento del 1936, i 4/5 della popolazione addetta all’agricoltura non possedevano neanche un pezzo di terra o ne possedevano talmente poca da potersi considerare poveri. I contadini, quindi, incoraggiati dal nuovo quadro legislativo, cominciarono ad associarsi in cooperative e a presentare le domande di concessione per i feudi incolti o mal coltivati. Le loro richieste, però, rimasero inevase per mesi e mesi sui tavoli delle Commissioni provinciali che avrebbero dovuto esaminarle. Fu per protestare contro questi ritardi che decisero di occupare simbolicamente le terre». 

A organizzare le lotte sono i partiti democratici e i sindacati, da poco ricostituiti dopo il fascismo. La strage dei sindacalisti inizia il 5 agosto 1944 con l’assassinio di Andrea Raja, comunista, componente di una commissione di controllo dei granai del popolo. Provano a descriverlo come un poco di buono, donnaiolo e spesso «alticcio», ma lo stesso maresciallo della stazione dei carabinieri di Casteldaccia, dove avviene l’omicidio, finisce per ammettere che il motivo va cercato nella sua attività sindacale. Nessuno pagherà per la morte di Raja e la questione viene messa presto a tacere.  

L’ultimo morto di mafia raccontato nel libro è Calogero Cangialosi, ucciso l’1 aprile 1948 a Camporeale in provincia di Trapani. Segretario della Camera del Lavoro, 41 anni e quattro figli, viene trucidato da decine di colpi sparati a pochi metri da casa. Tra depistaggi, indagini svogliate, insabbiamenti, assoluta impunità, si va avanti così, omicidio dopo omicidio, per cinque anni. A morire sono sindaci, farmacisti, contadini, politici. In pochi hanno un funerale perché agli ammazzati, per giunta comunisti, in quegli anni deve bastare un po’ di acqua benedetta lungo la strada per il cimitero. «Fu una vera e propria guerriglia contro i lavoratori, nel cui corso caddero a decine non solo gli attivisti e i dirigenti sindacali, ma quegli elementi che, in qualche modo, solidarizzavano con la lotta popolare contro il feudo», scrive la Cgil siciliana in un documento presentato alla prima commissione Antimafia nell’ottobre 1963. Parole che cadono nel vuoto. E ora che finalmente si prova a restituire la dignità della storia ai morti di quegli anni, almeno si sa che non è stata una battaglia combattuta invano: 500 mila ettari di terreno passarono di mano, i latifondi scomparvero. Le ingiustizie, la mafia, l’omertà e l’indifferenza, no. 
Flavia Amabile
La Stampa, 26/09/2014

LA SCHEDA
1944: nella Sicilia occupata dagli alleati, era entrata in vigore la legge Gullo (comunista, ministro dell’agricoltura del governo Badoglio), che riconosceva ai contadini riuniti in cooperative il diritto di ottenere in concessione le terre incolte o mal coltivate degli agrari. Quasi una rivoluzione, in un territorio in cui, secondo il censimento del 1936, i quattro quinti degli addetti all’agricoltura non possedevano neanche un pezzo di terra o ne possedevano talmente poca da potersi considerare poveri.
Le cooperative dei contadini, sostenute dai partiti democratici e dai sindacati, da poco ricostituiti, avviarono le procedure per ottenere i fondi incolti o mal coltivati, ma le loro richieste rimasero per mesi sui tavoli delle Commissioni provinciali preposte ad esaminarle.
I nemici? il padronato agrario, che negava i diritti sociali, e la mafia, che negava i diritti individuali.
Nell’estate del 1944 cade il primo sindacalista, Andrea Roia, componente di una commissione di controllo dei granai del popolo : viene assassinato a Casteldaccia il 6 agosto 1944.
Fra il 1944 ed il 1948 i sindacalisti uccisi sono più di quaranta.
Il libro La strage ignorata cerca di ricostruire quanto accadde fra il 1944 ed il 1948; l’ultima vittima su cui si sofferma è Calogero Congialosi, segretario della Camera del Lavoro di Camporeale, ucciso il primo aprile 1948.
Va ricordato che negli anni presi in esame, grazie anche alla lotta dei sindacalisti, 500 mila ettari di terreno passarono di mano e i latifondi scomparvero.
  • Pierluigi Basile, Dino Paternostro, Diego Gavini: Una strage ignorata. Sindacalisti agricoli uccisi dalla mafia in Sicilia 1944-1948.
  • Fondazione Argentina Altobelli, Fondazione di studi storici Filippo Turati / Ed. Agra, 2014

Placido Rizzotto : il segretario della Camera del Lavoro di Corleone ucciso a 34 anni

Placido Rizzotto, nato a Corleone nel 1914, aveva combattuto in Carnia; dopo l’8 settembre si era unito ai partigiani della brigata Garibaldi come socialista. Tornò in Sicilia a guerra finita. 
Si iscrisse al P.S.I. ed avviò una capillare azione di sostegno ai Decreti Gullo, conducendo la sua lotta come segretario della Camera del Lavoro di Corleone.
Uno dei terreni assegnato alle cooperative era di proprietà di Luciano Leggio, detto Liggio, all’epoca giovane mafioso di Corleone (diventerà poi uno dei più sanguinosi capi della mafia), che Rizzotto umiliò pubblicamente, appendendolo all’inferriata della villa comunale, durante una rissa scoppiata tra ex partigiani e uomini del boss Michele Navarra, a cui Liggio era affiliato.
Un anno dopo, il 10 marzo 1948, Rizzotto, che non si era fatto intimorire dalle minacce ricevute e aveva continuato la lotta per la concessione delle terre, venne rapito e ucciso a Corleone, dopo essere stato attirato in un’imboscata.
Le indagini, condotte dall’allora capitano dei carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa, portarono all’arresto di Vincenzo Collura e Pasquale Criscione, che confessarono di aver rapito Rizzotto insieme a Luciano Liggio.
Collura raccontò inoltre che Liggio aveva fatto scomparire il cadavere del sindacalista gettandolo nelle foibe di Rocca Busambra, dove molti anni più tardi, il 7 settembre 2009, sono stati trovati i resti riconosciuti successivamente come quelli di Rizzotto (il Dna è stato confrontato con quello del padre).
Crescione e Collura ritrattarono la confessione durante il processo e furono assolti per insufficienza di prove.
Nel 2000 è uscito il film Placido Rizzotto, diretto da Pasquale Scimeca, che è stato criticato perché non parla della militanza socialista del giovane, presentandolo come comunista.

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