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martedì 15 novembre 2016

E i mafiosi di Corleone dissero: "Torniamo ai Beati Paoli, mettiamoci un cappuccio in testa"

Un disegno raffigurante i Beati Paoli
Un'intercettazione dei carabinieri svela le paure dei boss, ossessionati da microspie e denunce. Nei mesi scorsi hanno provato a creare un nuovo mandamento in provincia. E pensavano a un attentato: "Hai visto la Stidda, quando sminchiarono Livatino se ne sono saliti”
Mafiosi sempre più sull’orlo di una crisi di nervi. Per gli arresti, i processi e i sequestri. “Dobbiamo trovare un metodo nuovo, un metodo giusto - dicevano gli ultimi mafiosi di Corleone intercettati dai carabinieri - se mi devono fottere, mi devono fottere in una certa maniera… così alla buona no”. Orgoglio di boss, anche se depresso. Vincenzo Pellitteri suggeriva di “organizzare qualcosa per non farci riconoscere, come si può fare?”. E’ diventato il dilemma di ogni criminale, che cerca di scansare microspie e telecamere. "Andare dalle persone e non farti riconoscere".



Il colpo di genio mafioso (così lo proponeva), lo tirò fuori Pietro Masaracchia, anche lui attivissimo nella zona di Corleone. Suggeriva di ritornare ai 
Beati Paoli, la setta segreta che operò a Palermo nel diciottesimo secolo. Insomma, mafiosi depressi e pure nostalgici, ma proprio tanto. “Tu ti metti un cappuccio in testa… se queste persone non ti vedono in faccia, sanno chi sei tu?”. Certo, un’idea singolare quella del cappuccio in testa per andare a chiedere il pizzo. Ma Pellitteri e Masaracchia pensavano ai Beati Paoli “2.0”. Per esempio: “Tu lasci un messaggio… se non arriva l’altra metà di questa cosa che incaglianon puoi fare niente”. Oppure: “Invece di lasciare una bottiglia gli lasci un segnale dove gli dici: questo corrisponderà con la persona che verrà, punto. Non hai neanche bisogno di dirglielo in faccia”.

Mafiosi depressi e nostalgici alla ricerca del “metodo nuovo: si danno arie di grandi filosofi del crimine, ma finiscono per essere i protagonisti di scenette da commedia. “Tu scrivi con la mano manca”, diceva uno dei mafiosi di Corleone. Ovvero, con la mano sinistra. Pellitteri insisteva pure: “Io vedi che mi sono allenato, e te lo volevo dire, mi sono allenato a scrivere con la mano manca… che io sono fituso vedi… con la mano manca è difficile identificarti”. Fituso nel senso di diabolico, rivendicava pure questo titolo Pellitteri. L’altro boss suggeriva invece il normografo per lasciare messaggi di minaccia. Ma quello insisteva con la mano manca: “Io mi sono allenato adagio adagio”. Oppure, suggeriva di ritagliare le lettere da un giornale. “Ma no, quello no, lasci le impronte”. Alla fine, i due mafiosi convenivano che era sempre meglio “andare a nascondere la macchina per scrivere”.
 
Mafiosi in crisi, ma comunque pericolosi. Meditavano di creare un nuovo mandamento super segreto, fra Palazzo Adriano, Chiusa Sclafani e Contessa Entellina. “L’epoca è brutta”, diceva Pellitteri. Masaracchia si lanciava in frasi da profeta del crimine: “Nel raggio di qualche annetto devono succedere cose grosse… qualcuno deve cadere in qualche cantoniera" (finisce fuori strada – traducono i carabinieri della Compagnia di Corleone). Il passaggio che segue è inquietante. I mafiosi di Corleone citavano la “Stidda”, la fazione dei grandi nemici di Cosa nostra che ordinarono la morte del giudice Rosario Livatino, assassinato nel 1990: “Sminchiando a questo, non puoi sapere tu quanto cresci… tu non lo puoi immaginare… minchia se ne sono saliti”.

Questi sono i sogni di gloria dei mafiosi di Corleone, che aspettano come fosse un messia Giovanni Grizzaffi, il nipote di Salvatore Riina che sarà scarcerato fra qualche mese. In attesa, si davano
 grandi arie: “Minchia a Palermo tutti pentiti sono”. E non sospettavano di essere intercettati. Le indagini del Gruppo di Monreale, coordinate dal procuratore aggiunto Leo Agueci e dal sostituto Sergio Demontis, hanno portato tutti in carcere, entro fine anno arriverà la sentenza.
La Repubblica, 15.11.2016

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