mercoledì 1 marzo 2017

Don Ciotti: “La politica si metta al servizio della società (civile)”

Don Luigi Ciotti
Intervista a don Luigi Ciotti di Giacomo Russo Spena
“Dignità, è questa la parola chiave”. Riconquistare la dignità perduta. Don Luigi Ciotti riparte da qui. Prete, una vita in mezzo alla strada dedicata ai più poveri e agli emarginati. Con il Gruppo Abele si è occupato di problemi sociali (droga, Aids, prostituzione, immigrazione), con Libera si prefigge invece di contrastare mafie ed illegalità diffusa. Ora, a 71 anni, ha ancora mordente e voglia di riscatto. Dopo la campagna Miseria Ladra, ha promosso recentemente Numeri Pari, una federazione di associazioni della società civile che si presenta come inedita “rete contro la disuguaglianza e per la giustizia sociale”. Tra gli obiettivi una campagna contro gli sfratti e per l’introduzione di un reddito di dignità nel Paese. Una gamba sociale, al momento, esterna a qualsiasi forza partitica: “È ora – dice – che i partiti, non solo quelli di sinistra, riscoprano la politica come servizio alla comunità, partendo dai bisogni e dalle speranze delle persone”. Il punto di riferimento, per il tenace prete, è ancora Papa Francesco, il solo che con le sue parole “scuote le coscienze di tanti, credenti e laici, perché hanno la forza della ricerca di verità e la credibilità della coerenza tra la parola e la vita”. 
Dall’ultimo rapporto Oxfam si evince che otto super miliardari detengono la stessa ricchezza netta (426 miliardi di dollari!) di metà della popolazione più povera del mondo, vale a dire 3,6 miliardi di persone. Il gap tra ricchi e poveri aumenta. Intanto in Italia cresce la disoccupazione giovanile. Come si può, nel concreto, rilanciare politiche di giustizia sociale e di redistribuzione del reddito?

Il problema non è solo politico ma culturale. Sicuramente le disuguaglianze vanno combattute sia sotto il profilo etico, perché umiliano la pari dignità delle persone, che pratico, perché disgregano la coesione sociale e il senso di comunità. Ma contestualmente è necessaria una rivoluzione culturale, cioè un impegno educativo di lungo e lunghissimo periodo – non possiamo aspettarci frutti immediati – che ci aiuti a ripensare le basi della relazione umana, della convivenza sociale, dei bisogni essenziali di una persona. Senza questa cornice è difficile che i singoli provvedimenti abbiano effetti al di là della contingenza. La questione credo sia stata messa a fuoco con grande lucidità da Papa Francesco nella Laudato sì, là dove si parla di “conversione ecologica”: bisogna ribaltare il rapporto tra economia e ecologia, perché l’economia, a dispetto della sua posizione egemonica, è solo una parte dell’ecologia, che comprende in sé sia la dimensione ambientale, sia quella sociale, sia appunto quella economica. Un’economia senza questa visione alta del bene comune diventa una forza distruttiva, un sistema di sfruttamento. Che lo sia diventata è anche responsabilità della politica, troppo spesso ridotta a strumenti di ratifica di quanto viene deciso nelle sedi economiche e finanziarie.

Passiamo alla misure concrete per contrastare precarietà e diseguaglianze. In Parlamento giacciono ben tre proposte di legge sul reddito minimo garantito, una di Sel, una del Pd e una del Movimento 5 Stelle. La vostra è l’ennesima proposta di reddito, non sono troppe? E che rapporti avete coi partiti, ci sarà collaborazione?

La nostra è una proposta di “reddito di dignità”, perché dignità è la parola chiave. Dignità di un lavoro che si cerca ma non si trova, o viene concesso in forme degradanti o umilianti, come dimostrano le tante forme di precariato, per non parlare dello sfruttamento o del caporalato. Poi che ci siano tante proposte non mi sembra in sé un fatto negativo, perché in ciascuna ci può essere del buono e del ragionevole. Certo è necessario arrivare a una sintesi, anche per venire a capo della situazione attuale, in cui abbiamo una sorta di spezzatino – o di pasticcio – di misure assistenziali insufficienti o persino contraddittorie. Detto questo, l’obiettivo è arrivare a una forma di reddito minimo garantito – come accade in quasi tutti i Paesi europei – contrattando se necessario una deroga del patto di stabilità sulla spesa sociale.

Ma quale rapporto avrete coi partiti?

Siamo disponibili a collaborare con chiunque si impegni su questi punti con coerenza e trasparenza.

Non trova che questo cosiddetto 1% di superpaperoni, oltre alla ricchezza, detenga anche il potere a scapito delle nostre democrazie? Senza considerare il tema della corruzione endemica alle forme di governo. Lotta alla diseguaglianza e lotta all’illegalità, sono due battaglie congiunte?

