giovedì 20 ottobre 2016

Niente più cena con il boss l’Ue vieta ai ristoranti spagnoli di usare il marchio “Mafia”

ATTILIO BOLZONI
L’Europa accoglie il ricorso presentato dall’Italia che aveva chiesto di far togliere la parola dalle insegne dei locali intitolati a Cosa Nostra. “È contrario ai principi di moralità”
GIÀ STANNO pensando a come smontare le gigantesche sagome di don Vito Corleone e oscurare le foto di Lucky Luciano, a sostituire i ritratti di Calogero Vizzini e di Giuseppe Genco Russo. E come rimpiazzare il menu di San Valentino, quello che non ricorda solo la festa degli innamorati ma anche Al Capone e la strage di Chicago del 14 febbraio del ‘29. In Spagna, per ordine dell’Europa devono rifare il look alle vetrine e cambiare un nome: “Mafia”. Non possono più spacciare il buon cibo italiano associandolo a quel marchio sinistro. TROPPO «contrario ai principi di moralità» chiamare con quella parola una catena di ristoranti. Sarà magari solo una questione di affari, sarà — almeno nelle intenzioni — solo l’insolente uso di un brand commerciale, ma l’Unione europea non vuole che il vocabolo in questione figuri ancora nelle insegne di una quarantina di fast food di alta fascia che risplendono dai Paesi Baschi fino a Gibilterra.

Anche se ormai è la parola italiana più famosa al mondo — più di pizza e più di spaghetti — basta con la mafia e il suo malinteso senso dell’onore, basta con le cialtronerie sul valore sacro della famiglia e dell’amicizia, con le leggende che si raccontano sulla mafia e che la stessa mafia alimenta generazione dopo generazione.
Dopo un ‘indagine conoscitiva (l’occasione l’ha offerta un reportage di Repubblica del febbraio 2014) e una battaglia della presidente della commissione antimafia Rosy Bindi, i ristoranti spagnoli “La Mafia” (nome per intero “La Mafia se sienta a la mesa”, la mafia si siede a tavola) sono stati fortemente censurati dall’Ufficio Marchi e Disegni - Divisione Cancellazioni - dell’Unione europea che ha deciso di annullare il contrassegno numero 5510921 accogliendo un ricorso dell’Italia «per l’invalidità del marchio». No Mafia.
Tutto è cominciato con una protesta formale partita dalla Bindi e indirizzata a Emma Bonino quando era ministro degli Esteri, seguita da una corrispondenza fitta fra gli uffici dell’Antimafia, la Farnesina e l’ambasciata italiana a Madrid. In Europa il caso si è chiuso con tutte le motivazioni del ricorrente (l’Italia, rappresentata dall’ex ambasciatore Pietro Sebastiani) recepite. Un’infinità di buone ragioni. La prima: «L’accostamento del termine “mafia” manipola l’immagine estremamente positiva della cucina italiana. Inoltre la locuzione “se sienta a la mesa” è un tentativo di volere attribuire un carattere di benignità al nome di una delle organizzazioni più pericolose mai esistite in Italia». E soprattutto: «Le organizzazioni criminali di tipo mafioso sono una chiara e presente minaccia per tutta l’Unione europea perché non sono attive solo in Italia ma anche in altri Stati membri: la Spagna è uno dei Paesi preferiti da molte di loro».
Corposa la documentazione inviata dalla commissione antimafia all’Europa. Relazioni della Dia e della procura nazionale antimafia, foto delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, dossier dell’Fbi, articoli sull’uccisione del presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella (assassinato il 6 gennaio 1980 a Palermo, fratello del Capo dello Stato), interrogazioni parlamentari alla Commissione europea sui ristoranti spagnoli. E, infine, la segnalazione di come il Touring Club Italiano abbia già provveduto a cancellare dalla sua guida il riferimento a uno dei locali “Mafia”, quello di Valencia. Come hanno reagito i proprietari della catena sott’accusa — che ha sede legale a Saragozza — alle rimostranze dell’Italia? Contestando tutto. Lamentandosi «del fatto che il consumatore medio che andrebbe preso in considerazione è la normale famiglia spagnola che desidera andare in un ristorante italiano». E che l’Ambasciatore italiano, «dovrebbe essere considerato nell’ambito di quel pubblico, in qualità di rappresentante dell’Italia, che può offendersi facilmente e che di conseguenza di lui non si dovrebbe tenere conto». L’Ufficio europeo ha però sentenziato: «Il marchio deve essere dichiarato invalido per tutti i beni e servizi in contestazione ». Gli spagnoli hanno presentato appello. Anche perché ai 38 ristoranti in franchising già sparsi dai Pirenei all’Andalusia, se ne stanno aggiungendo altri tre. A Granada, a Santa Cruz de Tenerife, a Las Palmas. Più di 400 dipendenti, nella Spagna della depressione questi luoghi che ammiccano alle gesta dei boss sembrano immuni dalla crisi.
«La mafia crea empleo», la mafia crea lavoro, è uno degli slogan preferiti dai loro “creativi”, odiosa battuta ben conosciuta anche dalle nostre parti. Nessuna meraviglia, in Spagna hanno costruito il business tutt’intorno alle “virtù” dei boss. In quei ristoranti c’è anche una “zona infantil” dedicata a “los Piccolinos de la Mafia”, un menu speciale a 8,50 euro. E ai bimbi vengono offerte pure caramelle. Avvolte in una carta nera con la solita scritta: “La Mafia”.

La Repubblica, 20 ottobre 2016

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