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lunedì 28 novembre 2016

Caterina Pollichino: "Chiusa Sclafani non è a rischio epidemia"

Totò Pollichino durante un intervento in consiglio comunale
CATERINA POLLICHINO
Alcuni affermano che una grave minaccia incombe su Chiusa Sclafani, una potente epidemia conosciuta comunemente con il nome di “struzzismo” che rischia di mietere molte vittime innocenti. Per chi non ne fosse a conoscenza lo “struzzismo” è una malattia letale che si manifesta con la tendenza di nascondere la testa sotto la sabbia per non vedere. Sappiate che la popolazione chiusese ne è immune. I chiusesi, vedono, sentono, discutono, si indignano... La cultura del silenzio e dell’omertà non ci appartiene. Il silenzio è mafia e noi non siamo mafiosi! Non capisco perché si voglia far passare Chiusa Sclafani come un paese omertoso, retrogrado, vigliacco, incapace di reagire. E torna in mente un tema attuale: la lotta alla mafia per un tornaconto personale, per fini meramente politici. Mi auguro che non sia così. Forse il problema è dato dal fatto che alcuni sono troppo giovani per sapere e altri troppo vecchi per ricordare (convinta che alcuni “galantuomini”, pur alla loro veneranda età, ricordino perfettamente tutto). Il nostro è un paese che già nel lontano 1984 denunciava l’intreccio tra mafia – affari - politica avviando un concreto e reale processo di cambiamento. Riporto alcuni stralci del lungo e dettagliato memoriale di mio Padre:

