giovedì 10 novembre 2016

PALERMO, LA CITTÀ SCOPERTA. Quel “Ponte di mare” sul fiume Oreto, storia esemplare di crolli e ricostruzioni

Il "ponte di mare" sul fiume Oreto a Palermo
L’infrastruttura subì varie lesioni a causa delle piene, ma fu sempre ristrutturata e rimessa in funzione a tempo di record
LINO BUSCEMI
SUL FIUME Oreto, con l’ovvio scopo di consentire più agevoli attraversamenti da e verso la città, sono stati costruiti, a partire dal XIII secolo e fino a tempi recentissimi, una decina di ponti. Di questi, il ponte dell’Ammiraglio, non più attivo, è stato trasformato in un museo all’aperto. Mentre altri due, il ponte delle Teste e il ponte Rotto, non sono più esistenti. Tutti gli altri sono in “servizio”, sebbene alcuni di essi siano stati travolti, a suo tempo, dalla violenza delle acque del fiume in piena e poi, celermente, ricostruiti di sana pianta.
Quello che più di ogni altro ha subito accadimenti non proprio fortunati è, senz’altro, il ponte di Sant’Erasmo, successivamente denominato “ di mare”.
Nondimeno, dopo 430 anni, fra crolli, ricostruzioni e danneggiamenti, è al suo posto (quasi all’altezza della foce del fiume) per assicurare il collegamento fra la parte orientale e quella occidentale della città. I lavori per la costruzione del primo antico ponte, con dimensioni più piccole rispetto all’attuale, ebbero inizio nel 1584 e si conclusero due anni dopo quando venne inaugurato in pompa magna dal pretore (sindaco) don Fabrizio Valguarnera, barone di Godrano. L’opera si rivelò subito utile per agevolare il transito verso le borgate marinare di Romagnolo (già “Mustazzola”), Sperone e Acqua dei Corsari e paesi vicini ad iniziare da Bagheria.
Per circa 130 anni le cose filarono lisce come l’olio, finché, nell’autunno del 1717, il cinquecentesco ponte subì “gravi lesioni” a causa dell’attraversamento di numerosi, ampi e pesanti, carri, trainati da buoi, stracarichi di tronchi di legname da recapitare alla cantieristica navale. Per evitare il peggio, si resero necessari urgenti e costose opere di consolidamento. Passarono appena cinque anni e si verificò l’irreparabile: il fiume Oreto, fatto assai raro, a causa di una violenta inondazione, avvenuta il 7 ottobre del 1772, si ingrossò a tal punto che le sue minacciose acque travolsero, inghiottendolo, il ponte appena rafforzato, come riferisce lo storico Gaspare Palermo nella sua ottocentesca Guida della città.
Nel 1777, sotto l’impulso amministrativo del pretore principe di Resuttana, si trovarono i quattrini per edificare un nuovo più ampio ponte quasi nello stesso sito dov’era il precedente. L’11 giugno dell’anno successivo, con sorprendente rapidità (altri tempi...) era già sotto gli occhi di tutti. Il vicerè Marcantonio Colonna, principe di Stigliano, data l’importanza dell’evento, in un clima di euforia e di festa, di buon grado tagliò il nastro ed attraversò in carrozza il nuovo ponte “ di mare” già Sant’Erasmo. Lo stesso giorno il medesimo vicerè, accompagnato dal pretore don Antonio La Grua, inaugurò l’elegante pubblica Villa Giulia. Quando nel febbraio del 1931 si abbattè su Palermo un indimenticato terribile nubrifagio, il settecentesco ponte resse egregiamente all’urto delle aggressive acque dell’Oreto, le quali avevano già sbriciolato il ponte della Guadagna (poi ricostruito) e quello detto “delle Teste” vicino al Ponte dell’Ammiraglio.
Poco dopo il 1970, furono finanziati i lavori di ampliamento della carreggiata (non di molto) e di rafforzamento dei tre archi di “volta reale” che contraddistinguono il ponte, detto anche della “Foggia” ma ormai da tutti conosciuto come “di mare”. Per la cronaca, tutta la foce dell’Oreto e l’area circostante, a parte quella occupata dalla ex stazione della dismessa ferrovia Palermo-Corleone, attendono da anni, dopo alcuni estemporanei interventi, di essere bonificati e riqualificati. Se ne ricorderanno, nei loro programmi, i prossimi candidati a sindaco?

La Repubblica/Palermo, 10 nov 2016

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