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mercoledì 19 aprile 2017

Bruciati 10 anni in trenta minuti

DANIELA MINERVA
TRENTA minuti scarsi di trasmissione rischiano di cancellare 10 anni di lavoro, quelli che ci sono voluti per rendere disponibile agli italiani il vaccino capace di prevenire le malattie causate dal virus del papilloma, alcuni tumori in primis. IL COLPO lo assesta Report che fa una trasmissione raccogliticcia e sostanzialmente sbagliata su una questione fondamentale di salute pubblica. Dice bene, a Repubblica, il presidente dell’Iss, Walter Ricciardi: «Sarebbe terribile che – dopo aver visto la trasmissione – i genitori decidessero di non vaccinare i propri figli». Sarebbe terribile perché con questo vaccino che si evitano i tumori della cervice, del pene, di testa e collo, della vagina… C’è uno scollamento spaventoso tra gli obiettivi di una trasmissione Tv e le sue possibili conseguenze sulla vita delle persone. 
Report fa rumore; cerca audience attraverso l’indignazione, genera paure e sospetti. Certamente lo fa in buonissima fede, sperando di raddrizzare quel che non va. Ma in medicina, non si fa così. Basta che un solo genitore abbia cancellato l’appuntamento alla Asl dopo aver visto la trasmissione perché ci sia una persona in più esposta al rischio di ammalarsi di cancro. C’è da non dormirci la notte, con certe materie non si scherza. E il morbillo sta lì a dimostrarlo: pensavamo di averlo cancellato, poi sono arrivate le polemiche sulla mai provata pericolosità dei vaccini, i genitori hanno sottratto i bambini, ed ecco la malattia che ritorna col suo carico di dolore.
È la conseguenza di questo parlare di medicina: mettendo in fila storie singole, non appoggiate da dati medici bensì costruite su stati d’animo e sensazioni individuali; suggerendo potenziali truffe o conflitti di interesse, capaci di generare dubbi senza uno straccio di prova; dando credibilità a sedicenti esperti che sparano stranezze (come l’immunologo israeliano Yehuda Shoenfeld che ha detto che il vaccino Hpv non previene il cancro smentendo decine e decine di lavori scientifici). Le stranezze attirano l’attenzione dello spettatore annoiato, attizzano il livore. Ma la medicina è un’altra cosa: è fatta di lunghe sperimentazioni, di migliaia e migliaia di dati biostatistici, di ore e ore di osservazioni al microscopio; senza telecamere. Richiede prove e scoraggia i clamori. Ci fidiamo perché funziona. Perché sa che un farmaco se è efficace ha effetti collaterali, ma proprio su questi valuta quanto i benefici siano superiori ai rischi. L’informazione dovrebbe raccontarci questo mondo aiutandoci a essere autonomi nelle scelte, non alimentare dubbi a casaccio. Perché ogni dubbio, in medicina, porta con sé una decisione, magari sbagliata; spesso rischiosa.

La Repubblica, 19 aprile 2017

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