Sono profondamente intrecciate. È assodato che la corruzione cresce più facilmente in contesti di forte disuguaglianza, che lei stessa, d’altro canto, alimenta. Per non parlare delle mafie e delle organizzazioni criminali, che hanno nella corruzione il loro apripista. Questione sociale e questione criminale – dove nel “criminale” ci mettiamo la corruzione, le mafie, l’illegalità diffusa – sono vasi comunicanti e questa è un’ulteriore prova di come il tema dei “diritti” non sia solo etico ma politico. Una società senza diritti, o dove i diritti regrediscono a privilegi, è una società che non evolve sul piano sociale, culturale e nemmeno su quello economico, perché lascia spazio alle tante forme di corruzione e di criminalità che aggrediscono e derubano il bene comune.

Avete lanciato “Numeri Pari”, un’associazione che vede al proprio interno molte realtà sociali. È ora che i partiti della sinistra si mettano da parte per lasciare spazio a comitati territoriali, società civile e associazionismo vario?

È ora – lo dico con umiltà ma anche con convinzione – che i partiti, non solo quelli di sinistra, riscoprano la politica come servizio alla comunità, partendo dai bisogni e dalle speranze delle persone. Altrimenti la politica cancella la sua stessa funzione, che è quella di garantire il bene comune. Però è anche ora che la società civile, nel suo insieme, diventi società civile responsabile, consapevole cioè che l’essere oggi cittadini non può limitarsi all’esprimere opinioni via web o dare le proprie virtuali adesioni a questa o quella campagna: occorre mettersi in gioco in prima persona, costruendo insieme agli altri e anche insieme a chi fa politica di professione – c’è chi lo fa con onestà e competenza – progetti di interesse collettivo.

Il nuovo punto di riferimento per le realtà dal basso – che si battono contro diseguaglianze e povertà – è veramente il Papa? Al di là dei suoi proclami, all’interno del Vaticano non ci sono ancora mille contraddizioni da esplicitare?

Mi sembra riduttivo e fuorviante parlare di proclami. Quelle del Papa sono sollecitazioni che scuotono le coscienze di tanti, credenti e laici, perché hanno la forza della ricerca di verità e la credibilità della coerenza tra la parola e la vita. Questo sotto il piano etico e morale. Rispetto a quello intellettuale, credo che il discorso del Papa, al di là degli orientamenti politici e culturali di ciascuno, abbia una grande forza di persuasione perché denuncia ciò che la politica e l’economia tacciono o dicono in forme prudenti e reticenti, ossia che questo sistema e questo modello di vita sono da cambiare alla radice, e che se c’è una speranza, una via d’uscita dal circolo vizioso, comincia dal ridare dignità, lavoro e cittadinanza alle milioni di persone a cui sono state sottratti. È un discorso politico nel senso più vasto e alto del termine, e che lo faccia un Papa è certo molto significativo dei vuoti della politica. Se “libertà, uguaglianza, fraternità” sono stati i principi su cui abbiamo edificato le società moderne occidentali, è paradossale che sia un Papa a ricordarci che senza uguaglianza, senza pari dignità delle persone, la fraternità e la libertà rischiano di essere soltanto parole.

Nelle campagne sociali che ha in mente, quale posto occupa la Costituzione. Soprattutto dopo il referendum del 4 dicembre scorso, dove è stata bocciata la riforma Boschi/Renzi, non dobbiamo riaffermare i valori della nostra Carta?

La Costituzione attende ancora una completa realizzazione, soprattutto per quel che riguarda la prima parte. Ciò detto, nessuno mette in dubbio, anche dopo l’esito referendario, che il sistema politico vada rinnovato, alleggerito nei costi, semplificato in certi meccanismi. Ma un conto è questo rinnovamento, un altro è il disegno – in atto da diverse stagioni – che mira a modificare la delicata ossatura della Costituzione, volta a impedire le concentrazioni di potere, le gestioni “personali” o private degli interessi pubblici, la pretesa di uno o di pochi di decidere al posto degli altri. Questa è una deriva a cui bisogna dire no, perché umilia lo spirito democratico e porta da un lato allo smantellamento dei diritti fondamentali – quindi del lavoro, della casa, dell’istruzione, dell’assistenza sanitaria – dall’altro alla riduzione del bene comune a offerta elargita, paternalisticamente, dall’alto. Il linguaggio della democrazia è corresponsabilità, alfabeto del “noi”, non monologo e parola dell’io. E la Costituzione resta la più alta sintesi del linguaggio della democrazia e delle responsabilità che essa ci affida.

Spesso lei è stato accostato, proprio per la battaglia sul reddito, vicino al M5S. Qual è il suo giudizio sul movimento di Grillo?

Tali accostamenti, al di là del M5S, sono semplificazioni prive di fondamento. Rispondono più a un gioco delle parti che a un’analisi profonda dei problemi. Libera e il Gruppo Abele sono (e saranno) realtà apartitiche ma non apolitiche, nel senso che collaboreranno, senza “accostamenti” e confusione di ruoli, sulla base di un rapporto franco, diretto, con chiunque dentro e fuori dalla politica s’impegni in modo concreto per la giustizia sociale, per la dignità e la libertà delle persone.

(MicroMega, 20 febbraio 2017)


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