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giovedì 2 febbraio 2017

Matrimoni e processioni, quei legami di famiglia con gli uomini di chiesa

ATTILIO BOLZONI
Il racconto. I rapporti di Totò con i preti intensi anche nel periodo della latitanza
VOLEVA l’incoronazione in famiglia, in paese e in chiesa. Salvuccio Riina, il figlio più giovane del capo dei capi di Corleone, voleva diventare “parrino”. Che in siciliano significa prete ma anche Padrino. In questo caso, Padrino di battesimo e di cosca. Per Salvuccio, l’unico erede maschio libero della razza dei Riina, per lo “scrittore” che un anno fa è andato impunemente a “Porta a Porta” per propagandare le sue verità sul babbo, era un’occasione unica quella di tornare in Sicilia e religiosamente avvolgersi alla sua comunità. Un abbraccio naturale: nella tradizione. Dei Riina e della mafia tutta. Nulla c’entra la povera piccola ma tanto c’entra una certa chiesa che ai Riina è sempre stata vicina in questo e nell’altro secolo. Se sorvoliamo per un momento sulla vicenda dell’inchino della statua di San Giovanni Evangelista che nel giugno scorso fece scandalo dopo la “fermata” della processione davanti alla casa di Ninetta a Corleone in vicolo Scorsone, nella storia dei Riina troviamo un legame incancellabile con i rappresentanti di Cristo in terra.
Dall’inizio, fin dall’inizio della saga dei Corleonesi.
Totò Riina era già latitante nel 1969 per la guerra di mafia contro il patriarca Michele Navarra e sua moglie Ninetta, che era stata proposta per il soggiorno obbligato «per un periodo non inferiore a quattro anni», veniva difesa dall’arciprete Emanuele Catarinicchia — che poi sarebbe diventato vescovo di Mazara del Vallo e Cefalù — che era compagno di scuola di Ninetta al “Sacro Cuore” di Corleone e che lanciò una petizione a favore della donna presentandosi come testimone a discolpa in Tribunale. Mafie chiesa, chiesa e mafia. Vi siete mai chiesti perché la Cupola si chiama Cupola?
I Riina, per quanto non avessero mai avuto quarti di nobiltà mafiosa come i loro avversari palermitani tipo i Bontate di Villagrazia o i Rimi di Alcamo o i Badalamenti di Cinisi, ci tenevano assai ad avere rapporti con il clero. Chi sposò Ninetta e Totò, che erano tutti e due già in latitanza, lui inseguito da mandato di cattura e lei che lo accudiva? Padre Agostino Coppola, parroco di Carini quando Ninetta era finita da quattro settimane nel bollettino dei ricercati del ministero dell’Interno. C’erano altri due preti il giorno che Totò e Ninetta diventarono sposi — il 16 aprile del 1974 — ma nessuno ha mai scoperto chi fossero. Tutto segreto. Anche se qualche sospetto c’è. Uno sarebbe stato nominato anni dopo vescovo di Monreale, la curia più estesa e più ricca della Sicilia. Un vescovado dove Ninetta, quando suo marito era “nascosto” a Corleone, frequentava. Negli archivi ci sono montagne di verbali di pedinamento della signora, poliziotti e carabinieri che seguivano Ninetta che spariva all’improvviso tra i porticati del magnifico Duomo di Monreale. E dove si nascondeva il padre di Salvuccio durante la sua infinita latitanza? Probabilmente anche al santuario della Madonna di Tagliavia, convento fra la Rocca Busambra e Corleone.
Chiesa e mafia, parrini e parrini, società chiuse, dogmi, verità. Una volta un mafioso (Leonardo Messina da San Cataldo) ha detto: «Noi siamo i discendenti diretti dell’apostolo Pietro». Un altro pare che avesse sotterrato “la Bibbia della mafia” nelle campagne di Caltanissetta, fra Riesi e Mazzarino. Un altro ancora — che era per grazia ricevuta assessore regionale ai Lavori Pubblici della Sicilia, Vincenzo Lo Giudice — sussurrava al capomandamento della sua zona: «Io non sono parrino ma la chiesa la rispetto». Non era “punciuto”, formalmente associato a Cosa Nostra. Però gli piaceva la compagnia.
Che potevamo aspettarci da Salvuccio Riina, residente a Padova ma con la testa sempre piantata a Corleone? Meno male che monsignor Michele Pennisi, vescovo di Monreale, fa il prete e non il parrino.

La Repubblica, 2 febbraio 2017

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