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sabato 15 ottobre 2016

I MITI DEL CALCIO. Gigi Meroni, la «farfalla granata» raccontata dal «Corriere della Sera»

di Leda Balzarotti e Barbara Miccolupi
La classe cristallina. Ma anche i capelli da Beatle, l’amore «irregolare», la gallina al guinzaglio: imperdonabili, irresistibili libertà. Fino alla tragedia. Il racconto di una stella del calcio italiano fatto dalle firme del «Corriere»
La «tragedia inspiegabile»
Torino, 15 ottobre 1967. Una domenica come tante, se non fosse che il Toro ha messo a segno una grande vittoria contro la Sampdoria per 4 reti a 2, al termine di una partita talmente bella da convincere l’allenatore Edmondo Fabbri a concedere una libera uscita alla squadra. Occasione colta al volo dai due assi granata Fabrizio Poletti e Gigi Meroni, che ne approfittano per uscire con le rispettive fidanzate, mentre sulla città sta calando la sera. Camminano spensierati per le vie del centro, la vittoria li rende leggeri e Gigi ha fretta di vedere la sua Cristiana. Sono da poco passate le 21:30, i due amici stanno attraversando il trafficato Corso Umberto senza accorgersi dell’arrivo alle loro spalle di una macchina che li urta. Poletti è solo sfiorato. Meroni si ritrova scagliato in mezzo alla carreggiata opposta, proprio mentre sopraggiunge una Lancia Appia, che lo investe violentemente e lo trascina per decine di metri, lasciandolo sull’asfalto privo di conoscenza.
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La corsa verso l’ospedale a bordo dell’auto di un passante sarà inutile, e al medico del pronto soccorso non resterà che constatare il decesso del fuoriclasse alle 22:40 e allargare le braccia davanti al dolore di Poletti e della fidanzata del fuoriclasse. Al dramma della morte del campione granata, genio bizzarro dentro e fuori dal campo, si aggiunge uno strano scherzo del destino: a investirlo è il diciannovenne Attilio Romero, che 33 anni dopo diventerà presidente del Torino Calcio. Una città intera piangerà la scomparsa dell’ala destra granata, per un giorno unita in un solo tifo, come scriverà l’indomani Mario Perazzi su Corriere: «È un ragazzo smilzo e scuro, dall’accento un emigrato. Sulle spalle ha una sacca a strisce bianche e nere, con i colori della Juventus. Gli occhi sono rossi di lacrime. È uno dei tanti — centinaia, più tardi migliaia — venuti in quest’alba livida di nebbia a piangere Gigi Meroni, davanti alla sede del Torino in corso Vittorio. È un tifoso della Juve ma piange lo stesso. Piange “Calimero”, l’uomo-spettacolo che con il suo estro “sudamericano” e la sua cornice beat aveva saputo conquistare la morigerata Torino». (La foto in alto è Olycom/Cesare Galimberti; sfiorando l’icona blu, l’articolo originale di Perazzi sul Corriere).

Gigi Meroni, l’indimenticabile «Farfalla granata»
«Sono quel che sono»
«Sono un tipo semplice, perché mi sento un tipo semplice. Ma l’opinione pubblica mi ha voluto imporre il ruolo di “estroso” a tutti i costi. A forza di sentirmelo dire e di vederlo scrivere ho finito col crederci. Di me stesso sono contento. Non ho mai fatto nulla che adesso non rifarei. Son quel che sono: non mi cambierei con nessun altro». A Torino da circa tre anni, il fantasioso e imprendibile numero 7 si descrive così in un’intervista a Corriere, ormai idolo dei tifosi granata, che per i suoi dribbling da giocoliere e certi gol dalle traiettorie impossibili gli perdonano l’anticonformismo dei capelli lunghi, la barba incolta, i calzini abbassati e pure le bizzarrie fuori dal campo, quei vestiti beat, la gallina portata al guinzaglio per la città, la Fiat Balilla così retrò, ma soprattutto la trasgressione di convivere con una donna — Cristiana Uderstadt — formalmente sposata con un altro uomo, nell’Italia che ancora non conosce il divorzio.


