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venerdì 20 gennaio 2017

Roccamena (Palermo). I resti di dieci uomini e di due ragazzini nella foiba di mafia

SALVO PALAZZOLO
Il mistero di Roccamena. Le morti risalirebbero agli anni ’70. L’ipotesi di un cimitero dei clan
ROCCAMENA (PALERMO). Bisogna scendere nella grande vallata, quasi a toccare il lago Garcia, e poi risalire lungo i sentieri di una montagna impervia che sembra sfiorare le nuvole, per iniziare a intravedere il mistero. Un mistero antico, terribile, nascosto dietro a un masso. Nelle viscere di questa montagna che sembra un angolo di paradiso piantato fra le province di Palermo e di Trapani, c’è una foiba profonda quaranta metri: è lì dentro l’inferno.
Ai carabinieri di Monreale è arrivata un’indicazione precisa per arrivarci. Una trazzera di contrada Casalotto, ad appena cinque minuti dal paese di Roccamena, poi un’altra trazzera ancora, una curva, un pietra, un recinto. A ottobre sono stati trovati diversi resti umani dentro la foiba. Sembravano i resti di sei cadaveri, poi ne è spuntato un altro. Le ricerche sono proseguite, mentre un pool di esperti ha esaminato con cura ogni reperto. È emersa una verità ancora più inquietante: i resti appartengono a dieci uomini e a due ragazzini di età fra i 12 e i 14 anni. I primi accertamenti scientifici fanno risalire la morte a un periodo che va dagli anni Sessanta agli anni Ottanta.
Chi sono i morti scaraventati in questo inferno? Come sono finiti lì sotto? L’ipotesi di chi indaga è che dentro la montagna ci sia un cimitero di mafia. Ma non è certo facile trasportare un cadavere fin quassù. Forse, furono portati vivi sulla montagna e poi giustiziati con un colpo di pistola? Oppure, vennero spinti nell’abisso della foiba? Le domande si affollano, mentre tira un vento gelido che sembra portare con sé voci sguaiate e urla disperate. Chi sono i due ragazzini? Chi sono gli altri uomini?
Davanti all’ingresso di questo inferno, la vista si perde sulla provincia di Trapani. Si vede Salemi, si intravede Calatafimi. Un panorama mozzafiato. Ma è attorno alla montagna che bisogna cercare ancora, per provare a capire. Lì sotto, c’è la diga Garcia, oggi è intitolata a Mario Francese, cronista di giudiziaria del Giornale di Sicilia. Un anno prima di essere ucciso dalla mafia, era venuto a Roccamena per raccontare il grande affare della diga, che aveva scatenato gli interessi delle cosche. Innanzitutto, per la speculazione sui terreni, poi per i subappalti. Il 7 agosto 1977, Francese scriveva questo: «Gli attentati, i morti ammazzati di Roccamena e Corleone, gli scomparsi del circondario nero, hanno pubblicizzato l’inizio dei lavori per la costruzione della grande diga». Un’opera, precisava il cronista, «che in dieci anni comporterà una spesa di oltre 324 miliardi di lire ». Negli articoli di Francese, ci sono già i nomi dei mafiosi che da lì a breve diventeranno i tiranni assoluti di Cosa nostra, i corleonesi Riina e Provenzano. Qui a Roccamena avevano un fedelissimo, Bartolomeo Cascio, imprenditore e padrino incontrastato fino ai giorni nostri. È morto a luglio, nella sua Roccamena. Che strana coincidenza. Dopo la sua morte, qualcuno finalmente parla della foiba. Qualcuno, forse, ha voluto togliersi un peso dalla coscienza. Magari, solo perché sapeva (chissà da quanto tempo), perché aveva visto. E adesso ha voluto dare un morto su cui finalmente piangere ai figli, ai nipoti delle vittime. In questi giorni, è una processione di giovani e vecchi nelle caserme dei carabinieri di Corleone, di Roccamena, di Monreale. Sono una ventina i familiari di persone scomparse che hanno chiesto di sottoposti alla prova del Dna, per provare a ritrovare il proprio caro. Magari, è davvero fra i morti della foiba di contrada Casalotto. E all’improvviso quella montagna non è più l’inferno, ma un luogo sacro per tante famiglie che sono tornare a sperare. Anche i figli di alcuni mafiosi si sono rivolti ai carabinieri, anche loro vogliono sapere. E l’indagine dei pubblici ministeri Leonardo Agueci, Sergio Demontis e Siro De Flammineis va avanti. La procura diretta da Francesco Lo Voi ha messo in campo una delle esperte più quotate in Europa, l’anatomopatologa milanese Cristina Catteneo, in questi mesi si sta occupando anche di dare un nome agli 800 migranti della strage di Lampedusa del 2015. Delle comparazioni con il Dna si sta occupando invece il Ris di Messina. Un’indagine non facile. Mentre sulla montagna della foiba il vento sembra essersi placato.


La Repubblica Palermo, 14 gennaio 2017

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