Barra video

Loading...

sabato 12 novembre 2016

Ragusa. “Attento, ti scippo la testa”: le minacce del boss al cronista antimafia

di ATTILIO BOLZONI
Ragusa, in aula va in scena il dramma di Paolo Borrometi Un pentito rivela: “Titta” Ventura vuole fargliela pagare
RAGUSA. Nemmeno il nome. Nemmeno quel nome deve menzionare. Perché altrimenti «ti scippo la testa», perché «ti daremo in bocca ciò che meriti», perché «ti veniamo a prendere ovunque sei». Giornalista stai zitto, lo “zio Titta” non vuole. Succede in Sicilia, in una provincia molto silenziosa, apparentemente tranquilla. Un presunto boss — molto presunto, visto che la procura antimafia di Catania lo indica come capo di una consorteria mafiosa chiamata “Stidda” — vuole fermare un giovane cronista che è sotto scorta dopo avere subito minacce di morte, violentissime aggressioni fisiche e attentati incendiari. Solo contro una una ciurma di miserabili, solo perché tutti gli altri colleghi del suo territorio- tranne una, Giada Drocker, corrispondente dell’Agenzia Italia — sembrano non preoccuparsi più di tanto dell’incubo che sta vivendo uno che ha il vizio di scrivere. In un’aula del Palazzo di Giustizia di Ragusa martedì mattina è andato in scena il dramma di Paolo Borrometi, cronista del quotidiano online La Spia e collaboratore anche lui dell’Agi, trentatré anni, l’ultimo vissuto pericolosamente. Un pentito, che poi è anche il genero del (presunto) capomafia Gianbattista “Titta” Ventura, ha confermato tutto quello che aveva sentito in famiglia.
È un ex soldato di Cosa nostra Rosario Avila, che comincia a parlare da un carcere lontano in videoconferenza: «Ogni volta che Borrometi scriveva, lui diventava un pazzo criminale, gli uscivano gli occhi di fuori». Il giornalista raccontava che era un mafioso e Ventura s’infuriava perché non aveva una condanna definitiva per associazione mafiosa ma «solo» per omicidio, riportava fedelmente verbali di polizia giudiziaria sui suoi interessi in un’impresa di pompe funebri («Socio occulto al 50 per cento») e quello buttava fuoco perché «non era vero», Borrometi tornava a ricordare le gesta del clan e l’altro lo insidiava sempre di più. Gli faceva arrivare un messaggio su Facebook per ogni articolo che non gradiva: «Durerai poco cesso di merda», «Verme, troppo bordello stai facendo», «Se vuoi ci incontriamo anche negli uffici di polizia, tanto la testa te la stacco lo stesso». Nell’interrogatorio in diretta il pentito, dopo qualche piccolo smarrimento — probabilmente la tragedia di un tradimento anche familiare — ha praticamente confermato la sua testimonianza ai pubblici ministeri: «Lui quando si arrabbia perde la ragione, ce l’ha a morte con Borrometi». E alla fine: «È capace di andare oltre, questo è almeno il mio pensiero».
Nell’Italia dei 30 giornalisti sotto scorta, delle tremila minacce ricevute e dei 30mila atti intimidatori subiti dal 2006 da chi fa cronaca, il processo contro lo “ zio Titta” alla sua seconda udienza ha segnato nuovamente la diserzione in massa dei cronisti locali nonostante la costituzione di parte civile degli Ordini regionali e nazionali dei giornalisti e della Federazione nazionale della Stampa. Ed è la prima volta che accade. Con Ossigeno per l’Informazione e Articolo 21 al fianco di Paolo Borrometi fin dall’inizio di questa brutta storia, in una città dove tanto tempo fa — il 27 ottobre 1972 — fu ucciso il corrispondente del quotidiano L’Ora Giovanni Spampinato.
In compenso in aula c’era Gianbattista Ventura, incredibilmente scarcerato una trentina di giorni fa e oggi agli arresti domiciliari. Con lui una mezza dozzina di familiari, difesa scontata: Borrometi mente, Borrometi scrive cose false, Borrometi s’inventa tutto. In realtà Borrometi — che nelle ultime settimane ha denunciato altri tre avvertimenti («Tu morirai») — è rimasto incagliato in una trappola dove lo vogliono far passare per visionario e attaccabrighe, pronto a battibeccare con lo stesso imputato, accusato persino — e qui è scivolato inconsapevolmente nel raggiro anche il presidente del collegio giudicante Vincenzo Saito — di avere insultato uno dei figli di Ventura definendolo “U’ Checcu», il balbuziente. Soprannome, ‘ inciuria come si dice da queste parti, che invece è contenuto in atti ufficiali.
Troppo facile “sgonfiare” i fatti e ricondurre il movente a una questione personale fra un siciliano che si chiama Paolo Borrometi e un siciliano che si chiama Gianbattista Ventura, quella che si sta dibattendo in un’aula di giustizia di Ragusa non è storia privata né di ripicche né di ossessioni. C’è un giornalista che scrive e lo “zio Titta” che si disturba tanto.

La Repubblica, 11.11.2016

Nessun commento: