giovedì 27 ottobre 2016

Ars. La procura chiede l’obbligo di dimora per il deputato Dina

L'on. Nino Dina
ALESSANDRA ZINITI
Sollecitate misure di prevenzione per l’ex dell’Udc I pm: “Rapporti con i boss, è socialmente pericoloso”
Per i magistrati della Procura di Palermo è «socialmente pericoloso » per i suoi rapporti con esponenti di Cosa nostra. Le tante inchieste che lo hanno visto coinvolto negli ultimi dieci anni, ma dalle quali è uscito quasi sempre pulito (fatta eccezione per l’ultima che lo ha visto finire anche se per 24 ore agli arresti domiciliari per corruzione elettorale), in realtà non sono mai finite in archivio per lui. Ed è proprio su quella mole di materiale probatorio che i pm del “gruppo misure di prevenzione” coordinato dal procuratore aggiunto Dino Petralia hanno chiesto l’applicazione delle misure di prevenzione personali nei confronti di Nino Dina, parlamentare regionale già dell’Udc e ora iscritto al Gruppo misto. Alla sezione misure di prevenzione del tribunale, presieduta da Giacomo Montalbano, la Procura chiede per Dina la sorveglianza speciale e l’obbligo di soggiorno, una misura che - se concessa - inibirebbe al parlamentare di continuare ad esercitare il suo mandato. L’udienza camerale in cui verrà discussa la richiesta dei pm è già stata fissata per il prossimo 20 dicembre.
È la prima volta che una misura di prevenzione viene sollecitata nei confronti di un deputato dell’Assemblea regionale siciliana. Il corposo dossier portato dai pm a sostegno della richiesta è un compendio delle diverse indagini in cui, dal 2005 ad oggi, il nome di Dina, medico di Vicari, quattro legislature a Sala d’Ercole con il pieno di preferenze, amico personale e compagno di strada di Totò Cuffaro per tantissimi anni, è venuto fuori.
Il primo a farlo nel 2005 fu il pentito Nino Giuffrè che lo indicò come vicino alle cosche, ma le sue dichiarazioni non ebbero alcun seguito. Come nessun seguito giudiziario, pochi mesi dopo, ebbe per Dina la circostanza venuta fuori nel processo per le “talpe” in Procura che poi avrebbe visto finire in carcere Cuffaro, che proprio nelle tasche di Dina viaggiasse il famoso tariffario della Sanità che Cuffaro, allora presidente della Regione, avrebbe concordato con Michele Aiello assicurando al patron di Villa Santa Teresa gli enormi guadagni per prestazioni convenzionate pagate dalla Regione molto di più che nel resto d’Italia.
Ma il perno della richiesta di misura di prevenzione a carico di Dina è l’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Leonardo Agueci, che a settembre 2014 portò all’arresto di cinque esponenti delle cosche di Palazzo Adriano con i quali il parlamentare regionale avrebbe intrattenuto rapporti e ricevuto sostegno elettorale. «Cosa nostra ha votato per Nino Dina in quella zona», disse il procuratore aggiunto Agueci spiegando che però nessuna contestazione era stata mossa al parlamentare perchè la vecchia enunciazione del reato di voto di scambio politico-mafioso (poi riformato) richiedeva la prova che il politico avesse pagato in denaro il sostegno elettorale.
Ma quegli esponenti mafiosi ripresi uscire dalla sua segreteria di Corso Calatafimi e le intercettazioni in cui Antonino Di Marco, Nicola Parrino e Pasqualino D’Ugo (tutti finiti in manette) si riferiscono a lui come di una persona «con cui si può parlare » per i pm sono la prova di «legami della famiglia mafiosa di Palazzo Adriano con l’onorevole regionale Nino Dina». Nonostante il suo «quel politico non sono io».

La Repubblica, 26.10.2016

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