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lunedì 24 ottobre 2016

Federico II e il suo tempo, in un libro di Maurici, Raffaele, Ruta e Sardella

Federico II di Svevia: una figura di monarca complessa, che non ha mai smesso di alimentare discussioni, sin dal tempo in cui egli visse e dominò la scena dell’Impero romano-germanico, quando per i papi e i loro partigiani guelfi era la bestia dell’Apocalisse e l’anticristo mentre per altri era lo stupor mundi. Chi fu realmente? Un cristiano autentico o un laico e illuminista ante litteram? Un campione dell’interculturalità? Un anticipatore dello Stato moderno o un regnante del medioevo? Quale il peso effettivo che egli ebbe nella vicenda intellettuale del XIII secolo? Questi i quesiti cui, traendo spunto da un convegno tenutosi a Buccheri (SR) l’estate scorsa, rispondono Ferdinando Maurici, Ferdinando Raffaele, Carlo Ruta e Teresa Sardella, autori del libro Federico II e il suo tempo. Il Regnum e l’impero, il papato, le etnie, le culture, appena uscito in libreria per le Edizioni di Storia e Studi Sociali. Teresa Sardella, docente universitaria di Storia medievale, esamina le radici storiche e giuridiche dell’impero federiciano e alla luce di questo excursus spiega le ragioni del lungo contenzioso politico che oppose il regnante svevo ai pontefici di Roma, nel duplice ruolo di imperatore e di signore feudale del Regnum Siciliae, che formalmente restava dominio dei papi.

La studiosa fa il punto, in particolare, sui conflitti politici e militari che corsero, per vari decenni, tra Federico, che mirava a incorporare il Regnum nell’impero, e i pontefici Gregorio IX e Innocenzo IV, che richiamavano il monarca al rispetto dei patti, per mantenere il loro dominio sui loro «patrimoni» peninsulari e insulari.
A partire da una disamina sulla discussione storiografica di età contemporanea su Federico II, da Kantorowicz ad Abulafia, Carlo Ruta, saggista e studioso di storia del Mediterraneo, definisce le complessità, le ambivalenze e gli eclettismi che caratterizzarono la condotta dell’imperatore svevo. Ravvisando in tali elementi un rilievo paradigmatico, il saggista focalizza il rapporto difficile dell’imperatore con i pontefici di Roma, ma anche i contatti ondosi e ambivalenti con altre religioni e altri mondi culturali, densi di contaminazioni intellettuali e agevolati forse, in qualche misura, dal lungo tirocinio giovanile del monarca nella Palermo multietnica, capitale del Regnum.
Ferdinando Maurici, storico e archeologo medievalista, propone un esame a tutto campo della vicenda federiciana, da una serie antefatti di epoca normanna alla decadenza del disegno universalistico dell’imperatore svevo. L’autore intende porre nondimeno l’accento sui rapporti travagliati che Federico di Hohenstaufen ebbe con la Sicilia: dalla lunga guerra contro i musulmani in rivolta, che si concluse con lo sradicamento dell’Islam dall’isola e la deportazione dei superstiti a Lucera, alla rivolta di Messina e di altre città dopo la promulgazione delle Constitutiones Augustales di Melfi del 1231, che ridefinivano in maniera rigidamente centralistica l’ordinamento giuridico del Regnum Siciliae.
Delle politiche culturali di Federico II e, in particolare, della Scuola poetica siciliana, che con il sostegno dell’imperatore si espresse dagli anni trenta fino alla metà del secolo, argomenta infine Ferdinando Raffaele, filologo e storico di letterature romanze, ponendo in risalto i contenuti di questa lirica, incardinati soprattutto sull’amor cortese, a fronte di una maggiore varietà di temi proposta da quella provenzale. L’autore focalizza inoltre il problema delle fonti, dei testi dei poeti federiciani, che giungono in una certa misura tradotti e «toscanizzati»: cosa che rende ancora oggi difficile una esaustiva definizione morfologica e filologica del volgare illustre dei Siciliani.


Ferdinando Maurici, Ferdinando Raffaele, Carlo Ruta, Teresa Sardella, Federico II e il suo tempo. Il Regnum e l’Impero, il papato, le etnie, le culture, pp. 144.

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