Messo al bando perché «capellone»
Alle critiche feroci di certa stampa, dirette più ai suoi comportamenti fuori dal terreno di gioco che alle sue mancanze calcistiche, Gigi replica negando di essere un esibizionista, piuttosto un ragazzo in linea con i tempi e con l’aria di cambiamento e libertà che sta arrivando dagli Usa e dall’Inghilterra, quella della musica dei Beatles, delle mini di Mary Quant e delle contestazioni studentesche. Un rapporto difficile, insomma, quello tra Meroni e la stampa, su cui ironizza Umberto Simonetta dalle pagine di Corriere: «Una notizia apparsa tempo fa nelle cronache sportive dei quotidiani induce a qualche piccola riflessione. [...] Luigi Meroni, giocatore professionista del Torino, non verrà più convocato a far parte della squadra nazionale italiana. Cancellato, messo al bando. Di più: additato allo spregio e all’irrisione di tutti gli appassionati» e si chiede «Di quale infamante reato sportivo o extra sportivo s’è reso dunque colpevole il Meroni per giustificare un così drastico provvedimento? [...] il Meroni s’è lasciato crescere i capelli: li porta lunghi lunghi, fin sul collo, alla Beatles. Hai capito che razza di degenerato!». (Nella foto sopra, Olycom/Cesare Galimberti, Meroni con Nereo Rocco).

Quel no all’Inter detto dalla mamma Rosa
Personaggio naïf, irriverente, irregolare e fuori dal coro, e insieme calciatore disciplinato e geniale, capace di prodezze estemporanee, talmente veloce e leggero da meritarsi la definizione di «farfalla». Un talento puro e precoce, sbocciato nel cortile di casa a Como e cresciuto nelle giovanili locali, notato prima dall’Inter —ma la madre Rosa dirà no ai viaggi verso Milano — e poi dal Genoa, che lo ingaggia nell’estate del 1962 per 30 milioni di lire grazie al fiuto di Livio Fongaro. E per la personalità estrosa di Meroni, appassionato di pittura oltre che di calcio, Genova diventa lo scenario perfetto, dove si fa notare per le sue prime perle calcistiche e dove sboccia il grande amore per Cristiana, la figlia di giostrai che diventerà la sua compagna. Amato dai tifosi per le sue prodezze sul verde, «U Meruni», come viene soprannominato, lascerà la città ligure nel ’64, non senza qualche strascico polemico, dopo 40 presenze e sei reti, per approdare al Toro di Orfeo Pianelli e Nereo Rocco. Qui, con la maglia numero 7 e un estro calcistico fuori dal comune, entrerà immediatamente nel cuore dei tifosi granata e dei compagni di squadra, Poletti, Combin e Vieri in primis, ma in generale di un’intera città, che partita dopo partita, ogni lunedì mattina si troverà a commentare i guizzi geniali di quel calciatore tanto stravagante quanto capace. Tanto più che l’arrivo di Meroni va a coincidere con una stagione d’oro per il Toro post Superga, tornato a vincere e a guadagnarsi un terzo posto nel campionato nel ’65, il debutto nelle Coppe europee nel ’66 e la convocazione in nazionale per alcuni suoi giocatori, tra cui l’inarrestabile ala destra.

«Va’ dal barbiere, così andrai in Nazionale»
«Se vai dal barbiere, potrai andare in Nazionale» gli aveva suggerito il presidente granata Orfeo Pianelli e il richiamo della maglia azzurra aveva convinto Gigi Meroni a «sacrificare» ai benpensanti quel suo look sopra le righe. Inutilmente, verrebbe da dire, perché ai mondiali inglesi del ’66 la stampa e la stessa Federazione non gli perdoneranno nulla, sebbene giochi una sola partita contro l’Urss, accusandolo di offendere la nazionale con il suo stile irriverente e di essere tra i maggiori responsabili della disfatta azzurra al primo turno. Con qualche eccezione, come Nino Oppio, che su Corriere riconosce la bravura di Meroni nell’amichevole azzurra del marzo ’66, nonostante i «capelloni»: «Dicono che Paola di Liegi, seduta in tribuna d’onore, abbia chiesto chi fosse quel tipo che assomigliava più a un Beatle che a un calciatore. La cosa nell’intervallo fu riferita a Gigino Meroni e lui, seccato, rispose: “Adesso vedrà come il Beatle sa giocare a calcio!”. [...] Indubbiamente, il discusso capelluto è stato di gran lunga il migliore in campo. Che egli sapesse giocare, che egli avesse mosse, finte dribbling alla Sivori, lo si sapeva, ma che fosse dotato di un temperamento così forte, non era noto. In pratica, è stato l’uomo di punta più abile e pericoloso». (la foto di Meroni con la maglia azzurra, di Olycom/Cesare Galimberti)