(…) L’esigenza di dare una dimensione etica alla politica è stato l’elemento ispiratore e fortemente caratterizzante della Lista Civica, convinti già allora della priorità della questione morale: siamo stati antesignani e protagonisti di una battaglia di denuncia e di moralizzazione che poi ha trovato riscontro nell’azione dei magistrati. Il 6 agosto 1988 scrivo al Presidente della Regione, agli Assessori regionali e al Prefetto: “I Comuni hanno bisogno di autonomia finanziaria, diversamente gli amministratori sono costretti all’accattonaggio presso le segreterie dei politici, dei signori del Palazzo, dei procacciatori d’affari….si ha la sensazione che si voglia continuare a mortificare l’ente locale, costringendo gli amministratori ad essere asserviti a padrini e intermediari e consolidando le clientele e la prassi delle tangenti.”
(…) Il periodo 1992/93 rappresenta il momento più esaltante e, contemporaneamente, l’epilogo di una stagione politica che ha segnato comunque una svolta: si avvia nell’intero Paese quel processo di rinnovamento iniziato a Chiusa Sclafani già nel 1984 ed a Palermo alla fine degli anni ottanta(“la primavera di Palermo”). Ma ci si è fermati a metà: non si è avuto il coraggio di scelte radicali, di emarginare personaggi apparentemente al di sopra di ogni sospetto e pesantemente coinvolti nel sistema della corruzione.
Nel corso degli anni vengono intitolate diverse nuove strade: Paolo Borsellino, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone, Pio La Torre, Aldo Moro, Padre Pino Puglisi…
Tra i momenti culturali particolarmente significativi: la presentazione del libro di Dino Paternostro “l’antimafia sconosciuta” ; l’anniversario della strage di via d’Amelio ricordato con dibattiti in piazza, concerti …. per non dimenticare quanti sono caduti nell’adempimento del proprio dovere, per non arrendersi alla violenza mafiosa, per rivendicare verità e giustizia.
(…) Per le elezioni amministrative del novembre 1993 i sopravvissuti dei partiti mafiopoli scendono in campo più agguerriti che mai, non direttamente come in passato, ma attraverso loro accoliti o prestanome: presentando gente apparentemente nuova vorrebbero rimettere le mani sul Comune.
Il mio programma di candidato a Sindaco e della lista civica “INSIEME” sintetizza il lavoro di due mandati precedenti e delinea gli impegni per l’avvenire. Liberare e ricostruire: due fasi che dal 1984 caratterizzano la guida politico – amministrativa di Chiusa Sclafani e ancora oggi attualissime, soprattutto dopo che le nostre battaglie e le nostre denunce hanno trovato riscontro nell’azione coraggiosa dei magistrati, e che costituiscono le linee portanti del mio programma per i prossimi quattro anni (…)
Rendere sempre più democratica, partecipata, trasparente, efficiente ed efficace l’azione amministrativa deve essere il principale obiettivo da perseguire, consapevoli che solo nel rispetto della legalità è possibile garantire la civile convivenza ed un autentico sviluppo economico e sociale (…)
E’ dal 1984 che vengo aggredito in sede politica, in sede amministrativa e a livello personale: ieri direttamente dai “pupari”, oggi attraverso i “pupi”!... Per non parlare delle tante strumentalizzazioni! Gli autori sembrano persone per bene, alcuni fanno anche bella mostra di un’assidua frequenza della Chiesa e dei Sacramenti, ma è gente che usa tutti i mezzi per denigrare e delegittimare chi disturba i suoi interessi; è gente che con le parole, le azioni, con l’incontrollabile mimica del viso, esterna tutto l’odio e il rancore per la mia persona e per l’esperienza di questo decennio.
Più volte sono stato tentato di buttare la spugna ma la fiducia che la gente riponeva nella nuova esperienza mi ha fatto desistere da decisioni che avrebbero tradito le aspettative di quanti erano stanchi di un passato in cui il diritto era considerato un favore.
Non sono stato solo: il merito va anche alle forze politiche che coraggiosamente hanno voluto e sostenuto questa esperienza, agli amici della prima ora e di sempre, Nino Gendusa, Michele Coscino, Totò Radosta , Pietro Ragusa, Giuseppe Russo Tiesi con i quali ho condiviso e attuato scelte decisive per il futuro di Chiusa Sclafani, ai funzionari ed ai dipendenti che hanno collaborato con senso di responsabilità, agli assessori Giuseppe Bilello, Franco Maniscalco, Totò Radosta, per il loro apporto determinante (…)
A quanti in diverse occasioni mi hanno confermato fiducia e stima il ringraziamento per tanti consensi accordatimi; e voglio rassicurarli che, comunque dovesse andare in futuro (anche grazie al lavoro di questi anni, in cui sono stati posti dei paletti che difficilmente potranno essere rimossi!), indietro non si torna! Sarà necessario, comunque, vigilare perché l’azione di chi amministra la cosa pubblica sia improntata a criteri di legalità, efficienza, rigore e trasparenza.
Salvatore Pollichino
Il tempo è galantuomo, restituisce la verità e ripara i torti subiti. Ci vuole un enorme coraggio non tanto per parlare quanto per agire perché di belle parole ne è pieno il mondo. Come affermò Giovanni Falcone, “credo che ognuno di noi debba essere giudicato per ciò che ha fatto. Contano le azioni non le parole. Se dovessimo dare credito ai discorsi saremmo tutti bravi e irreprensibili”.
Non possiamo pensare di combattere la mafia unicamente con dibattiti e manifestazioni per poi tornare a casa e continuare a coltivare il nostro orticello, ritenendoci magari soddisfatti e in pace con noi stessi per la buona azione compiuta. La cultura della legalità da sola non basta. Dietro la forza della mafia c’è un problema di giustizia sociale. Una lettera scritta da Pertini rende bene l’idea: “Mi dica, in coscienza, lei può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i figli ed educarli? Sarà libero di bestemmiare, di imprecare, ma questa non è libertà. Gli uomini per essere liberi, è necessario prima di tutto che siano liberati dall’incubo del bisogno.”
Spesso i giovani si avvicinano all’illegalità a causa della mancanza di politiche sociali, di lavoro. La classe politica dovrebbe amministrare come un buon padre di famiglia. Quest’ultimo non si limita ad educare i propri figli, ma li accudisce, li prende per mano, crea loro opportunità, li aiuta a costruirsi un futuro, non li abbandona, non li lascia in balia del loro destino.
L’assenza di una classe politica capace, presente e vicina ai bisogni dei cittadini induce molti ragazzi a diventare “figli” della mafia che, garantendo sicurezza e protezione, sopperisce tale assenza aumentando in questo modo la sua forza e il suo potere.
Mi auguro che il padre di famiglia non continui a deludere i suoi figli.
Spero vivamente che non si butti nel dimenticatoio il lavoro che mio padre ha portato avanti per anni, che quei paletti non vengano distrutti.
Si condanna tanto la vecchia politica spalancando le porte al “nuovo” che avanza, a quei “giovani” che saranno anche pieni di entusiasmo ma incapaci di riconoscenza.

Caterina Pollichino

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