lunedì 28 novembre 2016

Nasce la fattoria di migranti scampati alla traversata, che vendono i primi ortaggi

di CLAUDIA BRUNETTO
Sei profughi scampati alle traversate aprono la loro cooperativa agricola con il supporto della Caritas
Mostra con orgoglio gli ortaggi e la frutta che ha raccolto dopo mesi di duro lavoro. Sorride alle persone che vogliono acquistarli e accompagna ogni sacchetto della spesa con un “grazie” ben scandito. Accanto a lui c’è la figlia Prospery che oggi ha tre anni. La foto della piccola con l’orsacchiotto in mano, in braccio al suo papà al porto di Palermo, un anno e mezzo fa fece il giro del mondo. Alpha e Prospery erano appena sbarcati dopo un terribile viaggio in cui la mamma della bambina aveva perso la vita. Oggi è tutto cambiato. Alfa è uno dei sei migranti della cooperativa “La carità non finisce mai”, partita grazie al supporto della Caritas di Palermo. Ha finalmente un lavoro che gli consente di guadagnare uno stipendio alla fine del mese e di mantenere una casa in affitto. I migranti si occupano di tutto: dal lavoro della terra alla vendita dei prodotti. «Sono felice — dice Alpha, originario della Sierra Leone — la ma vita a Palermo è cambiata».



Da ieri e per tutta la giornata di oggi, i prodotti della cooperativa sono in vendita nei locali della parrocchia di Falsomiele, retta da don Sergio Mattaliano, a capo della Caritas di Palermo. Ieri pomeriggio c’erano già tante famiglie della zona e non solo pronte ad acquistare i prodotti.
«In un anno — dice Mattaliano — abbiamo fatto passi da gigante. I ragazzi lavorano nei terreni che abbiamo in affitto nella nostra fattoria solidale a Ciminna, ma anche in altri terreni che affittiamo di volta in volta. Abbiamo coltivato, per esempio, ben 18 ettari pomodoro, ma abbiamo anche fatto il vino, l’olio e il limoncello».
Tommaso, come si fa chiamare da quando ha deciso di intraprendere un cammino di fede e di battezzarsi, è arrivato dalla Costa D’Avorio. Nel 2015 è sopravvissuto per miracolo a bordo del barcone in cui un gruppo di migranti musulmani decise di gettare in mare i cristiani presenti a bordo. Kolly, invece, del Mali ha visto morire tutti i suoi parenti nel viaggio che due anni fa l’ha portato in Sicilia. Adesso ha trovato una seconda casa. Parla siciliano e conosce tutti i nomi dei prodotti locali. «Voglio guardare avanti — dice Tommaso — E questo lavoro mi dà la possibilità di farlo. Coltivo, raccolgo i frutti e poi li vendo. Così ho uno stipendio che mi consente di vivere in una casa tutta mia». A Palermo, Abu Bacar del Senegal, ha trovato anche l’amore. Ha sposato Fatima con cui ha un figlio di 11 mesi: Sergio, in segno di gratitudine verso don Sergio Mattaliano. «Quando sono arrivato a Palermo — racconta Abu — pensavo di continuare il viaggio verso l’Europa. Invece qui ho trovato tutto. Lavoro, affetto e tanta solidarietà. Quando finalmente ho ottenuto i documenti, non sapevo come muovermi per trovare un lavoro. Fino a quando non è arrivata la possibilità della cooperativa. Abbiamo tutto in regola e anche la licenza per vendere come ambulanti. Il lavoro mi appassiona e dà dignità alla mia vita». Fatima, al suo fianco, non smette di ringraziare tutti quelli della parrocchia di Falsomiele che l’hanno accolta. «Sono felice — dice Fatima — qui ho avuto tutto. Nel mio Paese sono stata costretta a sposarmi tre volte e sono scappata. Qui ho trovato la serenità. Adesso spero di poter far venire qui anche i miei tre figli che sono rimasti in Africa».

Repubblica Palermo, 20 nov 2016

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