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martedì 28 marzo 2017

Intervista a Teresa Principato: “Io, Falcone e Borsellino, così imparai cos’è la mafia”

Teresa Principato ha iniziato a lavorare a Palermo nel 1989, prima era stata in servizio a Caltanissetta dove aveva messo sotto inchiesta per mafia i consiglieri di una banca. La magistrata lascia Palermo dopo 27 anni per andare alla Dna. Dagli inizi alla caccia a Messina Denaro il racconto di una carriera che si intreccia con quella dei due giudici assassinati. Lei li ricorda così: quando Giovanni si allontanava dalle riunioni, alcuni colleghi lo prendevano in giro dicevano di averlo sistemato. Chi erano? Alcuni di quelli che, dopo che è morto, facevano a gara per osannarlo. Quando era in vita, invece, lo accusavano di essere malato di protagonismo. Con Paolo cominciai le indagini sulla mafia agrigentina e scoprimmo la Stidda. Il giorno prima della sua morte lo vidi nel mio ufficio. Quando andammo a casa del procuratore Giammanco per consegnargli il documento con il quale lo sfiduciavamo lui mi disse: Teresa ma cosa ti ho fatto? Dopo l’omicidio Lima nel suo ufficio era arrivato Mario D’Acquisto. Rispetto all’89 la presenza criminale in città è diminuita parecchio, ma questo non rassicura L’altra faccia della mafia oggi è la corruzione
SALVO PALAZZOLO
Mi sembra ancora di vederlo camminare per i corridoi della procura di Palermo. In silenzio, scuro in volto. Giovanni Falcone andava via dalle riunioni e certi colleghi lo prendevano in giro. “Lo abbiamo sistemato”, ridevano». Teresa Principato sta smontando la sua stanza al secondo piano del palazzo di giustizia. Venerdì è stato il suo ultimo giorno da procuratrice aggiunta con la delega a indagare sulla mafia di Trapani e sul superlatitante Matteo Messina Denaro. Presto, andrà a Roma, alla direzione nazionale antimafia. Sussurra: «Quanti momenti drammatici ho vissuto in queste stanze».

Chi rideva di Falcone?
«Illustri colleghi che dopo la sua morte hanno fatto a gara per osannarlo. Invece, quando era in vita lo consideravano un uomo affetto da protagonismo esasperato, un nemico da abbattere».
In che anno è arrivata alla procura di Palermo?
«Era il 1989, con l’allora procuratore aggiunto Falcone andammo a raccogliere le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia che ci consentì di istruire un processo per un traffico di droga gestito dalla famiglia di Bagheria. Fu una lezione importante per me. Due anni dopo, quel capo leale e generoso che era Giovanni Falcone mi fece entrare nella direzione distrettuale antimafia, per seguire con Paolo Borsellino le indagini sulla mafia agrigentina. Scoprimmo la Stidda».
Quando vide Borsellino per l’ultima volta?
«Il giorno prima della sua morte, venne nel mio ufficio. Il lunedì successivo saremmo dovuti partire per la Germania. Era molto triste, credo fosse consapevole del suo destino, ma in quei giorni continuava a lavorare senza tregua».
Dopo la strage di via d’Amelio, lei e altri sette sostituti firmaste una lettera di sfiducia contro il procuratore capo Giammanco.
«Quando andammo a casa sua per consegnargli il documento, mi guardò e disse: “Teresa, ma cosa ti ho fatto?”. Non si rendeva conto di quello che era accaduto. Dopo il delitto Lima, nella stanza del procuratore si era presentato un potente democristiano, Mario D’Acquisto: forse, dovevano decidere il da farsi».
Che effetto ebbe quel documento?
«Per la prima volta, un gruppo di sostituti sfiduciava il proprio capo. Ma, alla fine, finimmo noi sotto accusa al Csm».
Dopo le stragi, iniziò un’importante stagione di contrasto a Cosa nostra. Quale fu il momento più intenso?
«Quando un’intercettazione svelò che alcuni mafiosi sapevano tutto di mio figlio. La scuola che frequentava, gli spostamenti. Un momento sconvolgente per una madre. Per qualche tempo, il bambino visse in Inghilterra, poi tornato a Palermo era scortato. Una vita impossibile, fino a quando decise di rifiutare tutto quanto ruotava attorno a sé».
Cosa le diceva?
«C’è voluto del tempo per riuscire a fargli tirare fuori quello che aveva dentro. Nei suoi dettati, diceva di essere orgoglioso della sua mamma e del suo papà, pure lui magistrato: entrambi impegnati, scriveva, a liberare Palermo dai delinquenti. Molti anni dopo, mio figlio mi ha rivelato che aveva degli incubi, temeva che i suoi genitori venissero uccisi».
Quanto è stato difficile per una donna svolgere la professione di magistrato?
«Non ho trovato alcuna difficoltà con i mafiosi, piuttosto con uomini delle istituzioni insicuri, che non hanno mai sopportato il prestigio di una donna, seppur guadagnato sul campo».
Le sue ultime domande al Csm, per un incarico direttivo, sono state cestinate.
«Una delusione profonda, ritengo di non meritare un simile trattamento. Mi sono chiesta spesso se ne sia valsa la pena, visto che oggi più che la qualità del lavoro sembrano contare gli incarichi fuori ruolo».
Dal 2009 si è dedicata alla ricerca del latitante Messina Denaro, perché non si riesce ancora ad arrestare?
«Abbiamo messo in campo una strategia di attacco, gli abbiamo fatto attorno terra bruciata, con arresti e sequestri. Negli ultimi tre anni, sembra che Messina Denaro sia scomparso da Trapani e come detto in varie ordinanze i suoi sodali esprimono giudizi negativi su di lui. Nei mesi scorsi, i ladri sono anche entrati a casa del nipote. Questo e altri elementi ci fanno dire che il potere di Messina Denaro a Trapani è grandemente scemato, ma attorno al latitante resta una fitta di rete di relazioni, favorite dalle associazioni massoniche».
I rapporti fra mafia e politica sono state oggetto di diverse sue inchieste. La più celebre, quella che ha portato a processo l’ex ministro Mannino, poi assolto. Lo rifarebbe quel processo?
«La sentenza dice che fino a un certo periodo Mannino creò il suo peso elettorale grazie alla mafia. La verità è che le regole del gioco sono cambiate tante volte nel corso dei processi. E la prova richiesta è diventata sempre più complessa».
Com’è Palermo vista dalla finestra dell’ufficio che sta per lasciare?
«Nel 1989, era una città sotto coprifuoco, invischiata nel male in modo naturale. Oggi, la situazione criminale ha dei connotati molto più contenuti. Questo però non ci rassicura, perché adesso l’altra faccia della mafia è la corruzione».

La Repubblica Palermo, 26 marzo 2017

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