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domenica 8 gennaio 2017

Pino Salerno: "Caro Sergio, ora so perché hai scritto l'editoriale contro Camusso e la Cgil..."

Sergio Staino, direttore de "L'Unità"
Caro Sergio Staino, ora so perché hai scritto l’editoriale contro Camusso e la Cgil. Era l’incipit del tuo nuovo romanzo satirico
Caro Sergio, ho letto e riletto più volte il tuo editoriale dal titolo “Camusso dimentica la tradizione di Lama e Trentin”, di sabato 7 gennaio sull’Unità, il giornale fondato da quel signor intellettuale che entrambi amiamo, Antonio Gramsci. Ti confesso che all’inizio sono rimasto “basito” (aggettivo che oggi si usa moltissimo), amareggiato, sorpreso, dalle frasi e dal tono che tu usi nei confronti della Cgil e soprattutto di Susanna Camusso. Poi, però, ho pensato che l’editoriale non fosse tuo, che non l’avessi scritto tu, che l’avessi solo firmato, e che una mano maligna avesse scritto cose che tu non pensi davvero. Ma alla decima lettura, finalmente ho capito.
Hai voluto rendere pubblico l’incipit di un nuovo capitolo del tuo prossimo romanzo satirico, il cui protagonista è un uomo di sinistra che smarrisce la memoria, e si ritrova a vivere in un presente eterno, e guarda la realtà così come accade in quell’istante, senza riuscire a collegarla alle cause effettive che l’hanno generata. Dunque, il protagonista del tuo romanzo, caro Sergio, può rimproverare Susanna Camusso e la “sua” Cgil di non fare altro “che ripetere attacchi al governo di turno, senza offrire al contempo un progetto, una prospettiva e una conseguente azione politica”. Ad un certo punto, il tuo protagonista scova in un ripostiglio nascosto un saggio breve su due dirigenti sindacali del passato, Luciano Lama e Bruno Trentin. Lo legge, e si dice “perbacco, questi sì che sono grandi sindacalisti”. Ma poiché la memoria gli fa enorme difetto, il tuo protagonista si confonde, e confonde le storie, la cronologia, i tempi. Confonde il presente e quel passato che egli vive come una sorta di nebulosa. Così, pensa: il sindacato di questa Camusso corre “il rischio terribile di diventare una vociante folla indifferenziata, senza più alcuna connotazione di classe e soprattutto una classe responsabile nei confronti della società e delle sue istituzioni democratiche”.
Confesso di aver riso molto quando ho letto le dotte riflessioni del protagonista del tuo romanzo satirico. Divertentissimo il passaggio dal consiglio di non “lasciare il sindacato sulle barricate” all’accusa di non avere più “una connotazione di classe”. Ho pensato che, come accade ad ogni grande eroe di qualunque romanzo, anche il tuo è pieno di grandi contraddizioni, spesso insanabili. Credo che perfino Antonio Gramsci avrebbe quanto meno sorriso dinanzi a questo arditissimo racconto di questo coraggiosissimo eroe borghese. Ma poi ti avrebbe chiesto: scusa Sergio, ma forse andrebbe definita la barricata, chi c’è dall’altra parte e perché spara, e chi sta da questa parte, a quale classe sociale fai riferimento. E qui il discorso si sarebbe fatto serio, caro Sergio. Perché dalla satira si sarebbe passato al dramma.
Magari se avessi risposto a questi due interrogativi non banali, il tuo romanzo avrebbe preso un’altra piega, sarebbe tornata la memoria nella testa del tuo eroe. E cosa avrebbe scoperto? Ad esempio, che dai primi mesi del 2014, nella nazione in cui il tuo eroe vive, è andato al potere un governo che ha sparato contro il sindacato e contro quella classe, di cui tu cerchi connotazione. Quel governo ha compiuto almeno tre riforme che hanno costretto ad alzare le barricate, ed è stato sordo a qualunque tentativo di dialogo proprio con quel sindacato che il tuo protagonista bastona. Ad esempio, caro Sergio, quel governo ha toccato uno dei segmenti più importanti, strategici e delicati della nazione, come direbbe l’amato Gramsci, ovvero la scuola, introducendo elementi che ne hanno ridotto le forme di partecipazione democratica, ha costruito una ideologia del “saper fare” congeniale a quella specifica classe dei padroni contro cui abbiamo combattuto tante battaglie, contro la “conoscenza critica”, arma importante per saper stare al mondo con dignità e consapevolezza. Quel governo ha paradossalmente battezzato quella riforma “Buona scuola”, contro tutti, rifiutando il dialogo con chi a scuola ci lavora e con chi rappresenta i lavoratori. E i risultati, caro Sergio, si sono dimostrati pessimi. Poi, quel governo ha attaccato i lavoratori nei suoi diritti fondamentali, a non essere licenziati senza giusta causa e ad ottenere il giusto salario, come d’altro canto recita la Costituzione. L’ ha chiamato Jobs Act, ma è la grande fregatura, contro la quale un sindacato “di classe” (anche nel suo significato di “stile”) non può che alzare barricate, come e ovunque occorra, col referendum e nei tribunali. E ricordo al tuo eroe, caro Sergio, che per effetto della decontribuzione, il Jobs act ha avuto il merito di regalare al sistema delle imprese (era questa la classe di riferimento del governo) quasi venti miliardi di euro. Infine, quello stesso governo ha deciso che in fondo la Costituzione era troppo democratica, e troppo democratiche le sue leggi elettorali. Andavano cambiate, contro ogni obiezione di metodo e di merito, senza confronto autentico. E così, quel governo ha spaccato gli italiani, e ha perso, anche grazie a quella classe sociale e generazionale che la Cgil e la Camusso grazie al cielo rappresentano, e molto bene.
Per questo, infine, ho pensato che la chiusura dell’incipit del tuo romanzo avesse dovuto trovare una chiave narrativa comica. E infatti, ecco la puntuale citazione dei voucher utilizzati dalla Cgil emiliana. A quel punto è scattata una sonora risata. Grazie, Sergio.
Pino Salerno

http://www.jobsnews.it, 7 gennaio 2017

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