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domenica 5 marzo 2017

Quarant'anni fa Palermo lanciò il ’77

Manifestazione contro il governo Andreotti
ELEONORA LOMBARDO
L’assemblea di Lettere che sfociò nella prima occupazione, il concerto di Bennato e gli Indiani: la città col pugno chiuso
Università pubblica, democrazia e lavoro, queste erano le richieste fatte a gran voce in corteo da studenti e lavoratori in un clima di deflagrazione dei partiti e di precariato assillante. Non è cronaca recente, ma di quaranta anni fa, del febbraio del 1977, l’anno che proprio a Palermo battezzò, durante un assemblea alla facoltà di Lettere, il Movimento del ‘77, il più creativo che la città ricordi. Sebbene i fatti più eclatanti accaddero da Roma in su, in effetti nel ‘77 in Sicilia la situazione era complessa e gli studenti analizzavano con attenzione la gravità del clima socio-politico. L’Ateneo palermitano, grande azienda pubblica con 5000 dipendenti quasi tutti precari, è il primo a recepire la circolare Malfatti che tra le altre cose vieta agli studenti di dare più esami nella stessa sessione. Lettere e Filosofia, che già aveva vietano ai sindacati di parlare in facoltà, non ci sta e occupa. E da qui a seguire tutte le altre facoltà della città e poi gli atenei nel resto d’Italia.

Al governo nazionale c’è Andreotti, qualche mese prima Enrico Berlinguer, segretario del Pci, in virtù di una «proficua collaborazione con il governo», aveva stretto la mano di Aldo Moro, presidente Dc, e siglato il famigerato compromesso storico. Da questa scelta del partito comunista erano scaturite una costellazione di sigle della cosiddetta sinistra extraparlamentare, che contestando fortemente il partito si intestavano la rivoluzione pura: Pdup (Partito di unità proletaria), Mls (Movimento lavoratori per il socialismo), Praxis (collettivo dell’omonima rivista), Dp (Democrazia proletaria), Pcmli (Partito comunista marxista leninista d’Italia), Gcr (Gruppi comunisti rivoluzionari) perfino gli IM(indiani metropolitani) e Ao (Avanguardia operaia), Aut.Op. (Autonomia operaia): un’esplosione di suoni da far impallidire Rino Gaetano.
Tra i giovani, a mediare tra ardore rivoluzionario e la linea del Pci, c’è la Federazione dei giovani comunisti italiani (Fgci).
In Sicilia parlare di Dc era davvero difficile, voleva dire ancora Vito Ciancimino, allora responsabile degli enti locali, e Salvo Lima, mentre il sindaco era il democristiano Carmelo Scoma.
«Nonostante le divisioni ideologiche di tattica e strategia politica, a Palermo sul fronte del ‘’privato’’ c’era maggiore sintonia fra i giovani comunisti ortodossi, seguaci del partito, e i gruppi extraparlamentari - racconta Mario Azzolini, allora segretario della Fgci - Mentre il partito discuteva e trattava intese con i democristiani, i giovani della Fgci si fidanzavano con i ‘’gruppettari e le gruppettare’’».
In un clima nazionale che si surriscaldava e si preparava alla lotta armata, Palermo viveva un fermento culturale e critico dovuto soprattutto all’azione della cosiddetta “ala creativa” della sinistra, agli Indiani metropolitani, e al movimento femminista.
Racconta Giuseppe Barbera, ex militante di Lotta Continua che, scioltasi nel ‘76 continuava a esistere come giornale: «Io credo che a Palermo il movimento si caratterizzò perché fu meno violento che nel resto d’Italia. Era il periodo del circolo La Base, con attività culturali intense o della libreria “Cento Fiori” gestita da me e Umberto Santino. La vera ondata violenta in città fu la strage dell’eroina che si portò via le menti migliori della nostra generazione». La famosa assemblea della facoltà di Lettere che sancì l’inizio dell’occupazione viene ricordata dal professore Salvatore Nicosia, in quell’anno già docente di Letteratura greca, come la più naif della storia: «Ricordo l’aplomb di Giusto Monaco, allora preside, nel dare la parola al “compagno indiano”.
Gli Indiani metropolitani arrivarono in aula davvero vestiti da indiani, ma avevano difficoltà a esprimere le loro istanze. Era una situazione emblematica del disorientamento di quel periodo, della fine delle certezze e dell’inizio del dubbio. Qualcuno tentava di politicizzare, cosa che riuscì in altre città. A Roma, alla Sapienza Lama venne cacciato, ma a Palermo tutto ebbe toni più sfumati. Ogni discorso era tempestato da una serie infinita di “cioè” che non portavano a nulla, se non ai soliti buoni propositi dei professori».
Anche Giovanna Fiume, oggi ordinario di Storia moderna, allora contrattista precaria, ricorda quell’assemblea: «In pentola bollivano tante cose, il momento storico era cruciale. Soprattutto nelle fabbriche del nord Italia l’accelerazione della componente della lotta armata chiudeva molti spazi di azione politica e gli sforzi dell’ala creativa andavano nel senso del rifiuto della violenza. All’Università noi formammo il collettivo femminista “Le Comunarde”, con l’obiettivo di capire come sciogliere l’intreccio tra capitalismo e patriarcato, rivoluzione e liberazione. Studiavamo l’esperienza del Movimento di liberazione delle donne inglesi che poneva già il problema del lesbismo, della razza, delle diseguaglianze e criticava il sistema educativo e quanto serviva alla costruzione sociale dell’essere donne».
Eppure se durante quella prima assemblea il clima era disteso e lasciava il tempo per apprezzare la creatività degli Indiani metropolitani, quelle che seguirono tra la facoltà di Scienze politiche e quella di Giurisprudenza ebbero toni più infuocati, e dai temi strettamente inerenti scuola e università si passò al confronto ideologico, fino a saldare la protesta con il movimento operaio.
Il 15 febbraio ci fu un corteo che attraversò l’intera città, sugli striscioni, nelle più educata delle formule, campeggiava la scritta “Pci=Nuova Polizia” e AO e Aut. Op. venivano considerati i bracci del partito contro il movimento. Durante gli scontri Azzolini viene colpito alla testa.
Qualche settimana dopo una contestazione sul prezzo del biglietto al Teatro Biondo per un concerto di Edoardo Bennato, provoca talmente tanto scompiglio che la polizia spara e ci sono degli arresti. Bennato promette un concerto all’Università, anche quello finito male come ricorda Barbera: «Eravamo nell’atrio di Giurisprudenza, c’era una ressa incredibile e il povero Bennato al secondo pezzo venne fischiato. Mi pare dovette intervenire il servizio d’ordine del movimento per portarlo via».
Qualche colpo sparato in aria, contusioni e colpi di spranga, ma a Palermo non ci furono morti come accadde a Bologna. Sebbene un certo clima di terrore per strada cominciava a farsi largo, la paura erano i picchiatori fascisti, per tutte le frange del movimento era vietato passare davanti all’Extra bar di piazza Politeama.
Lo ricorda bene Umberto Cantone, allora studente liceale del Meli, e anima di Radio Sud, una delle radio libere della città.
Difficile fare un bilancio di quello che resta di quell’esperienza. Commenta Azzolini: «I giovani che erano in strada allora sono stati in qualche modo la meglio gioventù palermitana. Ma dal 1978 in poi si dovette fare i conti con la frammentazione in tante tribù senza più unità. Ne uscimmo sconfitti tutti. Di quel periodo rimpiango la spinta ideale, la passione per la politica e non come scorciatoia per conquistare potere».

La Repubblica Palermo, 4 marzo 2017

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