domenica 23 ottobre 2016

Settantadue anni fa, a Palermo, in via Maqueda, “La rivolta del pane”: 24 morti e 158 feriti

di IGNAZIO COPPOLA
Ricordare per non dimenticare. Il 19 ottobre, ricorreva l’anniversario dell’eccidio di via Maqueda, a Palermo. Ricordare una strage perpetuata per bloccare la ribellione dei cittadini esasperati dalla povertà e dalla fame. Chiedevano solo giustizia e una vita più dignitosa. La risposta fu il piombo. Erano gli anni della rivolta del “Non si parte”, quando gli italiani, dopo aver abbandonato i tedeschi, si erano di fatto consegnati agli americani. Quello Stato, che fino a qualche mese prima li aveva costretti a combattere con i tedeschi, li richiamava alle armi per combattere contro i tedeschi…
Il 19 ottobre del 1944, esattamente 72 anni fa, a Palermo in via Maqueda, davanti palazzo Comitini, allora sede della Prefettura, veniva consumata nei confronti di cittadini inermi, ad opera di un plotone dell’esercito italiano – un vero e proprio plotone d’esecuzione, è proprio il caso di dirlo – una sanguinosa strage con 24 morti e 158 feriti, che va sotto il nome di “Rivolta del pane”.

Fu la prima strage nell’Italia liberata dal fascismo. Una strage dimenticata quali lo furono tante altre, come la rivolta palermitana del 1866 altrimenti detta del “Sette e mezzo” (come potete leggere qui) con migliaia di morti e la sanguinosa repressione dei “Fasci siciliani” del 1893-94. Rivolte, dimenticate o passate sotto silenzio e relegate di fatto, ad usum delphini, nel dimenticatoio della storia.
Ma per tornare alla “Rivolta del pane” dell’ottobre del 1944, che sfociò in una orrenda strage, essa va contestualizzata nel drammatico periodo storico del dopoguerra in cui, in quel fatidico 1944, le rivolte contro il governo italiano in tutta la Sicilia furono all’ordine del giorno a causa della fame, della povertà e dei patimenti in cui il popolo siciliano era stato costretto dal disastro della guerra fascista.
Una crisi di rigetto si manifestò ancor di più nei confronti del governo italiano allorché, da parte dello stesso governo Bonomi, fu emanato un decreto di richiamo alla armi, che invitava i siciliani, per le classi comprese tra il 1914-24, a tornare a combattere a fianco degli americani dopo avere combattuto a fianco dei tedeschi. I siciliani stanchi, stremati e affamati dalla guerra insorsero al grido “Non si parte”, perché non volevano più essere come lo erano stati sino allora strumentale “carne da macello”.
Si accesero, con questa parola d’ordine, nelle varie province della Sicilia numerosi focolai di rivolta. Addirittura, al soffiare di questo vento impetuoso, furono proclamate la Repubblica indipendente di Comiso che, per otto giorni, resse per poi arrendersi agli assalti di un battaglione dell’esercito italiano dotato di artiglieria e di mezzi pesanti; poi la Repubblica contadina di Piana degli Albanesi che, guidata dal capopopolo Giacomo Petrotta, resse anch’essa per molto tempo, circa cinquanta giorni, agli assalti dell’esercito ed infine la Repubblica di Palazzo Adriano.
A queste rivolte di renitenza alla leva ed antimilitariste si aggiunsero le rivolte degli affamati contro gli accaparratori di grano e gli speculatori che fecero andare alle stelle il prezzo del pane. E fu così che, per tutto il 1944 e buona parte del 1945, le sommosse antimilitariste e per il pane e la sopravvivenza in Sicilia furono talmente numerose e partecipate che coinvolsero cinque province con scontri armati, assalti agli uffici pubblici, barricate, morti e feriti tra i popolani, ma anche nell’esercito e tra carabinieri.
