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martedì 7 febbraio 2017

PALERMO/ELEZIONI. La città assente dal dibattito

UMBERTO SANTINO
In vista delle elezioni amministrative sono in corso i riti consueti, celebrati da sacerdoti stagionati o da giovani seminaristi, ma pare che ci sia un grande assente: Palermo. Cioè la città nella sua realtà attuale, con un’economia disastrata, una disoccupazione crescente, giovani senza futuro, istituzioni squattrinate o sprecone, relazioni fragili e smagliate. E la sua vita quotidiana, con lavori in corso che non finiscono mai, gli eredi degli “industriali” dolciani che debbono inventarsi strategie di sopravvivenza, vandali in servizio permanente effettivo, che si esercitano spolpando le pensiline degli autobus, imbrattando monumenti appena ripuliti, devastando le scuole. Piazza Politeama il sabato pomeriggio è l’accampamento della gioventù nostrana, con troppi ragazzi maleducati e aggressivi, mentre le movide notturne si consumano tra rifiuti e ruderi di guerra.

C’è stata qualche novità, come il riconoscimento dei monumenti normanni come patrimonio dell’umanità e le isole pedonali. Il teatro Massimo che va nei quartieri dove la cultura è sconosciuta. C’è pure il tram che ha avvicinato le periferie ma i trasporti pubblici sono da periferia dell’impero, con pochi autobus, sporchi e sovraffollati, presi d’assalto da passeggeri che entrano dall’uscita e escono dall’entrata, si accalcano davanti alle bussole perché non hanno biglietto e temono che si materializzi un controllore, osservano con uno sguardo di sorpresa e di compatimento i pochi che provano a “obliterare” il biglietto nelle macchinette regolarmente fuori servizio (ma chi ha inventato questi trabiccoli preleonardeschi?). Quando ero ragazzo c’era il bigliettaio e tutti pagavano il biglietto, hanno tolto il bigliettaio per risparmiare e hanno indotto la cultura, in senso antropologico, dell’autobus gratuito e l’azienda è una voragine di debiti.
Questo mix di problemi strutturali e di comportamenti abituali, che non sono proprio un esempio di civiltà, rende la città una delle più invivibili d’Italia, in coda alle classifiche annuali del Sole-24 ore, o di altri, regolarmente contestate da schiere di campanilisti scandalizzati.
Nessuna meraviglia se non fa parte dei riti in corso un programma che vada oltre le buone intenzioni e l’enfasi retorica, e meriti questo nome, fondandosi su un’adeguata conoscenza della città. Per amministrare e candidarsi ad amministrare Palermo bisognerebbe sapere Palermo. E se gli scrittori più o meno noti si dedicano alla microscopìa del frammento, e qualcuno lamenta che a Palermo non c’è stato e non c’è un De Roberto, i sociologi non sono da meno. Siamo tutti devoti del pensiero debole, tanto debole da rasentare l’inconsistenza, della ricerca parcellare, della scrittura minimalista. In passato c’è stato qualche tentativo di studiare Palermo e se Dolci ha descritto la corte dei miracoli, altri hanno analizzato la città marginale, la capitale del clientelismo e del terziario, la metropoli stagnante, la città spugna che consuma più di quanto produce, o hanno fatto una radiografia dei quartieri, ponendo le basi per interventi da legare a un progetto complessivo. Per andare in questa direzione all’inizio degli anni ’90 il Centro Impastato propose di fare un’inchiesta sulla città, ma docenti e ricercatori dell’accademia locale lasciarono cadere la proposta. Ora ci prova con il Memoriale della lotta alla mafia e vedremo cosa accadrà.
Oggi dovremmo chiederci come e di cosa vive Palermo. Prima c’era un sistema assistenziale alimentato dal denaro pubblico e c’era l’accumulazione illegale: il traffico di droga era buona parte del PIL. Negli ultimi anni la prima fonte si è disseccata e la seconda si è contratta, per l’emergere di soggetti criminali meno esposti, e colpiti, di Cosa nostra. Palermo è il paradigma della città che si sopravvive per una sorta di vitalità inerziale. In cui gran parte degli abitanti è fatta di emarginati, disoccupati cronici, lavoratori precari o in nero. Funziona a pieno regime la fabbrica dell’esclusione sociale, al di là delle luci e delle vetrine.
Se si guarda ai personaggi che animano la scena pre-elettorale, Orlando prova a battere tutti i record e sale nella classifica del gradimento, avversato da un quarantenne con un recente passato nella mobilitazione antiracket che ha deciso di imbarcarsi con i grillini, che con primarie per pochi apostoli della democrazia virtuale hanno scelto un volto nuovo, dopo aver perso la faccia con la raccolta di firme false. L’altro competitor, a capo di una schiera di “coraggiosi”, sembra un’anatra azzoppata da un avviso di garanzia, si dice per voto di scambio politico-mafioso. A destra, ammesso che finora abbiamo parlato di sinistra, ormai passata dallo stato liquido a quello gassoso, pare che si giochi con un mazzo di carte in cui ci sono solo scartine.
In questo quadro continua l’attività di singoli e associazioni seriamente impegnati su vari fronti, i palermitani speranzosi cercano di farsi forza per credere in un’utopia possibile e per scongiurare una distopia prevedibile. Gli altri sembrano affetti da una sindrome di fatalismo: ne hanno viste tante e continueranno a vederne altrettante. E se c’è la peste, c’è Santa Rosalia. Anche per salvare la squadra di calcio dalla retrocessione l’unica strada è quella che porta al santuario di Monte Pellegrino.


Pubblicato su Repubblica Palermo del 26 gennaio 2017

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