La gara della consacrazione
È quella giocata nel marzo del 1967 contro la leggendaria Inter di Helenio Herrera, imbattuta in casa da tre anni, costretta a inchinarsi alla bravura di Meroni, dopo uno slalom che beffa il grande Giacinto Facchetti e va in gol all’incrocio dei pali con un pallonetto che lascia a bocca aperta il pubblico di San Siro, granata e non. Una partita memorabile, giocata dopo una notte insonne a tentare di riappacificarsi con l’amata Cristiana, e un gol che gli vale i complimenti di Sandro Mazzola e lo consacra stella del calcio italiano, attirando su di lui l’interesse del presidente bianconero Gianni Agnelli, disposto a cifre astronomiche pur di strappare al Toro il talentuoso Meroni. L’offerta economica che arriverà sul tavolo di Orfeo Pianelli è di quelle irrinunciabili, se non fosse per la sollevazione indignata della tifoseria granata, che costringe la società e pure l’Avvocato a desistere al grido di: «Agnelli, giù le mani dal Torino!». Dirà poi Gigi Meroni al giornalista Franco Costa in un’intervista del luglio ’67: «Se la Juventus non mi ha voluto, beh, vuol dire che non intende vincere un altro scudetto», e sul Torino «Adesso spero di rimanere al Torino altri dieci anni: mi auguro soltanto che al momento dei trasferimenti, non si faccia più tanto chiasso attorno a me». 
(la foto della gara del marzo 1967, Olycom).

«Una tragica fatalità»
La mattina del 16 ottobre 1967 la notizia della scomparsa di Gigi Meroni lascia attonita un’intera città, e per un momento cancella lo spazio invalicabile tra le tifoserie rivali, come pure le tante critiche di certa stampa, che gli si era sempre scagliata contro per via delle sue stravaganze e soprattutto per la sua «scandalosa» storia d’amore. Una colpa, questa, che aleggerà persino il giorno dei funerali, celebrati dal cappellano del Toro don Ferrando in aperta polemica con la Diocesi di Torino, che si era opposta ai funerali religiosi di Gigi Meroni. La tragedia, però, metterà d’accordo tutti gli amanti del calcio, uniti nel rimpiangere i gol mancati della «farfalla granata» e il suo gioco mirabile. 

La palla al cielo per la «farfalla»
Appena una settimana dopo, in un derby destinato a restare negli annali, mentre un elicottero sparge fiori sullo stadio, le tifoserie rendono un omaggio corale e silenzioso a Meroni e i compagni del Toro regalano all’amico scomparso una partita mozzafiato, una vittoria ispirata dal dolore, con la tripletta dell’amico Nestor Combin e la rete del giovane Alberto Carelli, che commosso alza la palla al cielo con indosso la maglia numero 7 della «Farfalla». 

Quella strana coincidenza
Mentre Torino piange il campione scomparso all’improvviso, dal passato granata emerge una coincidenza singolare: sulla lapide che omaggia la leggendaria squadra morta a Superga, qualcuno nota il nome «Meroni P. L» e pensa che la società abbia voluto omaggiare il suo numero 7 nel luogo simbolo dei cuori granata: «]…] Superga è un passaggio obbligato per chi viene a Torino. E da qualche giorno pare proprio un passaggio obbligato anche per i torinesi. Sul bianco della lapide sono stati scritti in rosso i nomi di tutti coloro che costituiscono le vittime della sciagura. I giocatori, l’allenatore, i dirigenti, i giornalisti, gli uomini di equipaggio e, in fondo a sinistra i nomi dei due piloti. Uno di questi di chiamava Pier Luigi Meroni. Così adesso la gente che sale a Superga e vede quel cognome “Meroni P. L.” crede si tratti del giocatore granata...». (l’articolo originale sfiorando l’icona blu)
La tomba profanata
Pochi mesi dopo il dramma, il destino riserverà un ulteriore dolore ai familiari di Meroni: il gesto di un folle, che profana la tomba del campione e ne viola la salma, per poi costituirsi spontaneamente alla polizia, dicendo di averlo fatto perché non credeva alla morte del proprio idolo (foto Olycom/Cesare Galimberti).

Corriere della sera, 15 ottobre 2016



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