Ed è in questo contesto ed in questo clima che il 19 ottobre del 1944 si consumò la strage della “Rivolta del pane”. Quel giorno diverse migliaia di palermitani, esacerbati dalla fame ed esasperati e impoveriti dai disastri e dai bombardamenti della guerra, si portarono in corteo davanti palazzo Comitini allora sede della  Prefettura (oggi della Provincia, ormai ex Provincia) al grido di: “Pane, pace e lavoro”. Anziché, del pane, della pace e del lavoro ottennero il piombo dei fucili modello 91 e due bombe a mano scagliate tra la folla inerme da parte dei militi del 139° fanteria dell’esercito italiano al comando del sottotenente Calogero Lo Sardo.
Era mezzogiorno quando avvenne l’eccidio. Ed in quel mezzogiorno di fuoco falciati dalle scariche della fucileria e dal proditorio ed ingiustificato lancio delle bombe a mano rimasero sul selciato 24 vittime innocenti per lo più giovanissime e 158 feriti. I soldati, da parte loro, non registrarono alcuna perdita se non qualche lieve ferito. La strage era stata consumata, come tutte le stragi del nostro Paese, a vantaggio di chi, esasperando il conflitto sociale, aveva interesse a pescare nel torbido.
Le vittime di quel vile atto d’infamia furono uccise una seconda volta quando al processo-farsa, il cui dibattimento durò appena due giorni, celebrato presso il Tribunale militare di Taranto, i colpevoli responsabili di quell’immane e proditorio eccidio il 22 febbraio del 1947 furono riconosciuti responsabili solamente di ”eccesso colposo di legittima difesa” e di non doversi procedere nei loro confronti essendo il reato estinto per amnistia. Una sentenza scandalosa che non rese in alcuno modo giustizia alle vittime e alla verità e che, ancora oggi, grida vendetta.
Questo, per un atto dovuto alla loro memoria, l’elenco delle  vittime quasi tutte giovanissime di quell’efferato eccidio da cui non ebbero mai giustizia: Giuseppe Balistreri ( 16 anni),Vincenzo Cacciatore (38),Domenico Cordone(16), Rosario Corsaro(30), Michele Damiano(12),Natale D’Atria(28),Andrea Di Gregorio (16), Giuseppe Ferrante (12), Vincenzo Galatà ( 19),Carmelo Gandolfo ( 25),Francesco Gannotta ( 22), Salvatore Grifati ( 9 ), Eugenio Lanzarone ( 20), Gioacchino La Spia ( 17),Rosario Lo Verde (17), Giuseppe Maligno (22),Erasmo Midolo (19), Andrea Oliveri (16), Salvatore Orlando (17), Cristina Parrinello (61), Anna Pecoraro ( 37), Vincenzo Puccio (22 ), Giacomo Venturelli (60) e Aldo Volpes ( 23 ).
Poco meno di 3 anni dopo il 1 maggio del 1947 altre vittime innocenti, uomini donne e bambini, in tutto 11 morti (9 adulti e 2 bambini) e 27 feriti (in minor misura dell’eccidio di via Maqueda, ma non per questo altrettanto efferato) cadranno a loro volta nella piana di Portella della Ginestra sotto il piombo, questa volta non dell’esercito, ma banditesco, mafioso ed eversivo. Mandanti, come sempre, quei poteri occulti che, come nella strage del pane dell’ottobre del 1944, esasperando i conflitti sociali, avevano interesse a pescare nel torbido.
E ancora una volta furono e saranno vittime innocenti, come sempre, a pagare il conto di questa strategia perversa che è durata, con una sequela di stragi e senza soluzione di continuità, sino ai nostri giorni. Al processo di Viterbo per la strage di Portella, ancora una volta, i giudici non resero giustizia alle vittime del massacro incriminando gli esecutori e stendendo un pietoso velo sui mandanti.
La strage di via Maqueda dell’ottobre del 1944, la prima dell’Italia pos-fascista e la strage di Portella della Ginestra del Maggio 1947, la prima dell’Italia repubblicana, sono le prime di una lunga serie di stragi che si perpetueranno nel tempo e che reclamano, ancora oggi, una giustizia mai pervenuta.
Sic transit gloria mundi.

Foto tratta da antiwarsongs.org

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